Dom. Mag 29th, 2022

Inverno 1852. Napoli, quartiere San Giuseppe Maggiore. Nel teatro San Carlino, in piazza Municipio, è in corso la rappresentazione della farsa “Il mio cadavere”, ovvero “Nu muorto ca nun è morto”. Sul palcoscenico, l’attore Salvatore Petito , pronunciata l’ultima battuta, prima di interrompere per alcuni minuti la messa in scena , si rivolge al pubblico, dicendo: “Signore e Signori, voi mi dovete scusare, ma vi debbo rubare qualche secondo!…Voi, mo’, vi starete chiedendo : “E questo che vuole?…”, e ve lo spiego subito , veloce veloce, che cosa voglio, perché poi, con la compagnia, dobbiamo riprendere lo spettacolo!…Dunque, non so se lo sapete, ma quello che avete visto prima, recitare accanto a me, è mio figlio Antonio, che in famiglia chiamiamo : “Totonno ‘o pazzo”, per la sua estrema vitalità…Eh si, quello, fin da bambino, ha sempre tenuto l’argento vivo addosso!..E pure mo’ lo tiene, mo’ che si è fatto uomo!…Insomma, io non voglio portarvi per le lunghe, non voglio annoiarvi…voglio solo che sappiate che lui sarà il mio erede, quando non ci sarò più…Il mio erede ,non solo come figlio ,ma pure come attore…Insomma, quello che vorrei dirvi e che non riesco a pronunciare, perché l’emozione ha reso umidi i miei occhi e secca la mia bocca, è che dopo tanti anni di onorata carriera , dedicati a voi, per farvi ridere, il nuovo capocomico sarà lui, mio figlio Antonio!…Oggi, cedo a lui questa maschera che vedete tra le mie mani, l’avrete riconosciuta: è la maschera di Pulcinella!…Da oggi,  e per i prossimi anni, Pulcinella sarà lui!…Io sono un po’ stanco…capirete: la vita di noi artisti è faticosa…piena di stenti…oggi si mangia, domani no, dopodomani neppure!… Ora, è arrivato il momento che io mi riposi!, ma so di lascirvi in buone mani, le migliori che potessi trovare!…Ed è proprio in queste mani che adesso riporrò la maschera di Pulcinella, che per tanti anni mi ha accompagnato e attraveso cui ho fatto parlare l’anima pigra, dolente e al tempo stesso allegra di questa città…Vieni, Anto’, vieni figlio mio…”, chiama sul palcoscenico il giovane Antonio, rimasto in attesa, dietro le quinte, per poi affidargli in custodia ,come annunciato alla platea, la maschera, simbolo della città, chiosando, commosso: “Qui finisce per me la commedia/giù il sipario!/ma non mi lamento/ Mi basta di sapere/ che il pubblico è contento!…”.

“Incolto e acuto, illetterato ,autore pazzo e lungimirante. Istrione potente nella sua contraddizione, nella dilagante e potenete carica espressiva che trovava strumenti tutti suoi febbrilmente, e riusciva efficace nel suo personalismo”. Così l’autore, regista, docente di Discipline dello Spettacolo, Ettore Massarese, a proposito dell’attore e drammaturgo Antonio Petito, interprete della tradizione teatrale partenopea ottocentesca. Nato a Napoli,  il 22 giugno 1822,da Salvatore, attore erede della Commedia dell’Arte e della maschera di Pulcinella, e dall’attrice, Giuseppa D’Errico, proprietaria e impresaria del teatro di “Nonna Peppa”, sito nella strada popolare di Via Carmine, esordisce in palcoscenico all’età di nove anni nella commedia di Filippo Cammarano,”Giovanni della Vigna”. Trascorsa l’infanzia e l’adolescenza a recitare nella compagnia di famiglia, che, ingaggiata dall’impresario Silvio Maria Luzzi, lavora anche per i Teatri San Carlino  e San Ferdinando,interpreta  ruoli da pantomimo, per poi debuttare nel 1840 come “brillante”, nella Compagnia di Crescenziano Palombo. Nel 1849, entrato nella Compagnia di Pietro Martini, grazie al quale interpreta per la prima volta il ruolo di Pulcinella, per via dei contrasti con la famiglia e del desiderio di affrancarsi, dopo aver sposato la fidanzata, Marianna Parlati,  abbandona Napoli, girando per i teatri della provincia, presso i quali rappresenta testi innovativi, lontani dagli schemi lettrari e culturali classici. Quindi, tornato nel capoluogo partenopeo e , ricongiuntosi con la  famiglia, riprende a recitare nel teatro dei