Scoprire quello che non appare Stampa E-mail
Lunedì 05 Luglio 2010 08:55

RACCONTI D'AMORE                 

Scoprire quello che non appare 

Racconto di Maria Barbaro 

Il cassetto della memoria si apre senza preavviso. Lo  richiudo in fretta. Uno spasmo doloroso lacera l’anima.

Mi piace viaggiare. Perché non intraprendere un viaggio all’interno di me stessa? Mi accarezza l’idea dello scorrere silenzioso della penna sul foglio. Lascia una traccia. Un pezzetto indelebile di me. Scoprire quello che non appare per farmelo amico. Una traccia che mi costringa a fermarmi su quel flash, a guardare negli occhi la bestia, a domare la paura. Ok ci sto, voglio fermare quel ricordo, farci amicizia. Forse non avrò più paura. E finalmente, perché no, potrò sorridere di me stessa.Mi rivedo bambina. Ho abitato alla Stazione San Leo fino a dieci anni. Mi lascio trasportare dalle immagini. Scopro, sorpresa, che sono piacevoli. Mi abbandono ai ricordi, fisso con le parole alcuni episodi ….. sono stata anche felice !Erano belle quelle estati alla Stazione San Leo !Un luogo magico, ricco di occasioni di gioco, di scoperta, di piacevoli compagnie. Eh sì, erano tanti i bambini, più o meno della mia età che lì vivevano, creando l’atmosfera spensierata e gioiosa, che se chiudo gli occhi mi sento sulla pelle. Una eccitazione intima di affrontare il nuovo giorno, fuori di casa. All’aperto, libera di stare con chi volevo, arrampicarmi sugli alberi per assaporare le more di gelso o i fichi “mulingiani”. Nell’orto del nonno, quando avevo il permesso di entrarci, mi arrampicavo sul tronco del fico, così generoso da sopportare la scorpacciata di frutti zuccherini, che ingurgitavo con voracità, e di cui sono ancora ghiotta. L’orto di nonno Nicola! Sento ancora la pace e il benessere di quel luogo, che si apriva a picco sul mare. Sentivo l’amore, la cura, la passione di quell’omino che chiamavano “u tisu”. Sembrava avesse ingoiato un bastone. Era rigido e severo, non solo nell’aspetto. Lì, inconsapevole, era libero di esprimere la sua bellezza dipingendo quel sacro che si portava dentro senza sospettarlo. Mi diceva che mi amava indicandomi dal basso i frutti più golosi da raccogliere. Ho pianto al suo funerale. Gli unici sinceri singhiozzi che risuonavano nel silenzio della funzione. Ho sorpreso tutti, anche me stessa. Non sapevo quanto in silenzio ci eravamo amati. Piango anche adesso rivivendo quei ricordi. Ma è un pianto che scioglie quel grumolo che è la mia anima per cercarne il capo. Sono stata amata da bambina. In modo così abilmente velato, da rendermene conto solo ora che ho deciso di fermare flash e ricordi. I sentimenti non si dovevano esternare. Sopratutto i maschi. Una rivelazione: anche i padri sono capaci di amare i figli, quanto e più delle madri.I miei genitori avevano un’attività commerciale in paese. Mi affidavano, qualche volta, a nonna Sara. Bassa di statura , rotondetta. I lunghi capelli, neri, lisci, intrecciati, raccolti a crocchia sulla nuca. Portava gli occhiali. Una montatura scura sosteneva due spesse lenti. Non l’ho mai vista sorridere. Gestiva da sola il bar della Stazione San Leo. I giorni per lei erano tutti uguali, festivi compresi. Ritmati dallo sferragliare delle rotaie, lo stridore dei freni, il vociare dei passeggeri, l’aprire, il chiudersi delle porte dei vagoni. L’arrivo del treno era annunciato dal capostazione: il Sig. Pirrottina. Appariva all’improvviso sul marciapiede: cappello rosso, fischietto al collo, paletta rossa e verde. La gente si spostava frettolosa. Il clacson dell’autobus Cambrea invitava i ritardatari ad affrettarsi: sarebbe partito senza di loro! Altri indugiavano al bar, sorseggiando una bevanda, gustando un gelato. Avevano il biglietto in tasca. Per andare da un parente, per trovare lavoro, per farsi visitare da un luminare di una grande città.La sveglia, argentea, rotonda con grossi numeri neri, suonava tutte le mattine alle quattro. Nonna Sara percorreva a piedi circa un chilometro, estate e inverno. Piovesse o nevicasse il bar era puntualmente aperto alle cinque, ogni mattina. Il primo treno si fermava alle cinque e ventuno: la macchina del caffè già fumava ! Non mi piaceva stare con lei. Scontrosa, scortese, introversa. Sempre pronta a biasimare. Parlava poco, solo in dialetto, digrignando i denti.Se pranzavamo insieme preparava, senza voglia, la solita frittata col prezzemolo fresco tritato. Non so se avesse scelto passivamente quella vita per mandare avanti la famiglia. Di sicuro non ne era appagata. E’ morta in perfetta solitudine dopo aver allontanato tutti col suo caratteraccio. Chissà quanto ha sofferto in segreto, incapace di esternare! Quanta rabbia, quanto rancore, quanta frustrazione, per una vita che non ha potuto o saputo vivere.la compagnia di amici e parentiUn giorno, da bambina, passando davanti alla porta socchiusa della sua stanza, l’ho sorpresa mentre si pettinava. Stava davanti allo specchio, i lunghi capelli neri sciolti. Le spesse lenti, poggiate sulla mensola. Gli occhi sorridevano, stava cantando a bassa voce. Muoveva le braccia, il corpo. Interpretava le parole. Si zittì di colpo. Si raccolse i capelli nella solita crocchia. Si rimise gli occhiali. Una maschera per non vedere una vita che non voleva vivere. Avrebbe preso volentieri uno dei tanti treni che vedeva fermarsi. Sarebbe partita per qualsiasi destinazione. Senza bagaglio, ma con tanti sogni. Non ne ebbe mai la forza. Anch’io non avevo altra scelta se non il matrimonio.Le donne della mia famiglia, da generazioni, trasmettono questo messaggio:  “Sei stimata solo se ti sposi“. Ciascuna affida all’altra lo stesso compito, sperando di essere riscattata: votarsi per una famiglia felice.L’ho fatto, ho due figli. Maschi. Inconsciamente volevo spezzare la catena.A un certo punto, ho capito che forse c’era altro a cui dare vita. Con l’aiuto dello psicoterapeuta ontopsicologico sto imparando a capirmi. Sopratutto  ad amarmi. E’ quello che dà la misura per non giudicare, non ferire, essere tollerante. Ognuno di noi è senza uguali. Ha un progetto da attuare. La famiglia è una delle scelte possibili, non la scelta. 

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