Mer. Nov 30th, 2022

Inverno 1968. Roma, via Cristoforo Colombo,strada che collega il centro della Capitale con Ostia, località turistica sul Mar Tirreno. Nella sede del settimanale L’Espresso, il direttore responsabile e amministrativo del giornale, Eugenio Scalfari, presiede la riunione di redazione insieme con il collega Lino Jannuzzi , con il quale ha lavorato all’inchiesta sul SIFAR, Servizio informazione militare, ovvero i servizi segreti  italiani, per far conoscere il presunto tentativo di un colpo di Stato, ribattezzato “Piano solo”.

Secondo i due giornalisti, per impedire la presa del potere da parte del Pci  e dei suoi alleati, nel 1964, il Comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, Giovanni De Lorenzo ,aveva predisposto, con il benestare del Presidente della Repubblica, Antonio Segni, un piano d’emergenza speciale  a tutela dell’ordine pubblico, facendo entrambi pressione sul Psi affinché rinunciasse alle riforme ed accettasse di formare un secondo Governo Moro, in quanto preoccupati dell’attuazione del suddetto piano, sul quale indagò un’apposita commissione parlamentare , che  poi escluse ogni tesi di tentato colpo di Stato.

Tuttavia, Scalfari e Januzzi  condannati, rispettivamente, a 17  e 16 mesi di reclusione, avevano evitato la detenzione grazie all’immunità parlamentare offerta loro dal Psi di Pietro Nenni. Infatti, alle elezioni del 1968, alle quali si erano candidati entrambi ,Scalfari, era stato eletto deputato e Januzzi, senatore, cariche per le quali si videro costretti ad abbandonare il settimanale (La vicenda giudiziaria si sarebbe chiusa definitivamente solo nel dicembre 1972  con la remissione della querela da part di De Lorenzo). Eccoli dunque, in ambasce per dover comunicare ai propri giovani redattori, alcuni ancora alle prime arrmi, l’imminente cambiamento.

“Buongiorno a tutti!…Scusate se vi ho fatto venire qui un’ora prima!…Il fatto è che ho una comunicazione importante da farvi…”, annuncia Scalfari, continuando: “Sapete tutti della condanna mia e di Jannuzzi per l’inchiesta SIFAR-“Piano Solo” e dell’immunità ottenuta in qualità di eletti…Ebbene, il regolamento parlamentare vuole le nostre dimissioni dal giornale , dunque, da domani, io non sarò più il vostro direttore e anche Jannuzzi lo abbandonerà molto presto, ma io vorrei che conservaste sempre memoria del lavoro svolto insieme e di quei pochi, ma importanti, principi base del nostro lavoro…Per prima  cosa, ricordate sempre che il vostro deve essere un “giornalismo di comunità” , un giornalismo da intendere come “ campo di battaglia”, in cui battersi per la verità, ma mi raccomando : state attenti a non farvi trarre in inganno dalla superbia e diffidate dalle certezze…Ad accompagnare il vostro lavoro sia piuttosto il dubbio…come insegna Socrate : “Tutto ciò che so, è di non sapere”…Secondo punto importante: osate!, dovete osare!…e per “osare” intendo dire che dovete avere sia il coraggio di raccontare ciò che gli altri, per timore o deferenza nei confronti del potere, evitano o rifiutano di raccontare, che il coraggio di innovare, di sperimentare nuovi linguaggi e nuovi stili narrativi…Infine, svolgete il vostro lavoro con serietà,  tenendo sempre presenti le regole e i principi della Deontologia ma, al tempo stesso,  non dimenticate l’umorismo , la satira, la “levità”, che non è  superficialità, ma anzi: è leggerezza carica di profondità!…Dal canto mio, ogni volta che  avrete bisogno di un consiglio, di un parere, mi troverete accanto a voi, al vostro fianco, pronto, come sapete, anche a criticarvi aspramente e senza sconti…La sincerità è un dovere morale verso se stessi prima ancora che nei confronti degli altri!…quindi, sarò sempre obiettivo, pur amandovi come colleghi e aspiranti tali  e come cari amici!…Tuttavia, se credete davvero in voi stessi, non rinunciate alle vostre posizioni solo per una mia opinione negativa e contrastante: abbiate la forza e il carattere per difendere e portare avanti le vostre idee e convinzioni!…In ultimo, se potete, serbatemi nella vostra memoria e cercate di non dimenticare non tanto me , quanto l’esperienza di questi anni insieme a L’Espresso, perché, io, statene certi, anche se altrove, anche se  nelle Aule del Parlamento, non lo farò,non me ne dimenticherò, mai!…”.

