Mamma tu sei per me… Stampa E-mail
Lunedì 05 Luglio 2010 10:55

Racconto di Tommasina Casale

 

Era il 28 gennaio del 2008, tutto sembrava normale. La mattina accompagnai i miei genitori a ritirare una tac di mio padre. Mamma era dolorante a causa di una colica che aveva avuto durante la notte. Era strano vederla soffrire, lei era una donna forte, era quella che accudiva i suoi cari e nessuna immaginava che potesse ammalarsi. Viaggio a vuoto. La tac non era pronta, avevo preso un giorno di ferie inutile. “Vabbè ne avrei approfitto per riposare nel pomeriggio”, mi dissi tra me e me, ne avevo proprio bisogno di un paio di ore
di sonno vicino al camino con il telecomando di sky in mano. Eh si! Ero vicino al camino ad arrostirmi mentre guardavo le ricette di “Alice”. Di solito il divano,  la tv ed il camino sono un sonnifero, ma quel giorno faticai ad addormentarmi. Ero agitata e non capivo il perché. Ma la spiegazione arrivò presto: “Pronto Tommasina stiamo accompagnando tua mamma all’ospedale, ha una colica” era mia cognata. Una colica? In questi casi non ci si spaventa, basta una fiala di spasmex e tutto torna alla normalità. Ma perché allora il cuore mi
arrivò in gola? Perché ebbi paura? “Falla aspettare, vengo io” dissi e corsi a casa. Arrivai dai miei e salii sulla macchina di papà per recarci in ospedale. È da qui che iniziano i miei ricordi. Del passato non ricordo più nulla. Quasi non fosse mai esistito. Sei mesi ed un giorno di cui ricordo ogni attimo. Ed il passato? Si sono annullati 39 anni di vita. Quanti momenti belli passati con la mia mamma che non esistono più. Non li riesco più a focalizzare mentre quei sei mesi ed un giorno sono tutti qui, stampati con l’inchiostro indelebile nella mia mente. 
Come era freddo quell’ospedale.  Prima la sedia a rotelle e poi la barella ed il classico flebo di spasmex. “Tra poco passa”, ripetevano i medici. Allora perché avevo paura? “Proto Gino, sai ho mamma al pronto soccorso ha una colica”, chiamai un mio amico chirurgo che lavorava nell’ospedale. “Vengo a vederla”, mi disse. Cercò di tranquillizzarmi senza riuscirci. “Ok, le facciamo un’ecografia, così ti rassereni”. Quella maledetta ecografia. Come vorrei non averla mai fatta. Odio le ecografie perché ti dicono sempre cose brutte. La dottoressa iniziò a passare sull’addome quel insopportabile macchinario. Vi giuro che l’ho vista. Si, l’ho vista, era una massa enorme nella vescica. Aveva la forma di un cavolfiore. La
vedevo io che non ne capivo un tubo di ecografie. Chiesi alla dottoressa se c’erano problemi. Lei mi rispose: “ma non ha mai fatto un’ecografia?”. Era quello che non avrei mai voluto sentire. Oddio…che stava succedendo? Il mondo iniziò a cadere pezzo per pezzo. Mamma capì. Si alzò e mi disse: “iniziamo la via crucis?” “non dire sciocchezze” gli risposi con quel filo di voce che mi era rimasto.
