Il silenzio della pace Stampa E-mail
Sabato 29 Ottobre 2011 22:19

RACCONTI D'AMORE

Il silenzio della pace

di Francesco Torellini

 

Un silenzio meraviglioso si diffonde nella valle piemontese. La guerra è alle spalle. La pace è giunta. Alle 8.30 il caporal maggiore c’informa che si torna a casa, anche se lo

sapevamo già dà diverse sere, mancava soltanto l’ordine definitivo, stamattina è giunto. Non ho perso tempo, ho arruffato quel poco di roba che avevo e mi sono messo in cammino per la mia Sicilia. In tasca avevo il biglietto del treno per poter attraversare tutta la penisola. Lasciavo l’infamia della guerra per abbracciare la pace. Attraverso le vie di Torino vivendo la desolazione di una città spenta, e il cammino è fatto con tanta desolazione nel cuore, ovunque ti giravi, tutto intorno c’era il segno di quella tragedia vissuta ma che andava superata il prima possibile. In quell’attimo volevo essere un uccello migratore per attraversare la penisola e giungere in un lampo nella mia terra, pronto ad abbracciare i miei familiari, soprattutto la mia amata, Carla, ormai non avevo sue notizie da molto tempo. La guerra mi aveva piegato. Aveva fatto di un giovane un uomo distrutto dentro. Avevo assistito alle più crudeli delle atrocità, e interiormente avevo la rabbia di ogni soldato scampato alla morte. Ora tutto è finito. Bisogna gustarsi i primi attimi di libertà e di pace dopo tanti anni di guerra. La mia mente era indirizzata esclusivamente alle gesta di Carla, quando vedendomi arrivare mi avrebbe accolto con tanti baci e abbracci, suggellando il suo amore per il ritorno dell’amato soldato. Ma quel cammino fu molto lungo, solo dopo cinque giorni di estenuante viaggio riesco ad attraversare lo stretto di Messina. Altri due giorni di viaggio e sarei arrivato. Il cuore già emanava pulsioni d’amore sia per la mia adorata mamma, sia per il mio amore. La malandata corriera mi ferma giù al paese. Faccio le scalinate per raggiungere l’estremità del paese, dove era arroccata la mia masseria. Lungo il percorso incontro tante macerie, segno che la guerra aveva colpito brutalmente il territorio, e forse c’era rimasto ben poco. Avevo la percezione che intorno avrei trovato tante cose cambiate. Incrocio donna Rosina, la fruttivendola. Mi abbraccia: “Per fortuna tu sei tornato”, mi sussurrò nell’orecchio. E’ sì, Giovanni, suo figlio, eravamo partiti insieme, potevo ritenermi fortunato: lui era già sepolto nel piccolo cimitero. Ecco, la guerra aveva restituito alle mamme solo spoglie di figli sottratti con la forza, per mandarli a combattere una guerra che non aveva nessuna ragione: solo morte e distruzioni fu il risultato finale. Il fascismo era finito. L’Italia usciva con le ossa rotte dalla guerra, la ricostruzione era sicuramente più complicata di quanto si pensasse. E fu così. Mi fermo alla piccola cantina di zio tonino. Dentro non c’è nessuno tranne zia Concetta, che appena mi vede mi corre incontro, mi abbraccia e piangendo mi da là triste notizia della morte di zio Antonio. Comprendevo che il mio paese era stato mortificato più degli altri paesi limitrofi. Da lontano scorgo la masseria. Un lato è completamente distrutto. Il cuore duole dinanzi alla mia casa ridotta in macerie. Appena apro la porta trovo la mamma seduta su di uno sgabello al centro della stanza. Mi aspettava. Gli corro incontro e l’abbraccio. Quante volte avevo desiderato quel momento, purtroppo vedevo solo lei, gli altri dov’erano? Alzo gli occhi fissando la parete di fronte a me: appesi al muro scorgo il ritratto di papà, di mio fratello Augusto e mia sorella Rosalia. Scuoto la testa in segno di rigetto: “No, no, non dirmi mamma….”. “I tedeschi”, furono le uniche parole piene di sofferenza. “Carla, mamma, Carla come sta?” Chinò il capo in segno di resa. “No, Carla no, pure lei, maledettaaaaaa guerraaaaa….”. Le mie urla si levarono al cielo come un rombo di aereo quando si alza da terra. I tanti pensieri sviluppati durante il viaggio furono demoliti in un attimo. La guerra era finita, ma dentro di me scoppiava un’altra guerra, più rude e infame. Avevo sognato per otto anni il ritorno a casa accolto dalle braccia di tutta la mia famiglia, compresa Carla, invece trovavo solo una mamma distrutta dal dolore, e con l’unica gioia dopo l’infamia della guerra: aver rivisto l’unico figlio rimasto. Non avevo più forze, scivolavo a terra lentamente con la schiena rivolta verso lo sgabello e stretto tra le gambe della mamma, mentre lo sguardo bloccava il tempo fissando dall’alto l’azzurro mare. La mamma mi accarezzava i capelli come faceva un tempo. Lasciavo fare. Avevo bisogno di coccole materne. Non erano bastate le desolanti e disumane crudeltà a cui avevo assistito durante la guerra, mi toccava continuare a soffrire anche in tempo di pace. Nella stanza c’era un silenzio tombale: per la prima volta assaporavo il silenzio della pace, mentre la mamma incomincia il racconto che non avrei mai voluto sentire.

