Mer. Mag 18th, 2022

Solo dopo che sarà passata questa tempesta, si faranno i conti su come sia stata gestita la più grande emergenza dal dopoguerra. Ora si cerca di salvare vite umane e la nazione da un tracollo spaventoso. Ma il governo ha avuto dei ritardi impressionanti. Ha atteso troppo prima di agire. Dal cauto ottimismo dei primi giorni, si è passati a non avere la prontezza per intervenire immediatamente. Da Codogno, dove si registrò il primo contagio del paziente uno fino ad oggi, sono stati commessi troppi errori. Il governo è stato molto attendista.

Il 27 gennaio Giuseppe Conte va in televisione ad assicurare che l’Italia è “prontissima” a fronteggiare il virus. Ha già adottato “misure cautelative all’avanguardia” e tutti i “protocolli di prevenzione”, tra cui il controllo della temperatura agli scali, la creazione di una task force e la sospensione di voli dalla Cina. Queste furono le prime parole del premier quando in Cina si sviluppava violentemente il virus. Qualcosa però inizia a preoccupare perché ci sono i primi due turisti cinesi ricoverati allo Spallanzani di Roma in condizioni critiche. Il 31 Gennaio 2020 il governo delibera ed esce in gazzetta ufficiale un decreto del governo che recita così: “Dichiarazione dello stato di emergenza in conseguenza del rischio sanitario connesso all’insorgenza di patologie derivanti da agenti virali trasmissibili”. Quindi il governo era già al corrente di una probabile diffusione di un virus. Infatti nello stesso spiega “è dichiarato, per 6 mesi dalla data del presente provvedimento, lo stato di emergenza in conseguenza del rischio sanitario connesso all’insorgenza di patologie derivanti da agenti virali trasmissibili”. Questo la prima delibera. Il 19 febbraio a Codogno viene riscontrato il primo paziente positivo al coronavirus. E per quale motivo il primo (vero) provvedimento della Protezione Civile per affrontare la pandemia arriverà solo il 25 febbraio, quasi un mese dopo la dichiarazione dello stato di emergenza nazionale? I troppi ritardi, hanno fatto sì che il sistema sanitario si trovasse impreparato dinanzi al crescente numero di contagi. Infatti, dopo, la paura maggiore è stata proprio a riguardo del sistema ospedaliero. Molti politici facevano a gara a non creare inutili allarmismi, chi invitava a fare gli apertivi, chi gridava al razzismo contro i cinesi, insomma, la solita politicuccia spicciola all’italiana. Però nel frattempo nessuno si preoccupava di iniziare ad acquistare mascherine e ventilatori per le sale intensive o iniziare una massiccia assunzione di medici e infermieri sulla scorta di quello che stava succedendo in Cina. No, si diceva “è tutto sotto controllo”. E si è visto.

Dopo lo stato di emergenza il governo rimane silente fino al 23 febbraio, quando ormai la crisi sanitaria era già scoppiata. Solo all’indomani di questa data arriva il primo provvedimento che prevede una zona rossa nel lodigiano. Il 21 febbraio Borrelli stanzia 4,5 milioni di euro per l’incremento di personale medico di “massimo di 77 unità”. Ma per arrivare all’ordinanza che permetterà alla Protezione Civile di acquistare con “priorità assoluta rispetto ad ogni altro ordine” i dispositivi di protezione individuali (Dpi), occorre attendere addirittura il 25 febbraio. Un tempo enorme visto che ormai la situazione stava già sfuggendo di mano. Ma il dopo è peggiore dell’inizio, poiché sono prima le regioni che iniziano a prendere provvedimenti, quando capiscono che al nord si è aperto un focolaio di dimensioni inimmaginabile. A difendersi sono per prima le regioni del sud, che iniziano a chiudere le scuole per fare la sanificazione, ed altri provvedimenti tempestivi per evitare il diffondersi del contagio anche al sud. Mentre dal nord non arrivano provvedimenti incisivi per fermare il contagio come stanno facendo i governatori del sud. Si attende la decisioni del governo. Passano oltre 20 giorni tra la dichiarazione dello stato di emergenza e le prime disposizioni su medici, mascherine e ventilatori. Intanto gli ospedali del Nord andavano in crisi e i Dpi diventavano introvabili o venivano bloccati alla frontiera. Lo stesso dicasi per i ventilatori e i posti in terapia intensiva. Quindi la domanda sorge spontanea: perché si è perso tutto questo tempo? Perché non si è intervenuti immediatamente?  Non sarebbe stato meglio organizzarsi in quei 20 giorni di buco, quando ancora gli altri Paesi non erano entrati nell’emergenza? Ci sarebbero altre mille domande da fare. Ma di sicuro saranno fatte alla fine di tutto, quando avremo contato tutti i morti e tirato il sospiro di sollievo per la fine dell’inferno in cui ci troviamo. Solo dopo si tireranno tutte le somme.