Mentre si rivestiva chiamai mio fratello Valentino. Ho tre fratelli ma con Valentino ho un rapporto diverso. Siamo quasi coetanei a differenza degli altri e due che sono molto più grandi. Con Valentino ho vissuto in simbiosi. Con lui ho trascorso la mia gioventù… Ancora ricordo il dolore quando partì per il militare. Partì il martedì e il venerdì lo raggiunsi ad Orvieto. Non potevo stare senza di lui. Quando avevo quattordici anni andai in Germania per tenere a battesimo, con mio fratello Edmondo, più grande di quasi otto anni, un cuginetto. Stetti fuori quindici giorni e Valentino iniziò a mancarmi già quando salii sul treno a Formia. Mi venne naturale chiamare lui e non gli altri e due. “Valentino, mamma ha un cancro” e piangevo. “Dove sei? Ti raggiungo” mi rispose impaurito. “No, potrebbe accorgersene”. Era grave e me ne accorsi quando la dottoressa mi stampò una copia dell’
ecografia. Non poteva farlo perché le stampe rimangono all’ospedale. “La nasconda e la faccia vedere ad un urologo”. Cosa stava succedendo? Perchè a mamma? Sono queste le domande che ci si pongono in questi casi, perché pensi sempre che il cancro colpisca gli altri mai un tuo familiare. E poi la mia mamma, lei era immune dalle malattie, lei era il nostro capitano, lei ci dirigeva non poteva ammalarsi. Il colpo di grazia me lo diete il mio amico chirurgo. Vide l’ecografia, non parlò ma il suo viso disse tutto. Il tragitto verso casa era interminabile. Rimasi in silenzio seduta sul sedile posteriore mentre papà guidava. Le mani erano sudate e le stringevo forte quasi da farmi male. Dall’ospedale a casa ci saranno voluti meno di dieci minuti ma a me sembrava di aver percorso ore. Non arrivavamo mai e quando arrivammo per un attimo pensai, che faccio? Vado dai miei fratelli? Loro abitano vicino. Capii subito però che avrei dato nell’occhio. A papà avevo raccontato la storia di un
grumo di sangue coagulato, così come mi aveva consigliato la dottoressa. Non ricordo nemmeno più il volto di quella dottoressa ma la sua voce quella la ricordo ancora. Papà era praticamente dipendente da mamma. Il loro era stato un amore che pochi nella vita hanno avuto la gioia di vivere. Cinquanta anni insieme. Per sposarsi hanno dovuto combattere contro i genitori di mamma che non approvavano. Scapparono e il loro fu un matrimonio senza festa. Il maggio dell’anno prima, però, la feste ci fu. In occasione delle loro nozze d’oro, vollero la cerimonia in chiesa, le fedi, i fiori, il riso ed un catering che trasformò
il giardino di casa in un luogo di festa. Come era felice la mia mamma. Finalmente aveva avuto quello che aveva sempre sognato. Perfino il taglio della torta con il brindisi a braccia incrociate. Aveva i capelli raccolti ed un abito lungo di colore nero con dei ricami bellissimi bianchi. Quell’abito mi sembrava stupendo quel giorno, come avrei mai potuto immaginare che poco più di un anno dopo ci fosse stata un’altra cerimonia con lo stesso abito e nella
stessa chiesa. Una cerimonia del tutto diversa dove invece del riso vi erano le
ghirlande e tante lacrime. Mamma era seduta vicino al camino con i gomiti appoggiati sulle ginocchia e le mani che tenevano il volto. Le fiamme del fuoco le illuminavano un viso assorto dai pensieri. Non potevo più stare lì, dovevo scappare avevo voglia di piangere. “Mammina io vado, tranquilla domani telefono a Tony e ti faccio visitare”. Tony è un altro mio amico chirurgo che aveva operato mesi prima papà, di lui si fidavano e mi fidavo io. Tony mi avrebbe indirizzato. Non so come guidai fino a casa, la testa mi pesava quintali ed il mio corpo non riusciva a tenerla. Mi fermai da mio cugino. Entrai, la moglie è una mia amica carissima con cui condivido la passione per la politica. Mi accolsero con il sorriso ma in un attimo i loro volti si spensero: “mamma ha un cancro”. Piansi, ne avevo bisogno. Piansi e mi lasciai cadere sul divano. Non ricordo cosa mi dissero ma in un attimo mi alzai: “devo andare”. I miei fratelli dovevano sapere. Arrivai a casa