Mar. Dic 6th, 2022

Una città sotto assedio, completamente abbandonata al suo fatale destino. Questa è Napoli nei suoi giorni più difficili, dopo l’armistizio dell’ 8 settembre. La città vive ore drammatiche in attesa di una liberazione che sembra non arrivare mai mentre si susseguono distruzioni, rastrellamenti e deportazioni di civili da parte tedesca.

Dal 27 settembre inizia una vera e propria caccia all’uomo, senza distinzione d’età: diciottomila persone sono fermate, portate via, arrestate. I nazisti procedono anche alla distruzione sistematica delle fabbriche e del porto.

Poi, alla notizia dell’esecuzione spietata di un giovane marinaio esplode la rivolta. In breve l’intera città è in prima linea, si alzano le barricate in tutti i quartieri.

Come a Parigi, quasi cent’anni prima, in un altro mondo, in un altro tempo…

I napoletani decidono di impugnare le armi e di combattere strada per strada, vicolo per vicolo contro gli ex alleati. Alla fine, più di trecento persone pagheranno questa decisione coraggiosa con la vita.

A poche ore dalla fine delle consuete iniziative per ricordare questo importante evento, il valore di quelle gloriose giornate continua a risiedere proprio nella capacità di fare la scelta più giusta nell’ora più buia.

I napoletani di allora non scelsero la via più semplice ma decisero, invece, di porre fine alla lunga “nottata” di eduardiana memoria attraverso la lotta aperta. Imbracciarono le armi, lanciarono bombe, tesero agguati, costringendo le truppe tedesche alla resa, alla fuga.

Resistettero al nemico artisti, poeti, scrittori. Anche Sergio Bruni, che diventerà il re della canzone napoletana, venne ferito. Nel dopoguerra, le medaglie d’oro furono assegnate alla città di Napoli e ai quattro scugnizzi morti: Gennaro Capuozzo (12 anni), Filippo Illuminati (13 anni), Pasquale Formisano (17 anni) e Mario Menechini (18 anni). Medaglie d’argento alla memoria di Giuseppe Maenza e di Giacomo Lettieri; ai comandanti partigiani Antonino Tarsia, Stefano Fadda, Ezio Murolo, Giuseppe Sances; medaglie di bronzo a Maddalena Cerasuolo, Domenico Scognamiglio e Ciro Vasaturo.

Le azioni di scontro in ogni quartiere della città, in particolar modo all’Arenella e a Capodimonte, protratte fino alla mattina del primo ottobre, furono decisive per affrettare l’abbandono della città da parte delle truppe tedesche che avrebbero voluto ridurre Napoli a cenere e fango.

Quando gli alleati entrarono in città, non trovarono il nemico. La città  si era liberata da sola.

Perché Napoli è una fenice oscura.

Essa sopravvive sempre. Persino alla sua stessa dannazione…

Poche ore dopo, con l’arrivo degli americani, iniziò il lungo, faticoso e mai portato a termine cammino verso la normalità, tra cumuli di macerie, apocalittiche eruzioni del Vesuvio e povertà estrema.

Il mercato nero, prostituzione ed epidemie, la criminalità, l’abbandono delle istituzioni cancelleranno la storia che è stata, relegando Napoli al ruolo nazionale ed internazionale di figlia di un dio minore…

E’ la Storia, quella vera, lontana da ogni forma di manipolazione, da ogni banale cliché, a restituirci la grandezza, il valore e la dignità umana di quel lontano settembre napoletano.

Cosa furono, allora, le Quattro Giornate? Non una lotta politica e neppure una rivolta popolare esaltata dalla storiografia, ma un atto d’amore dei napoletani verso la propria città e verso l’Italia, in nome della libertà, un vento ristoratore che niente può eguagliare.

di Eleonora Belfiore