 

Si erano impossessati del nostro paese, facevano quello che volevano nessuno poteva far niente senza chiedergli prima il permesso. Eravamo ostaggi delle loro azioni, guai ribellarsi: sparavano senza pietà. La guerra aveva già mietuto tante vittime: ora toccava direttamente a noi.  Una sera bussarono alla nostra porta. Erano perlomeno una diecina di soldati. Qualcuno di loro era anche ubriaco. Eravamo tutti in casa, stavamo mangiando quel poco che avevamo. Con una tale prepotenza ci fecero alzare da tavola. Papa e Augusto tentarono una reazione, furono immediatamente portati via, e dopo un ora fucilati perché avevano cercato di ostacolare, dissero, una loro perquisizione: non era vero. In casa rimasero Rosalia e Carla, che solo pochi minuti prima era venuta per stare un po’con Rosalia. Non doveva essere qui, invece era in questa casa e nemmeno lei fu risparmiata. Dovetti subire un’umiliazione che mai i miei occhi avevano visto e udito. Due soldati gli strapparono i vestiti di dosso, piangevano e gridavano. Io ero immobilizzata, non potevo fare niente, udivo soltanto quei pianti e quella rabbia di due stupende creature. Abusarono di loro a turno, per diverse ore, ogni volta né arrivavano di nuovi, come se le avessero pedinate da giorni ad entrambi, e quando sicuri di trovarle insieme, si presentarono. Vivevo ore d’angoscia udendo i loro pianti che lentamente si facevano sempre più fiochi, fino a non sentirle più, rassegante al destino che gli era capitato. Ero impotente, non potevo fare nulla, quei maledetti risparmiarono solo me, ma in quel momento volevo essere io al loro posto, purché loro si salvassero. Invece assistevo a quello schifo che c’era davanti a me. Dopo diverse ore, quando era quasi l’alba, le lasciarono stare. Lasciarono anche me, mi avvicinai ad entrambe, singhiozzavano. Rosalia fu la prima a cedere: chiuse gli occhi come un angelo. Carla invece ebbe il tempo di dirmi: “Dite a Luigi che gli ho sempre voluto bene e amato tanto, diteglielo, mi raccomando, sono certa che ritornerà, me l’ha promesso”. Dopo queste parole le sue forze si affievolirono chiudendo gli occhi per sempre. Ho aspettato la fine della guerra nella speranza che tu tornassi per mantenere fede alla promessa fatta a Carla, altrimenti mi sarei uccisa, perché era troppo brutto vivere da sola nel ricordo di quello che i miei occhi avevano visto. Sono seppellite vicino, come vicino sono state uccise dalla violenza.

 

Le mie orecchie avevano ascoltato qualcosa di molto brutto, che mi apparteneva. Avevo conosciuto il modo con cui la mia dolce Carla era stata sottratta alla vita per sempre. Piangevo dalla rabbia.

