Una valigia di libri Stampa E-mail
Lunedì 02 Agosto 2010 15:25

Quotidianoitalia.it di Giuseppe Marchetti Tricamo

La realtà, a volte, è più fantastica della più fantastica delle nostre fantasie. Non può essere vero, è incredibile. Oppure, guarda, sembra vero. Sono frasi fatte che diciamo quando non riusciamo a distinguere tra il reale e l’immaginario, tra la realtà visibile e il frutto di un viaggio creativo fino ai confini del luogo dove nascono i sogni. Questa è una storia come le tante che si incontrano sulla strada della vita. Non è una favola, anche se può apparirvi del tutto immaginaria. Io la scrivo soltanto, ma a raccontarla è un’altra persona. Lui narra e la storia salta fuori dal mio computer portatile. Il narratore è un uomo che ha fatto dei libri la passione della sua vita. Conoscere nuove persone è un arricchimento, una scoperta. E di questo nuovo amico non resteremo delusi. Anziano, non ancora vecchio. Alto, più di quanto lo sono gli uomini nati negli anni ’40. Magro. Capelli neri, diventati grigi, ormai tendenti al bianco. Un viso sorridente, anche se gli occhi scuri, qualche volta, vengono attraversati da una fugace malinconia. Occhiali color miele che si illuminano ai raggi del sole. Nessuna traccia di barba e baffi che, se ci fossero, sarebbero bianchi. Veste in modo semplice ma elegante. Ricorda un po’, nell’aspetto e nell’amore per i libri, Valentino Bompiani, uno degli editori più geniali, che si identificava con la sua attività fino ad affermare “voglio trasformarmi in un libro, sentire la mia pelle tutta picchiettata dai caratteri di stampa: un’orticaria di segni”.Ero molto giovane quando entrai, in qualità di aiutante, nell’antica libreria dei Banchi Vecchi. I libri, avevo incominciato ad amarli a Parigi, dove, durante un mio soggiorno, aiutai, per pagarmi qualche baguette farcita, un bouquiniste della rive gauche della Senna. Con quelle credenziali mi presentai in quel vecchio negozio e lì imparai il mestiere di libraio e ci passai adolescenza e maturità fin quando non riuscii a rilevare una bottega. Diventò un salotto letterario, dove accolsi generazioni di lettori e scrittori. I più noti autori all’uscita della loro opera chiedevano di presentarla nella mia libreria. Era l’occasione per sfoggiare le mie buone letture e la mia vivacità organizzativa. Fu così che conobbi Gadda, Moravia, Bassani, Calvino, Sciascia… Ma è “un dato di fatto che i librai, i veri librai, sono una razza in via di estinzione” (Romano Montroni, Vendere l’anima) come le librerie indipendenti. Tutto è avviato alla standardizzazione e all’omologazione. La libreria non è più “un buco con un genio dentro” (Umberto Saba). E molti lettori emigrano verso le catene dei grandi gruppi. Per la cresciuta produzione occorrono spazi più ampi, un forte assortimento e un maggior numero di addetti. Ma io sono un libraio romantico ancorato alle motivazioni autentiche del mestiere e legato alla vocazione di far nascere nel lettore la scintilla giusta.  La passione e la professionalità non sono stati però sufficienti. Ho dovuto cedere. Mi muovevo senza alcuna difficoltà tra quelle pile di libri e indirizzavo i clienti senza esitazione verso lo scaffale dove avrebbero trovato il titolo richiesto. Era proprio casa mia. Per farvi comprendere ciò che provavo mi farò aiutare da Mikkel Birkegaard e dal suo romanzo I libri di Luca. Quando vedevo per la prima volta un libro, “lo sfogliavo incuriosito, studiavo i caratteri di stampa, saggiavo con le dita la consistenza della carta, infine me lo portavo al naso per annusare il profumo delle pagine”. Insomma lo coccolavo. Non volevo abbandonare quei libri. Non potevo lasciare i miei vecchi clienti-lettori. Avevo anche voglia di incontrarne di nuovi. Come fare senza la mia libreria?  Decisi di diventare “custode di ciò che scompare, ambulante sotto i nostri cieli illetterati e sordi” (Ray Bradbury, Fahrenheit 451). Prima di lasciare per sempre la libreria salvai i libri che nella vita ciascuno dovrebbe leggere. Quelle opere adesso non le vendo più, racconto le storie che custodiscono e quando nel mio interlocutore crescono curiosità e interesse gliele presto, a condizione che lui torni per confessarmi le emozioni che quella lettura gli ha regalato. La mia libreria è oggi tutta in una valigia. Trolley la chiamano e con essa giro per la mia città proponendo buone letture. Qualche volta i protagonisti di quelle pagine lasciano il fantastico e vengono a farmi compagnia. Ci sediamo su una panchina di una piazza o al tavolo di un caffè e discutiamo. A volte, alzo un po’ il tono della voce. La gente mi guarda incuriosita e si ferma, ascolta, immagina. Non tardano a capire che sono un raccontatore di storie fantastiche. Oggi c’è con me Guglielmo da Baskerville (Umberto Eco, Il nome della rosa) che mi confida: “solo sfogliare codici e manoscritti mi consola dell’assenza di ordine che riscontro nelle cose degli uomini e della natura”. Come mi chiamo non importa. Potrei stare a Roma, a Milano o in una piccola città: molti, come me, sono stato costretti ad abbassare per sempre la serranda della loro attività. Che fare? Qualcosa la possono fare i lettori. Altro può farlo il Governo. Se non ha idee, si ispiri, copi cosa succede altrove. In Francia, le librerie sono cresciute del 30 per cento, con conseguente aumento dei lettori. Non abbandoniamo i librai indipendenti. Vorrei segnalarvi alcune opere contenute nella mia trolley vagabonda, ma non ho più spazio. Rivolgetevi a un libraio indipendente, vi consiglierà certamente un buon libro da mettere nella valigia della vostra estate.

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L'ITALIA CI RACCONTA

Paradosso italiano di chi sta perdendo il lavoro 

 

Bari 25/11/2011

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Sai, in quei momenti di diffusa tristezza, quando l’angoscia prende il sopravvento sulla resistenza umana, allora mi rifugio nei ricordi lasciati da te. Non eri una

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