Gio. Lug 7th, 2022

Eclettico, provocatore, irriverente, controverso, per nulla misurato.
Salvador Dalì, nella sua intensa vita, fu tutto questo. Oggi, una mostra studiata ad hoc, “Branding Dalì. La costruzione di un mito”, allestita presso il suggestivo Palazzo Fondi, a Napoli, ne analizza tutta la portata, a suo modo rivoluzionaria. Viene dato risalto alla produzione forse meno conosciuta di un artista che, nel bene e nel male, ha saputo anticipare i tempi.
La mostra “Branding Dalì. La costruzione di un mito” è stata curata da Alice Devecchi e organizzata da Le Les Art, in collaborazione con con-fine edizioni e Me-diterranea Art, con il patrocinio del Comune di Napoli Partner Vivaticket, Palazzo Fondi Allestimento ART.URO Arte e Restauro. Il prestigioso evento è stato preceduto da un’interessante anteprima per la stampa. L’esposizione, visitabile dal 25 ottobre fino al 2 febbraio 2020, rientra nel progetto di rigenerazione urbana temporanea di Palazzo Fondi, inaugurato il 13 marzo del 2018, sviluppato e realizzato da Urban Value insieme all’Agenzia del Demanio, comune di Napoli e Soprintendenza Archeologica Belle Arti e Paesaggio (ABAP).
Come ha detto nel corso della conferenza la curatrice Alice Devecchi, Dalì è attuale “perché ci racconta dal passato qualcosa del nostro presente”.

Oltre alla dott.ssa Devecchi, sono intervenuti: Simone Mazzarelli, Founder e CEO di Urban Value, Carmine Piscopo, Assessore ai beni comuni e all’urbanistica del comune di Napoli, l’architetto Francesca Gasparetto e Gino Fienga, editore di con-fine edizioni  e curatore della mostra.
Hanno contribuito alla realizzazione di questa esposizione e a rendere l’anteprima una sorta di evento nell’evento, la dott.ssa Alessandra Zanchi, ufficio stampa nazionale, e la dott.ssa Emma Di Lorenzo, ufficio stampa regionale.

Il percorso espositivo mette insieme più di centocinquanta opere provenienti dalle collezioni della società francese Mix’s Art. Particolarmente suggestivi sono i tarocchi, le tauromachie surrealiste e le illustrazioni xilografiche della Divina Commedia.
Ogni opera dispiega un universo fatto di immagini oniriche.

Salvador Dalì è riuscito a diventare immortale rendendosi egli stesso opera d’arte, unica, ineguagliabile, in un mondo effimero, caratterizzato dalla facile riproduzione tecnica, diventando “brand” di se stesso.
Non è facile parlare di questo artista. Sulla valutazione complessiva del genio catalano pesano radicate connotazioni negative: il suo essere uno snob, le presunte (ma sempre smentite) simpatie per i regimi fascisti, la sua ambizione smodata, tanto da essere prima “processato” e poi allontanato dai Surrealisti, con cui aveva condiviso un notevole pezzetto di strada. Proprio il teorico di questa corrente, André Breton, lo definì: “Avida Dollars”, un anagramma che poneva in luce la ricerca ossessiva di successo, fama, gloria e denaro dell’ex amico, ma anche, implicitamente, la sua innata capacità di trasformare in oro tutto ciò che toccava.
In questa affannosa ricerca, a giudizio di chi scrive, non manca, tuttavia, un filo di melanconia per la caducità della vita e persino degli affetti. Perché i cinici sono davvero i peggiori sentimentali.

Un monito, questo di Dalì, davvero universale.

di Eleonora Belfiore