cercai di essere normale, non volevo fare preoccupare i miei figli. Loro erano troppo affezionati alla nonna. Quella nonna che era stata la prima a vederli quando sono nati. Avevo sempre con me la mia mamma quando avevo bisogno e non poteva mancare alla nascita dei miei bimbi. Lei mi sosteneva e non mi abbandonava mai. Con lei sono entrata in sala parto ed è stata sempre lei che mi ha detto tutte e due le volte: “è maschio”. Non ho voluto mai sapere il sesso dei miei figli, volevo la sorpresa. Certo avrei sperato che almeno una delle due volte, mamma mi avesse detto. “è femmina”, ma non si può avere tutto dalla vita. Sono due ragazzi sani è questo
è fondamentale.  Adorava i suoi nipoti. Ne aveva 5. Ma il suo debole era Gioacchino, il mio primo foglio che sta per compiere diciotto anni. Era il primo nipote e rimaneva per lei l’emozione più bella. Sei mesi dopo è arrivata Michela, la bimba di Edmondo. Portava il suo nome e ne andava fiera. Poi arrivò Davide, il mio secondo figlio ed in seguito Lara, la bimba di Antonio ed Emanuela la bimba di Valentino. Come adorava quei nipoti. Con loro giocava e si divertiva. Non ricordo mai mamma giocare con noi quando eravamo piccoli.
Poverina lavorava ed era sempre stanca. Ma con i nipoti è stato tutto diverso. “Si amano più dei figli”, diceva, “sono figli due volte”. Come potevo non farmene accorgere? È bastato guardarmi per dirmi “mamma cosa è successo”. Poveri ragazzi hanno sofferto tanto, perché, per una strana coincidenza della loro vita, hanno perso tutte e due le nonne nel giro di quattro mesi. Un dramma nel dramma. Che brutte quelle telefonate ai miei fratelli. Valentino già sapeva e non riusciva a dirmi niente. Edmondo aveva capito il clima. Ad Antonio non lo chiamai perché non potevo farlo. Lui è il mio primo fratello ma è sordomuto. Aveva appena otto mesi che ebbe la difetterete. Era il 1959, mamma aveva poco più che diciotto anni ed ancora non c’era il vaccino per quella malattia. Lo salvarono ma i forti antibiotici lo resero sordomuto. È stato l’unico ostacolo alla felicità completa dei miei genitori che avevano avuto tutto ma non erano riusciti ad evitare questo handicap al loro figlio. Un handicap che con gli anni è scomparso perché sono stati bravi. Si molto bravi, i miei genitori, lo hanno fatto studiare e gli hanno regalato, con tante sofferenze, un’autonomia che probabilmente noi “normali” non abbiamo. Oggi lavora è sposato ed ha una bimba. Viva una vita regolare anche lui. Come avrei potuto spiegargli tutto attraverso un freddo sms? Preferii aspettare. Mi fermai a lungo a guardare il fuoco del camino e mi volevo convincere che ci poteva essere un errore o le cure miracolose che la scienza ha varato in questi anni l’avrebbero potuta salvare. Lo pensavo, me lo ripetevo ma non ci ho
creduto nemmeno per un attimo. Quel senso di angoscia si faceva sempre più acuto. La mattina dopo organizzai tutto per visite e ricovero e soprattutto chiamai in ufficio: “sono in ferie non so per quanto tempo”.  Cosa fare nel frattempo? “mamma dai andiamo dal parrucchiere”, dovevamo pur passare quelle ore interminabile prima di sapere la cruda realtà. “Perché non li tagli i capelli? Sai in ospedale è più semplice”, immaginavo già le chemio che non sono amiche di quei capelli che aveva fatto crescere per le sue nozze d’oro.  Mentre mamma tagliava i capelli mi ricordai di zio Antonio. È l’unico fratello di mamma che vive a Firenze. Ah se non avessi avuto zio Antonio in quella via crucis…non so come avrei fatto. Lui ha vissuto con me giorni e giorni di sofferenze accudendo quella sorella come una bambina e l’ultimo suo respiro è stato tra le sue braccia.  “Zio non spaventarti, sai forse mamma ha un cancro, ma tranquillo si potrà intervenire e tutto si risolverà”. “sei sicura? Fammi sapere che scendo subito”, mi disse con quel tono di voce tremante e nervoso. Arrivò il giorno della prima visita. Era un vecchio urologo, aveva forse più
di ottanta anni. Mamma lo adorò subito. In un primo momento lo adorai anche io.