“Il giornalismo è un viaggio all’esterno di sé, i libri sono un viaggio dentro di sé. Scelsi il nome “La Repubblica”, per fondare un giornale, perché volevo dargli  un carattere politico nazionale e raccontare un Paese dove la corruzione è colpa degli stessi italiani. Gli italiani hanno una classe dirigente sulla quale adesso molti sparano, ma la classe dirigente siamo noi che la votiamo. Ogni Paese ha la classe dirigente che si merita e se noi da mezzo secolo abbiamo sempre gli stessi problemi, è segno che noi li alimentiamo o li tolleriamo o ci campiamo dentro bene. Questo non va bene”. Così, il giornalista, scrittore e politico Eugenio Scalfari, nel corso di un’intervista, esprimeva la sua idea sul giornalismo e sulla società italiana.

Nato a Civitavecchia (Roma), il 6 aprile 1924 da genitori calabresi, dopo i primi anni di liceo trascorsi sui banchi del Mamiani di Roma, si trasferisce a Sanremo,in Liguria, con la famiglia, causa lavoro del padre,chiamato a dirigere il celebre casinò, e qui frequenta il liceo Classico G.D. Cassini, divenendo compagno di banco del futuro scrittore Italo Calvino.

Nel ventennio fascista, pur appassionato di lettura e di scrittura, diplomatosi, si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza, collaborando però come giornalista con “Roma Fascista”, organo ufficiale del Gruppo Universitario Fascista di cui, nel 1942, diventa, su nomina, caporedattore e con riviste e periodici legati al fascismo, quali: “Nuovo Occidente”, diretto da Giuseppe Attilio  Fanelli.

Tuttavia nel 1943, avendo scritto sulla prima pagina di “Roma fascista” una serie di articoli di denuncia delle speculazioni da parte dei gerarchi del Partito Nazionale Fascista, inerenti alla costruzione dell’EUR, viene espulso dal GUF e dal partito fascista  con l’accusa di essere un “imboscato”, su decisione dell’allora vicesegretario Carlo Scorza.

Nel Dopoguerra, avvicinatosi al neonato Partito Liberale Italiano, alterna all’impiego presso la Banca Nazionale del Lavoro, la collaborazione con i settimanali “Il Mondo” ,diretto da Mario Pannunzio, e L’Europeo, diretto da  Arrigo Benedetti, divenuta poi una professione a tempo pieno, dopo il licenziamento da parte dell’istituto bancario, per via di una serie di articoli sulla Federconsorzi contestati dalla direzione.

Partecipato alla fondazione del Partito Radicale, nel 1955 , dà vita al  settimanale L’Espresso di cui è dapprima direttore responsabile  e, poi, a partire dal 1963 , anche direttore amministrativo: in cinque anni, il giornale arriva a superare il milione di copie vendute.

Nel 1967, però, pubblicata insieme con  Lino Jannuzzi l’inchiesta SIFAR, sul  presunto colpo di Stato, denominato “Piano Solo”, viene querelato con il collega dal Generale De Lorenzo e condannato a quindici mesi di reclusione (Jannuzzi, a quattordici), nonostante la richiesta di assoluzione  fatta dal Pm Vittorio Occorsio , che era riuscito  a leggere i verbali integrali prima che vi fosse apposto il segreto di Stato.

