Mar. Ago 9th, 2022

L’esultanza va bene, ma va sempre ricordato che è il popolo intero che vota e decide se qualcosa è cambiato. Il primo test per Zingaretti sono le europee, quindi è da qui che si capisce se il partito è rinato o chi ha votato ai gazebo sono quella parte di elettorato affezionato che però non spinge il partito oltre il 10%.

Con Zingaretti alla guida del partito finisce l’era Renzi. Un periodo che ha distrutto completamente il partito e messo alla berlina in ogni tornata elettorale. Con Zingaretti però c’è il rischio che tutto torni come prima e quella grande innovazione non ci sarà.

Potrebbe essere un risveglio amaro se si considera che ora tutti sembrano orientati a tornare. Il ritorno dei “padri nobili”, con Romano Prodi che annuncia che finalmente potrà riprendere la tessera, ed è uno di quelli che ha distrutto il paese portandolo prima in Europa e poi come capo del governo non è mai riuscito a resistere più di due anni.  Si avvicinano personalità come Roberto Benigni, Francesco Guccini e Nanni Moretti. Già si sente odoro di riavvicinamento della vecchia Ditta dei Bersani e dei D’Alema; i dirigenti dell’ala vincente che celebrano la “voglia di sinistra” del Paese.

Poi c’è l’esultanza dei media di riferimento, che proclamano il “ritorno della sinistra” sulla scena politica. Ma tutto questa gioia nasce perché per tutto è arrivata la fine dell’era Renzi, la liberazione da quello che, per l’establishment post-Ds e per il mondo del collateralismo intellettual-artistico-giornalistico è sempre stato un corpo estraneo. Ma il vero risultato deve arrivare dalle urne, e lì che si capisce se il PD esiste ancora o è soltanto un fuoco di paglia enfatizzato dai media per la vittoria del nuovo segretario, ma agli elettori non interessa nulla dei Dem.