Mi disse: “ma si che risolveremo tutto”. Era il venerdì e la domenica sera doveva ricoverarsi per una biopsia da tenersi il lunedì mattina. Furono due gironi di apparente tranquillità. Chissà se quel vecchio dottore aveva ragione? Ma la tranquillità durò poco. La biopsia parlava chiaro: “c’erano aderenze”. Aderenze? Cosa sono le aderenze? Capii giorni dopo che erano le ramificazioni del cancro che stavano invadendo tutto. La portammo all’istituto per i tumori “Pascale” a Napoli. La visitò il figlio del vecchio urologo. La mattina andai io, mamma e papà. Ci accompagnò Edmondo che non volle salire ed attese giù in
macchina. Lui i colpi li volevi attutiti, adorava troppo mamma. Il dottore sapeva già che non avrebbe dovuto dire niente o meglio dovevano sapere ma non la gravità. Ordinò delle analisi e mi chiese di portarle al suo studio a Caserta. Ci volle una settimana per fare tutto e arrivò il momento della verità. Quel giorno andai a lavorare in auto invece del solito treno. Avevo le analisi in macchina ma non le lessi. Con me venne Stefania. Una mia amica di
Caserta. Meno male che c’era lei. Ogni momento difficile c’era lei. Un’ancora di salvezza per me. “Come pensavo”, mi disse il medico. Fu crudo. Iniziò a parlare anche di tempo. “Un anno, forse due”. “Ma come un anno o due?” Stavamo parlando della mia mamma, di una donna forte, una donna che aveva lavorato fino al giorno prima, una donna che non era mai stata male in vita sua. No! Non poteva essere ed il pianto mi uscì a singhiozzi. “Vuole che le dica una bugia?” No a me doveva dire la verità altrimenti a chi la doveva dire. Le speranze erano finite. Mi toccava dare la notizia ai miei fratelli. Stavolta dovevo
anche dirgli il tempo che gli era rimasto. Fu molto generoso il medico. Ma quale anno o forse due. Erano mesi, pochi mesi.  Stavolta il primo a chiamare fu Edmondo. Non so perché ma in quel momento avevo bisogno di parlare con lui. Piangevo mi disperavo e lui mi diceva: “calmati mica possiamo iniziare a piangere da adesso”.
Mamma aveva una predilezione per Edmondo. Lo aveva sempre negato ma si vedeva
ad occhio nudo. A volte era lei stessa a dare una spiegazione di una evidente debolezza verso quel figlio: “dopo il trauma della separazione da Antonio per farlo studiare nei collegi per sordomuti, mi sono aggrappata ad Edmondo. Tu e Valentino siete nati anni dopo”, tentava, invano, di mascherare quella debolezza.
Da Caserta a casa mia ci vuole un’ora di macchina. Fu duro il tragitto. Piangevo, mi disperavo e cercavo di immaginare come sarebbe stata la nostra vita senza di lei. Soprattutto pensavo al mio papà, lui non sarebbe riuscito a sopravvivere.
