Sab. Dic 3rd, 2022

ROMA- Spuntano come funghi ogni giorno: coop, associazioni, o altri soggetti, pronti a sostenere il dramma dei bambini. Lo facciamo sia per l’estero sia in casa nostra. Ma quello che gira intorno alle esigenze dei bambini è un grande business di non poco conto. I dati del 2014 danno oltre 20 mila minori soli che hanno bisogno di tutto. Però si scopre che in questo grande paniere di esigenze non tutto viene fatto con generosità come dovrebbe, ma l’interesse economico sembra essere sempre l’interesse maggiore. Infatti questi piccoli rendono 140 mila euro all’anno a minore.

E pensare che in Italia le coppie in attesa di riconoscimento per adottare un minore sono quasi diecimila. Se quella lenta e inutile burocrazia tutta italiana si muovesse più celermente, metà di questi bambini avrebbe una casa e una famiglia, e lo stato risparmierebbe un sacco di quattrini. Purtroppo mancano i controlli, e spesso questi bambini vengono pagati come se fossero merce da barattare. Ci sono vuoti legislativi tali da trasformare il capitolo tariffe in una giungla. Ogni Comune ha le sue tariffe: un ventaglio molto ampio che va dai 70 ai 400 euro in base all’assistenza. La media nazionale delle quote si aggira attorno ai 120 euro a minore ma ci sono centri che si fanno pagare tre volte tanto, arrivando anche in alcuni casi a 400 euro a minori. Ma spesso, proprio in virtù di una carenza di controlli, a questi bambini non viene reso il servizio che meritano in base ai costi giornalieri che percepiscono associazioni o coop.  Non in tutte le regioni i 400 euro a minore sono un reato, perché non c’è una legge bene precisa che stabilisce i compensi esatti. C’è da dire che ci sono centri che hanno a loro interno anche assistenza medica e neuropsichiatri, quindi il costo può essere anche giustificato dall’alta qualità di assistenza ai bambini, ma in altri casi ciò non esiste, ma i costi sono ugualmente alti. È raddoppiato il numero dei bambini stranieri non accompagnati sbarcati in Italia: nel 2015 erano 12.360, nel 2016 sono saliti a quasi 26mila, quindi il piatto diventa sempre più ricco e conviene aprire una casa famiglia o un centro di accoglienza per minori.

Ma quello che preoccupa di più è che intorno alle esigenze e i bisogni dei bambini, gira un business di molti soldi, e questo, in Italia, significare corruzione o imbrogli, a discapito invece di chi ha bisogno. Le coop che si occupano di minori sono aumentate a dismisura, quelle registrate nella banca del ministero dello Sviluppo economico sono ventimila. Per aprire una coop bastano tre persone e una firma dal notaio. Per avviare una comunità per minori sono sufficienti un po’ di stanze in affitto. Per le autorizzazioni non ci sono iter complicati, spesso si basano molto sull’autocertificazione.  I controlli non sono sempre efficaci, in alcuni casi, per motivi di risorse umane, essi non vengono nemmeno fatti. Va precisato che, ispettori a parte, entrare per una visita o un controllo nelle comunità e nelle case famiglia non è scontato. Ci entrano solo i responsabili, quelli che ci lavorano (medici, addetti alla mensa e alle pulizie) e, previo avviso, i tutori e gli assistenti sociali. Quindi non è immediato identificare chi non rispetta le regole o non tratta i ragazzi come dovrebbe. In alcuni casi i controlli avvengono solo dopo segnalazioni di maltrattamenti alle forze dell’ordine e alla Procura dei minori.

È chiaro che non va fatto di tutta un’erba, un fascio, e una comunità che funziona male distrugge tutto il lavoro delle comunità che lavorano bene. Ci vogliono più controlli sulla qualità della vita nelle strutture e sulla gestione dei soldi pubblici.

Tanti bambini accolti in comunità, una famiglia ce l’hanno, però sono stati allontanati perché il clima a casa è stato ritenuto pericoloso e malsano. Ai genitori e ai parenti tuttavia sono consentite le visite e sono i giudici a stabilirle durante le sentenze di allontanamento. Tuttavia è meglio che gli incontri non avvengano né nella casa d’origine né all’interno della comunità. Si scelgono degli spazi neutri, spesso molto lontani da casa, anch’essi gestiti dalle associazioni o dalle cooperative. Ed ecco che pure quei momenti così intimi, sospesi nel vuoto, sofferti, agognati, diventano un’ennesima occasione di guadagno. Calcolando che spesso i bambini vengono allontanati dalle famiglie povere, il metodo suona come una cattiveria ulteriore. Anche se, è comprensibile, le cooperative devono pagare lo spazio degli incontri, le bollette e il personale. Se i genitori non possono sostenere la spesa, allora provvedono i Comuni ma gli incontri diventano molto meno frequenti e non viene rispettata la disposizione dei giudici. Per concludere, ci vuole una nuova normativa che dia la possibilità ai bambini di riavere la vita che avevano e che hanno altri bambini. Se si toglie un bambino ad una famiglia povera è pura cattiveria, perché invece di fare arricchire questi soggetti è meglio rendere alla famiglia povera il corrispettivo di un costo per bambino alla famiglia, e dargli la possibilità di non farlo uscire dal calore familiare. Altri casi invece vanno valutati accuratamente dalle autorità preposte, e messo in cantiere, sempre, che il bambino deve avere una vita fuori dalle mura delle case di accoglienza.