Era calata la sera. Mi addormentai. Solo un grido improvviso della mamma svegliò il mio sonno. Con quel grido imparai a conviverci: la mamma, tutte le notti si svegliava all’improvviso, gridava, poi udivo un singhiozzio, e si riaddormentava. Per diversi mesi fu cosi, fino a quando una notte quell’urlo fu diverso, più netto e violento di sempre. Si portò una mano al petto, accasciandosi poi sul cuscino senza singhiozzare e dire altro: anche lei mi aveva lasciato. La guerra mi aveva tolto ogni paura. La vestii con gli abiti che aveva conservato per il suo funerale. Preparai il letto, e mi misi seduto al suo fianco aspettando il mattino. Alle sei del mattino avvisai il parroco, e nel primo pomeriggio la degna sepoltura. Il vuoto s’impossessò di me: ero rimasto solo, la pace conquistata, aveva scatenato in me una guerra ancora più desolante. La sera mi misi sulla roccia del costone che da ragazzo usavo per osservare il mare di notte. Trascorsi tutta la notte a guardare i fondali toccati dalle onde. Mi sentivo perso, ormai dovevo solamente reagire, ma non sapevo come. Trascorsi altri sei mesi in quella desolante atmosfera, consapevole che trascorrevo solo intere giornate al cimitero. Non potevo andare avanti così, ognuno di noi doveva reagire alle crudeltà e i ricordi che la guerra aveva lasciato. Bisognava reagire altrimenti tutto sarebbe rimasto immobile. Decisi di andare via dalla Sicilia: c’era solamente tanta disperazione e quasi nulla da fare. Una mattina, armato delle mie poche masserizie, passai a salutare zia Concetta. Non disse nulla per la mia improvvisa partenza, comprese il mio stato d’animo e il desiderio di riscatto: “Vieni ogni tanto, non dimenticarti della tua terra”. “No zia, verrò ogni anno, qui c’è sempre la mia famiglia e Carla. Ritornerò, stanne certa”, la rassicurai. Ancora una volta lasciavo la mia terra per lidi sconosciuti. Avevo in tasca pochi spiccioli, giusto per attraversare la Sicilia e la Calabria. Appena in Campania mi fermai una notte nella stazione, erano già tre giorni che viaggiavo. La mattina davanti ai miei occhi si presentò una città anch’essa presa dalle tante rovine. Nella stazione aspettavo il treno per raggiungere Roma, era lì che avevo deciso di fermarmi. Nella stazione di Napoli, su di una panchina, c’era una ragazza, bruna, capelli lunghi, gli occhi scuri, il volto segnato dalla sofferenza della guerra. Anche lei con una valigia di cartone legata con dello spago, forse anche lei partiva in cerca di una vita migliore. Mi avvicinai. Seduto sulla stessa panca, dalla valigia tirai fuori del pane ormai durissimo e una caciotta di formaggio razziata dalla credenza di casa prima di partire. La ragazza guardava i miei movimenti senza dire una parola, gli chiesi se ne volesse un po’. Dopo la guerra eravamo tutti più fraterni, ognuno di noi condivideva ciò che aveva consapevole che chi ti era affianco viaggiava con la tua stessa sofferenza. “Beh, non mangio da due giorni”, lo disse con un accento siciliano acceso. “Sei siciliana anche tu?”, gli chiesi. “Si, vengo da Palermo, voglio proseguire per il nord, ma non ho più soldi per andare avanti, e sono ferma in questa stazione da due giorni”. Che strano, anche io ero della provincia di Palermo. “Non preoccuparti, ti faccio viaggiare con me perlomeno fino a Roma, almeno in questo la guerra ci ha dato il privilegio di viaggiare, noi reduci, senza pagare”. La rassicurai. Divisi con lei il pezzo di pane duro e metà caciotta. Rifocillati, incominciammo a parlare scoprendo che in fondo eravamo accomunati dallo stesso destino: anche lei era sola al mondo. Ci raccontammo tantissime cose in quel viaggio della speranza. Solo il mattino dopo raggiungemmo Roma. Anche questa città era circondata da tante rovine: la guerra aveva lasciato il segno dappertutto. Una volta alla stazione, lei si sentiva spaesata, mi accorsi da come rifletteva. “Dove vuoi andare”, gli chiesi. “Non lo so, non ho una meta precisa, voglio solo ricostruirmi la vita: un posto vale l’altro”. Allora resta qui con me, ricominciamo dall’amicizia che è nata a Napoli.  “Cosa faremo?” Chiese. “Non lo so, qualcosa c’inventeremo, siamo italiani, abbiamo superato la guerra, figurati se non siamo capaci di superare la pace”.

 

Era un anno che ero a Roma, era la fine del 48, l’Italia aveva avuto la sua costituzione, la repubblica era una realtà, ed era nato anche il primo governo eletto. Le cose iniziavano ad andare nel verso giusto. Nonostante gli attriti politici, le cose sembravano migliorare. Luisa era rimasta aggrappata a me: ci univa un’amicizia bellissima. Tanto rispetto fraterno e mai nessuno aveva invaso il campo dell’altro. Luisa si prodigava a fare quello che gli capitava. Dal canto mio, dopo un anno di manovale muratore a raccogliere le macerie della guerra, finalmente riesco ad ottenere l’impiego come ragioniere al ministero della difesa. La vita incominciava a sorridere. Passa un altro anno, Luisa mi rivelò che il suo sogno era fare la pasticciera. Il momento non era ancora maturo, però gli promisi di contribuire a raggiungere l’obiettivo di un piccolo laboratorio di pasticceria. Al ministero, la garanzia di uno stipendio fisso, contribuì a dare una mano a realizzare il sogno. Dopo tre anni Luisa aveva il suo laboratorio di pasticciera, ed era anche molto brava. Le cose andavano bene, ormai eravamo a ridosso di una ripresa economica per l’Italia, che trasportava i desideri di tutti verso ambizioni raggiungibili. La nostra amicizia reggeva a meraviglia, erano troppi gli anni che avevamo condiviso insieme, ma la sofferenza della vita non aveva mai fatto trasparire niente che non fosse  amicizia, nemmeno la sua bellezza avevo mai notato. Una sera rientrò nel nostro modesto monolocale, con un look rifatto: era bellissima, dal suo volto erano scomparse tutte le cicatrici della guerra, era veramente un’altra donna. Come persona, in tutti quegli anni di condivisione della sofferenza, avevo scoperto il lato migliore di lei, saggezza, dolcezza, responsabilità, ma quella sera scoprivo anche la bellezza nascosta di una ragazza meravigliosa….

