Ven. Feb 3rd, 2023

Primavera 1960 . Roma , Largo Argentina . Sul palcoscenico dell’omonimo teatro  ,  gli attori Enrico Maria Salerno e Ivo Garrani , attendono l’arrivo del collega Giancarlo Sbragia , per  dare inizio alle prove di : “Sacco e Vanzetti” , spettacolo di Mino Roli e Luciano Vincenzoni . “Io , non so , io non capisco! …Ho parlato al telefono , mezz’ora fa con Sbragia e mi aveva rassicurato che sarebbe arrivato in orario …Nooo, va bene , per carità !…uno può anche dirmi  che non gli interessa più il progetto ..che non è più d’accordo a fondare una compagnia , che non ha voglia , pazienza per tirarla su e farla crescere … che ha paura di sfidare il “sistema” e,  per “sistema” intendo certa critica asservita , proponendo spettacoli impegnati dal punto di vista sociale…ma che , almeno , abbia il coraggio di presentarsi qui e parlar chiaro ! …dopotutto , prima che colleghi , siamo amici!…” . “Dai , Enrico , non prendertela così !” , tenta di rabbonirlo  Garrani , continuando : ” In fondo , sai  com’è fatto Giancarlo : è uno spirito libero , un puledro indomabile …non ha regole ,  orari …è un approssimativo ! ….Nooo , non devi pensare di lui che non sposi , che non condivida quanto e come noi , il progetto di un teatro per e dalla parte della gente …Lui ha la nostra stessa urgenza di giustizia sociale !…” . ” “Lui , ha urgenza di giustizia sociale ? …Se avesse una qualche “urgenza” , come la chiami  tu , sarebbe qui adesso e non chissà dove !…”  , tuona Salerno , aggiungendo: “Sai qual è la verità ? … a lui , non gliene importa un accidenti della Giustizia sociale , della gente , degli spettatori…Sbragia  è narcisista ed egocentrico,  come la maggior parte degli attori …a lui interessa interpretare bene la sua parte , far bella figura !…E’ convinto che recitare sia una questione di transfert , di immedesimazione …Ha il culto dell’attore , mentre , invece , l’attore è solo un mestiere e neanche dei più nobili , visto che si cerca di rendere vero il falso !….Noo, basta ! …se continua così , con quest’atteggiamento da “prima donna” ,   sarò costretto a metterlo alla porta…d’altronde la nostra compagnia , non si chiama degli “Attori Associati” ?” .

“Io resto sempre e comunque con Diderot e mai con Stanislavskij : non credete a quegli attori che parlano di transfert , di emozioni medianiche. E’ solo un mestiere e neanche dei più nobili , visto che si cerca di rendere vero il falso” . Così ,  l’attore Enrico Maria Salerno rispondeva a un giornalista che gli chiedeva cosa significasse fare l’attore. Nato a Milano il 18 settembre del 1926 , secondogenito di  Antonino, avvocato di origine siciliana e di Milka Storff , violinista jugoslava, a soli diciassette anni , dopo l’armistizio dell’8 settembre del 1943 , aderì alla Repubblica Sociale Italiana come ufficiale della Guardia Nazionale Repubblicana . Catturato e imprigionato dai partigiani   nel campo di Coltano (Pisa) , sopravvisse e fu liberato . Lasciatosi alle spalle la terribile esperienza della guerra e della prigionia  , fatto ritorno a Milano  ,dove  ebbe  diverse esperienze teatrali,  anche nell’ambito dell’operetta , entrò nella compagnia di Laura Adani e Sergio Tofano . Scritturato nel 1950 da Giorgio Strehler per lo spettacolo : “La morte di Danton”  , collaborò per breve tempo con il regista del Piccolo Teatro, subito reclutato da Orazio Costa , che gli affidò ruoli importanti in spettacoli classici. Messosi in luce come attore di punta della nuova generazione , grazie all’interpretazione de “I fratelli Karamazov” , dal 1955 al 1958 fu “primo attore” del Teatro Stabile di Genova , portando in scena (anche come regista) opere di Shakespeare , Alfieri , Cechov , Plauto , Dostoevskij , Pirandello e Giraudoux. Esordito nel cinema fin dal 1952, in ruoli minori , si impose all’attenzione dei critici soltanto nel 1960 , anno nel quale vinse il Nastro d’Argento , impersonando un farmacista invalido nella pellicola di Florestano Vancini “La lunga notte del ’43” .         Fondata insieme con i colleghi Ivo Garrani e Giancarlo Sbragia,  la “Compagnia degli Attori Associati” , gruppo che allestì spettacoli impegnati e di critica sociale come “Sacco e Vanzetti” di Mino Roli e Luciano Vincenzoni , fu protagonista di  stagioni teatrali di successo ,  nell’arco del ventennio Sessanta/Settanta ,  prendendo parte a piecè e a commedie musicali  : “Chi ha paura di Virginia Woolf ?” , di Edward Albee,  diretta da Franco Zeffirelli , “Manfred” di Byron , “Le rose del lago” , di Franco Brusati , “Fra un anno alla stessa ora” di Bernard Slade, “Viola , violino e viola d’amore” di Garinei e Giovannini e “Il magnifico cornuto” di Fernand Crommelynck .  Alternato al teatro il grande schermo ( recitò  , infatti ,  in film drammatici , quali : “Il Vangelo secondo Matteo” di Pier Paolo Pasolini e“Io la conoscevo bene” di Antonio Pietrangeli  e in  commedie come : “L’ombrellone” di Dino Risi e “L’armata Brancaleone” di Mario Monicelli) , raccolse largo consenso anche come regista cinematografico , dirigendo nel 1970 la pellicola sceneggiata da  Giuseppe Berto : “Anonimo veneziano” , per la quale ottenne un David di Donatello . Portati in scena nel decennio Ottanta  l’“Otello” di Shakespeare e “Sei personaggi in cerca d’autore” di Luigi Pirandello ,  fu anche  regista della miniserie televisiva campione d’ascolto  “Disperatamente Giulia”, tratta dall’omonimo romanzo di Sveva Casati Modigliani .  Già attore , fra il 1957 e il 1969  , di seneggiati storici della Rai  come  “Orgoglio e pregiudizio” , di Daniele D’Anza , “Umiliati e offesi” , di Vittorio Cottafavi ,   “Mastro Don Gesualdo” , di Giacomo Vaccari e   “La famiglia Benvenuti”)  , nel 1992 partecipò alla serie di Florestano Vancini “Piazza di Spagna” .  Calcati  i palcoscenici d’Italia  fino al gennaio  del 1993 con il dramma di Arthur Miller “Morte di un commesso viaggiatore”,  di cui fu anche regista , scomparve  il 28 febbraio del 1994   , a Roma , presso il Policlinico Gemelli ,  all’età di sessantasette anni , per via di un tumore ai polmoni . Assistito dalla seconda moglie Laura Andreini e dai  cinque figli avuti dalla prima moglie Fioretta Pierella e dalla collega Valeria Valeri  , ha trasmesso la sua eredità di interprete alla figlia Chiara , che nell’1982 aveva debuttato al suo fianco nella pièce “Tabù” . Degli attori diceva spesso   : “Non siamo calzolai che fanno le scarpe per gli altri su misura . Quello che facciamo lo facciamo per noi stessi e se agli altri piace bene , se non piace , non importa. Il nostro non è un mestiere, è un destino che devi assecondare , altrimenti ti spegni . Se non recito , non sono io” .