Arrivò il tempo dei ricoveri e quello delle chemioterapie. Ma prima fummo costretti a deviarle un rene con un catetere per un’insufficienza renale. Un tentativo di salvare l’attività renale dai danni della chemio. Quella che in termini medici si chiama “nefrostomia”. Un dramma nel dramma, la dovette ripetere molte volte. La prima la fece il 19 di marzo. Il giorno di San Giuseppe. Quel San Giuseppe a cui lei era da sempre stata devota e per lei era un segno benevolo. Fu un giorno particolare. Ero sola io e lei e la mia amica Stefania. Quel giorno c’erano i funerali di zio Salvatore, il primo fratello di papà che viveva a Termoli. La mia famiglia la obbligai ad andare al funerale. “tanto nessuno di voi può fare qualcosa, mamma ha bisogno solo di me”. Mi avevano assicurato che l’operazione sarebbe durata massimo mezz’ora. Le previsioni furono diverse. Entrò in sala operatoria verso l’una. Papà telefonava. Dicevo che doveva ancora entrare. Volevo risparmiargli la tensione. “tanto tra mezz’ora esce e gli dico che è tutto finito”. Mezz’ora passò, passò anche un’ora e poi due e poi tre. Stavo impazzendo. Non avevo notizie. Cosa è successo? Santa Stefania che mi aiutò a non impazzire. Uscì dopo circa tre ore. Era stato complicato a causa di una conformazione difficile del suo corpo, mi disse il medico. Mamma aveva una soglia del dolore molto bassa. Aveva sofferto tantissimo. Finalmente potetti dire a papà ed ai miei fratelli che tutto era finito. Qual giorno nevicò e il ritorno da Termoli fu complicato e si fece
tardi per venire in ospedale. Rimasi con lei tutta la notte. Fu solo la prima di tante notti con lei negli ospedali. Dovevo starci io, era giusto così. Ero l’unica figlia e solo io potevo accudirla. Anche le notti dopo le chemio rimanevo con lei.  Ne dovevamo fare una al mese.
Bombe atomiche per cercare di stringere la massa e allungare i tempi. Gli effetti collaterali? Tutti quelli che si potevano avere. Vomito, prurito, mal di testa, inappetenza. Giorni difficili. Notti interminabili. L’unico trauma che ci è stato risparmiato è stato quello della caduta dei capelli. Non ne cadde uno. Magra consolazione. Iniziarono i dolori. Erano lancinanti e iniziammo la morfina. Prima un semplice lecca lecca ma poi arrivarono icerotti che aumentavano di dose di giorno in giorno. La terza chemio non riuscì a farla. Il suo corpo era deabilitato, il quadro clinico era drammaticamente compromesso. Quanti ricoveri in pronto soccorso.
L’ultima tac ci diete il colpo di grazia. La portammo dall’oncologo. Questa volta non volli andarci da sola. Non avrei sopportato un’altra notizia drammatica. Perché immaginavo già il responso di quella tac. Obbligai Edmondo a venire con me. “Non c’è più nulla da fare. Proviamo solo a fare qualche seduta di radio per placare i dolori” ci liquidò. Radio? Il medico che avrebbe dovuta farla mi disse crudelmente: “questa signora sta finendo, la radio potrebbe solo accelerare la morte”.
Un’ultima minuscola speranza a cui ci aggrappammo con tutta la forza possibile. Era un medico di una clinica di Mondragone. Ce lo avevano descritto come un folle. Uno che avrebbe operato la massa tumorale pure rischiando la vita. Ci diete appuntamento il 3 di luglio. Era il girno di San Tommaso. Il mio onomastico. Quel giorno sarebbe arrivato anche mio zio da Firenze. Gli disse: “mamma voglio festeggiare qui da te, te la senti di alzarti”. Era felicissima. Iniziai a preparare la cena. Arrivò zio Antonio e fu lui con Edmondo che
portarono la tac dal chirurgo pazzo che disse di volerla vedere dopo due giorni.
