Gio. Feb 2nd, 2023

PARETE- Oggi è il giorno dei funerali di Francesco e Antonietta, le due vittime del duplice omicidio che ha scosso la comunità di Parete per l’efferatezza con cui si sono verificati i fatti. Abbiamo chiesto alla Dr.ssa Letizia Servillo, Psicologa, psicoterapeuta sistemico-relazionale cosa può scatenare la furia omicida, e cosa si può fare per evitare che altri casi analoghi possono accadere.

  • Perché una persona arriva a commettere un efferato delitto nei confronti dei genitori?

Purtroppo, sono numerosi i casi di parenticidio, molte possono essere le cause in gioco. Ma occorre anche sottolineare che uno dei fattori più predisponenti è sicuramente l’esistenza di problematiche psicopatologiche gravi, che spesso slatentizzano alti livelli di aggressività.

Tali elevate dosi di aggressività diventano una vera e propria bomba ad orologeria, che non trovando canali per fluire in maniera subliminata, dirompe e rompe gli argini delle “comuni” modalità comportamentali, finendo in una vera e propria tragedia molto spesso già fantasticata.

Inoltre, il parenticidio va anche compreso all’interno del sistema familiare in cui il delitto prende piede: possono, infatti, entrare in gioco modalità relazionali disfunzionali e invischianti. Sembra, infatti, che questo atto così aggressivo permetta di svincolarsi, di recidere, strappare un legame sentito come eccessivamente asfissiante ed opprimente. In queste famiglie, non entrando nello specifico del caso, si possono attivare dei giochi emotivi molto pericolosi, che diminuiscono la soglia della tollerabilità per l’altro, per cui non ci sarà molto spazio per l’ascolto empatico e la comprensione.

  • Ci sono cure adatte ad aiutare i giovani che mostrano evidenti segni di scompensi comportamentali?

Proprio rispetto a quanto detto sopra, anche in base alla mia formazione come psicoterapeuta sistemico-relazionale, ritengo che occorra un aiuto sistemico di supporto, sostegno e cura non solo ai giovani “problematici”, ma sarebbe anche opportuno prendere in carico l’intero nucleo familiare. Perché molto spesso, come ci insegna l’ottica sistemico-relazionale, un figlio “spostato” può essere portavoce di giochi intrafamiliari che sostengono inconsapevolmente tali “scompensi”. Il figlio con il suo sintomo viene a configurarsi come il portavoce di un malessere che parte sì da lui, ma che trova le sue radici nel proprio ambiente familiare. E per usare una metafora ecologica, non si può curare un albero sradicando le sue radici, ma occorre curare albero e radici, solo così potrà ricominciare a rifiorire. Ma mi rendo conto che è un intervento molto complesso da mettere in atto, perché implica una messa in gioco anche di elementi sociali, culturali e trigenerazionali.

  • Quanto è efficace l’ascolto per queste persone?

Ci troviamo di fronte a volte a persone che vengono ascoltate troppo poco o troppo male. L’ascolto autentico implica, infatti, un’attenzione all’altro che soprattutto oggi difficilmente abbiamo. Ascoltare l’altro in maniera attiva ed empatica significa veramente essere presenti e incontrare l’altro nella sua diversità, questo è prerequisito fondamentale per predisporsi alla comprensione. Invece, molto spesso l’altro non viene visto per ciò che è, ma per tutta una serie di proprie aspettative, di propri sospesi, per cui l’altro diventa solo uno specchio nel quale narcisisticamente riflettersi, con un vero e proprio annullamento dell’altrui identità personale. E di fronte a questo pericolo, di sentirsi “il nulla” addosso l’altro può iniziare a difendersi anche in maniera aggressiva e impositiva: “Se non mi vedi/ascolti, ti obbligo a farlo!”. Per cui offrire degli spazi di ascolto attivo e empatico, di relazioni autentiche, può essere un fattore di protezione per questi giovani in cui specchiarsi senza annullarsi e con-fondersi.

  • Cosa possono fare i genitori quando si rendono conto che un figlio inizia ad avere comportamenti non idonei?

Sicuramente chiedere aiuto, uscire dal silenzio e dal tradizionale/culturale pensiero “i panni sporchi si lavano in famiglia”, perché poi quei panni si possono sporcare anche di sangue. Non c’è vergogna, non c’è colpa a rivolgersi oltre alle istituzioni, a professionisti, che possano sostenerli nel ripristinare l’equilibrio familiare laddove possibile e se la patologia non si sia già incistata, rendendo il lavoro ancora più difficile e complesso. In questo modo tutti possano ritornare al loro posto in famiglia e nessuno resta più “spostato”. Mi piace pensare che i veri “scompensati” non ci vanno dal professionista perché c’è un grado di consapevolezza sintomatologico molto spesso pari a zero, è più semplice che dal professionista ci vadano i sani di mente. Ne approfitto anche per lanciare un messaggio culturale.

  • La psicologia aiuta ad eliminare gli scompensi?

Questa è una bellissima domanda, perché mi evoca tutta una serie di aspettative magiche che investono anche culturalmente la nostra professione. Coerentemente a quanto detto fino ad ora, la psicologia può portare la famiglia e il giovane a rileggere la sintomatologia in un quadro molto più complesso, ristabilendo connessioni e riattivando modalità comunicazionali e relazionali sicuramente più funzionali, in un tempo e spazio adeguato. Tale difficile e, in casi così complessi, certosino lavoro psicologico può dunque portare a ridurre i livelli d’ansia all’interno del contesto familiare. Solo insieme alla famiglia, è possibile trovare il capo di quella matassa di indifferenziazione (Bowen) e simbiosi relazionale al fine di facilitare così movimenti di individuazione e autonomizzazione degli individui, che possono dunque differenziarsi “scegliendo” modalità meno distruttive.

  • Può essere un odio profondo dovuto alla carenza di comunicazione tra genitori e figlio che può portare ad un omicidio.

In ogni tipo di relazione, occorre sempre considerare una buona dose di amore e di odio, come lo ying e lo yang, gli opposti devono sempre essere integrati. Però certamente in queste famiglie possiamo trovare un tipo di comunicazione disfunzionale, che può essere poca o anche troppa (si dice molto, ma di poca sostanza), come sempre la verità è nel mezzo e gli eccessi sono sempre dannosi e pericolosi per la propria e altrui salute fisica e mentale.

  • Quanto può fare la scuola e la vita sociale per evitare il verificarsi di episodi violenti?

Molto. Perché stiamo parlando di reti di sostegno culturale, amicale, in cui i giovani possono in maniera compensatoria trovare persone di riferimento, ascolto attivo e contenimento che non riescono a trovare nel proprio contesto familiare, vuoi per fattori caratteriali o più complessi. La solitudine viene, infatti, sempre più vissuta e sentita purtroppo come un vuoto incontenibile e questo può attivare tutta una serie di re-azioni anche aggressive, pur di non restare in questo vuoto. Più dunque si allarga la maglia della rete, più si può attutire la sensazione di oppressione e immobilità di cui abbiamo parlato precedentemente. Inoltre, il sociale e il sanitario possono comunque attivare percorsi ad hoc, tesi proprio a supportare questi giovani e le loro famiglie in una vera e propria educazione della sfera emotiva e relazionale, laddove non sia possibile attivare un percorso privato. Anche se oggi giorno non è solo elitario. Per tornare alla metafora, un albero e le sue radici devono comunque sempre essere piantati in un terreno favorevole, per crescere e fiorire.