genitori, interpretando , però, ruoli drammatici come quello di “Jago” nell’ adattamento dell””Otello” di Shakespeare. Dopo un periodo di crisi per gli artisti dovuto ai moti risorgimentali, è di nuovo “Pulcinella” in una commedia andata in scena al Teatro delle Fosse del Grano e , nel 1850, è protagonista della farsa “Avviso ai mariti”, rappresentata presso il Teatro Partenope. In seguito, sollecitata dall’impresario Luzi, la “Compagnia della famiglia Petito” torna sul palcoscenico del San Carlino con “Miseria e nobiltà: No sviluppode nobiltà e no sviluppo de miseria” di Eduardo Scarpetta, commedia nella quale Antonio , detto “Totonno ‘o pazzo”, per l’estrema vitalità, indossa la maschera di “Pulcinella”, interpretata anche  ne “Il medico per forza” di Molière e in “S’è spento il lume” di Salvatore Cammarano. Poi,nel 1851, abbandonata la maschera simbolo di Napoli, per ricoprire il ruolo del borghese “Pascariello” ne“L’innocenza in trionfo” di Cerolone , si cimenta nella drammaturgia, malgrado sia semianalfabeta, facendosi aiutare nella scrittura da Giacomo Marulli, che diventa il revisore ufficiale delle sue opere, la prima delle quali è: “Pulicenella finto dottore e pezz’a l’uocchie”. Giunto all’apice della carriera, nel 1852, sulle travole del San Carlino riceve dalle mani del padre Salvatore la maschera di Pulcinella, suggello della trasmissione della sua eredità artistica,che porta avanti,  recitando nelle parodie : “Il mio cadavere”, adattamento di un dramma di De Lise , “L’appassionate  pe lo romanzo de lo zio Tom”,  scritta da Marulli e Altavilla e tratta dal romanzo “La capanna dello zio Tom” e “Na famiglia ‘ntusiasmata pe la bella musica de lo Trovatore”, dal “Rigoletto”  di Giuseppe Verdi. Negli anni Sessanta, influenzato dal Verismo, fonde nei suoi testi Commedia dell’Arte e Varietà, anticipando il genere  novecentesco della Rivista, che mette in scena  presso il Teatro Capranica di Roma, dove si trasferisce. Quindi, rientrato a Napoli , continua a scrivere opere in cui contamina cronaca e racconto di eventi sociali (“Pascariello da pezzente cafone diventa ricco” e “Guard’a voi! Una nuova donna barbuta”) ,cui si aggiungono ancora  parodie di testi letterari : “Faust”, “La Francesca da Rimini”e  “La bella Elena”  e commedie, in cui si affontano tematiche di attualità: “So muorto e m’hanno fatto turnà a nascere”,incentrata sulla metempsicosi, “La lotteria alfabetica” , critica all’industrialismo piemontese , “Tre banche a ‘o treciento pe mille”  e “Nu studio ‘e spiritismo pe fa turnà li muorte ‘a l’atu munno”, ispirate  a vincende storico-politiche italiane. La sera del 24 marzo 1876, colpito da un attacco cardiaco dietro le quinte del San Carlino, muore ,all’età di cinquantaquattro anni, senza ricevere i conforti religiosi, essendosi professato di idee liberali, allora invise alla Chiesa. Di lui, scrisse il letterato , poeta e saggista Salvatore Di Giacomo: “Già molti politici della seconda metà del suo secolo avevano cominciato a soffiar non so che fuoco “liberale” nel nostro attore: egli , a un tratto, mutò registro e riuscì , come dicono i retori posteri, a nobilitare la maschera. Io dico che la snaturò : proprio. Era stato il signore Pollicinello fino a quel punto un gaglioffo burlone , volgare impasto di malizia e d’ignoranza , coniuge sconoscente, pauroso, ghiottone, ineducato. Petito, nel quale i giornali rinfocolavano i diritti dell’uomo , dimenticò che Pulcinella era appunto un uomo: lo liberò subitamente dal suo fondo di degenerazione innata,cosciente , e gli dette un carattere. Animoso, quasi nobile, quasi coraggioso, sentenzioso perfino, ecco il nuovo Pulcinella, incarnato in un comico davvero mirabile. Ah, che comico! Tuttavia, ne’ momenti in cui, ricacciata per la porta, la vecchia maschera rientrava con tutto l’antico suo bagaglio per la finestra , come Petito stesso, dimentico o resipiscente , dovette pensare che nulla davvero muta a questo mondo e che i Pulicenelli son…sempre gli stessi”.