Che gioia quel giorno nel sapere di festeggiare tutti insieme e poi il fratello che veniva da lontano. La trovai di colpo alzata sul terrazzo che chiacchierava con zio Antonio. Fu l’ultima volta di lucidità totale. Quella lucidità svanì di ora in ora. La sera festeggiammo e mangiò i peperoni imbottiti ed i peperoni in agrodolce. Ne era ghiotta e, nonostante l’
inappetenza, quella sera ci fece contenti e mangiò. A metà cena volle ritornare a letto. Non si alzò mai più. Nemmeno il chirurgo pazzo ebbe coraggio di toccarla. Ritornò a casa per l’ultima volta. Era ormai finita. Non ci rimaneva che attendere. Un’attesa brutale che ci
consumò. Abbandonai lavoro e casa e decisi di passare con lei tutto il tempo possibile. Dormivo al suo fianco e con me avevo zio Antonio. Lui è volontario della croce rossa e sa come accudire i malati. Eravamo diventati due bravi infermieri. Sapevamo come potergli sbloccare un blocco renale, come fargli alzare la pressione, come farla respirare. Gli stavamo allungando una vita che non era vita. Ci dicevano di lasciarla morire. Ma come si fa? Ci accanivamo su di lei per farle continuare a battere il cuore in un corpo che già da tempo l’aveva abbandonata. Una sera, il 28 luglio, zio Antonio ci convocò. “Ora basta, non gli facciamo più nulla deve finire di soffrire”. Dio che dolore. Era finita. Ormai era
finita. La mattina del 29 luglio, la stavamo lavando. Papà si disperava intorno a noi. Non l’aveva mai abbandonata povero papà. La guardava e gli sussurrava solo parole di amore. Si era rassegnato anche lui. Le stavo lavando le gambe. Il suo respiro si affannava sempre più. zio Antonio le teneva il viso sul suo petto e l’accarezzava. Lo guardavo e i miei occhi gli chiedevano: “cosa succede?”. “Forza Tommasina, continua a lavarla”. Smisi di guardala e  continuavo nel lavarla. Avevo finito. Alzai il viso e dissi: “Zio è finita?”, non mi disse
niente ma era un disperato “SI”. Non so cosa provai in quel momento. Forse rassegnazione, forse dolore. Non mi disperai. Ero calma. Cercai solo di placare le urla di papà. Non volevo prepararla per l’ultima sfilata, nonostante gli avevo disposto tutto settimane prima. Avevo chiesto a zia Concetta, la sorella di papà di farlo al mio posto.
Ma era irrintracciabile. Poi pensai: “anche questo tocca a me”. La preparai come l’anno prima alle sue nozze d’oro. Con la lacca e la spazzola, gli sistemai i capelli. Sembrava appena uscita dal parrucchiere. “Mamma sei pronta”, le dissi accarezzandola.
Come era bella, era sparita la sofferenza dal suo volto. Era serena. Come era
possibile? Mi sembrava un sogno. In un attimo mi resi conto di essere più una figlia. Perché si è figli quando si ha la mamma. Io la mamma non l’avevo più. Da quel giorno sarei dovuta crescere. Toccava a me accudire mio padre, dopo cinquantuno anni di folle
amore, non aveva più con se la sua compagna. Toccava a me mantenere unita una famiglia come faceva la nostra stella. Ore interminabili a salutare gente e il dramma dell’ultimo saluto. Un dolore che lo ricordo più fisico. Mi faceva male lo stomaco nel sapere che l’avrebbero chiusa per sempre in una fredda bara e non avrei mai più rivisto il suo corpo.
Ma sapevo di doverlo fare in fretta altrimenti sarebbe stato più difficile. La
baciai, mi girai e uscii in fretta. Non volli vedere la bara che usciva dalla
stanza e chiusi gli occhi. Li aprii in auto dietro il carro funebre.
La mia vita è cambiata….non è e non sarà mai più come prima…a volte cerco conforto nei ricordi ma non ci riesco. I ricordi mi portano tutti a quei sei mesi. A quei drammatici sei mesi ed un giorno. Vorrei credere che mi sta guardando, che ancora esiste qualcosa di lei che continua a vivere in un’altra dimensione, ma non riesco nemmeno in questo. Il tempo non mi sta aiutando, il tempo diventa solo un palliativo ma il dolore è sempre presente e vivo nella speranza di poter un giorno riavere tutti i ricordi di 39 anni di vita insieme a lei…..
 

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