 

Dopo quindici anni ritornavo in Sicilia. Sapevo di non trovare nessuno, se non quello di andare a porgere un fiore sulla tomba dei miei cari. Lungo il viaggio, con la mia prima seicento, questa volta viaggiavo con la macchina. Scoprivo un percorso nuovo e migliorato dalla volontà di un popolo che non si era perso d’animo, si era rimboccato le maniche, ed aveva ricostruito il paese. Anche la Sicilia si presentava migliorata. Giunto al paese, arrivato in cima alla mia vecchia masseria, un tuffo al cuore fece ripercorrere quella sera che tornai dalla guerra, quando scoprii che la mia adorata Carla non c’era più. Ci volle quasi un’ora per rientrare in me e comprendere che quei ricordi erano una parte della mia vita che mai più scompariva, ma il presente era rappresentato da un futuro costruito già in parte. Da lontano i bambini gridavano: “Papà, papà, è bello qui, dopo andiamo al mare, che bello”. Questo era il mio futuro, quei piccoli, Carla e Rosalia, che in quel posto vedevano solo le meravigliose bellezze della Sicilia, ma dietro, quello che era stato il percorso per ritornarci dopo quindici anni, non conoscevano nulla. Per fortuna. Ad una delle bambine misi il nome di Carla, doveva rimanere per sempre con me. Il mio amore aveva lasciato che ripercorressi i ricordi come poche ore prima avevo fatto con lei, mentre poneva un fiore sulla tomba del suo ragazzo morto in guerra. Io la lasciai fare consapevole che anch’io avrei fatto altrettanto. Quelli amori non potevano mai scomparire dalla nostra mente, erano stati la fine e l’inizio della nostra vita. Lei stava facendo lo stesso con me. Dopo un po’ si avvicina: “Lasciamo da parte i ricordi Luigi, guarda le piccole come si divertono. La vita ci ha riservato momenti di tanta tristezza, ma ora siamo qui a goderci veramente il silenzio della pace senza viverla come ci fu consegnata quindici anni fa”. “Hai ragione Luisa, ti amo”. Luisa da dieci anni è il mio amore, quella sera, quando rientrò con un look nuovo, la guardai fissa negli occhi e mi resi conto che lei era la donna della mia vita. Dopo un mese da quella sera, entrambi capimmo che eravamo stati scelti dal destino per stare insieme. Quel giorno a Napoli iniziava un percorso che ha condotto ad amarci con tanta passione e tanta voglia di riscattarci dal passato, però passando prima attraverso una grandissima amicizia. Dopo un mese da quella sera, capimmo che era giunto il momento di rivelarci quello che in fondo sentivamo dentro: fu un attimo e ci ritrovammo ad amarci come desideravamo. Prima di quella sera non era mai successo nulla tra noi, il rispetto reciproco non lasciava uscire la nostra passione, capitò in un attimo, uno sguardo d’amore accompagnato da un sorriso stupendo, sciolse ogni inibizione. Da quel giorno ci siamo amati sempre con la stessa passione della prima volta. Dopo nove mesi nacque Carla, decidemmo di sposarci con il rito civile e religioso diventato una coppia affiatata com’eravamo sempre stati, sin dall’inizio, anche quando la nostra unione era caratterizzata dall’amicizia passeggera: l’amore era già stato tracciato dal percorso che il destino volle farci intraprendere quella mattina a Napoli. Oggi Luisa è una brava pasticciera, una mamma meravigliosa, e una dolcissima moglie. L’Italia ha saputo riprendere la via affidandosi alla voglia del suo popolo di riscattarsi dalla guerra.  Io continuo ad essere l’impiegato di sempre, ed oggi, dopo quindici anni di duro distacco, siamo ritornati nella nostra terra per condividere con lei il nostro orgoglio di essere italiani, e con noi abbiamo portato due angeli che sono l’armonia giusta e il riscatto dopo la guerra.

 

P.S.

Ogni riferimento a persone, cose e luoghi, è puramente casuale. I fatti narrati nel racconto sono frutto unico della fantasia dell’autore.

  

Vietata la riproduzione totale o parziale

 



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