Evitato il carcere grazie all’immunità parlamentare, ottenuta poiché entrambi furono eletti , rispettivamente,come deputato e senatore , tra le fila del Partito Socialista,  si congedano da L’Espresso a cui nel 1971, Scalfari scrive una “lettera aperta” contro il commissario Luigi Calabresi, accusato del suicidio dell’anarchico Pinelli, durante un interrogatorio, per cui si scuserà soltanto nel 2017, ammettendo che “quella firma era stata un errore”.

Condotte altre inchieste su Eni e Montedison, pubblica, con la collaborazione di Giuseppe Turani, il libro “Razza padrona” e tenta (inutilmente) di convincere il giornalista e scrittore Indro Montanelli a fondare un nuovo quotidiano.

Lanciatosi da solo nel progetto, con il supporto del Gruppo L’Espresso e della Arnoldo Mondadori Editore,  il 14 gennaio del 1976, fonda nella Capitale  La Repubblica, di cui riveste la direzione e che diviene in breve tempo il principale quotidiano italiano per tiratura.

Celebri negli anni Ottanta e Novanta , le sue battaglie  contro Bettino Craxi , considerato l’archetipo della “questione morale” e poi , a partire dalla “discesa in campo” nel 1994, quella contro Silvio Berlusconi.

Più di recente, invece, nel 2008,  è il primo a intuire la svolta politica del comico Beppe Grillo, cofondatore e garante, insieme con Gianroberto Casaleggio, del M5Stelle.

Nel 1996, abbandonata la direzione de La Repubblica (la proprietà, già da tempo, era stata ceduta all’imprenditore Carlo De Benedetti) resta comunque nella redazione della testata in qualità di editorialista, raccogliendo largo consenso con i suoi editoriali, chiamati per la loro lunghezza “la messa cantata della domenica”.

Autore di una rubrica su L’Espresso dal titolo “Il vetro soffiato” , il 6 luglio 2007, sul settimanale  Venerdì di Repubblica annuncia l’abbandono della storica posta con i lettori “Scalfari risponde”, cui subentra Michele Serra.

Cimentatosi nelle interviste televisive con il programma di colloqui politici “Scalfittura”, in onda su RaiSat Extra, in cui si avvale della collaborazione del giornalista e conduttore Giovanni Floris,dopo aver posto fine anche alla sua rubrica domenicale su La Repubblica, il 6 marzo 2022,congedandosi con un articolo sul conflitto russo-ucraino,si spegne a Roma, il 14 luglio scorso, all’età di novantotto anni, vegliato dalla seconda moglie Serena Rossetti, sposata dopo la morte della prima consorte Simonetta De Benedetti, madre delle sue due figlie Enrica e Donata.

Salutato da colleghi, amici e familiari presso la camera ardente allestita il 15 luglio nella Sala della Protomoteca del Campidoglio, riposa a Rosta.

Insignito di numerosi premi e riconoscimenti giornalistici ( Premio Internazionale Trento per “Una vita dedicata al giornalismo”, nel 1996 il Premio Ischia alla carriera, nel 1998 il Premio Guidarello al giornalismo d’autore , nel 2003, il Premio Saint-Vincent e nel 2019, il Premio Viareggio) e di titoli onorifici ( Cavaliere di gran crocesu iniziativa del Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro , Cavaliere della Legion d’onore e ,successivamente,  Ufficiale,  cittadino onorario di Velletri ,di Vinci e di Sanremo), nell’ultimo periodo della sua vita,ha stretto un  rapporto di amicizia profonda con Papa Francesco, incontrandolo più volta nella sua residenza di Casa Santa Marta e ,dedicando a quest’ultimo il suo ultimo libro: “Il Dio unico e la società moderna. Incontri con Papa Francesco e il Cardinale Maria Martini”, edito nel 2019 da Einaudi.

Proprio il Pontefice,appreso della sua morte,  ha affidato a La Repubblica e a La Stampa il suo ricordo del giornalista e intellettuale, scrivendo in un passaggio del lungo testo:  “Sono addolorato per la scomparsa di Eugenio Scalfari, fondatore del quotidiano La Repubblica. In queste ore dolorose, sono vicino alla sua famiglia, ai suoi cari, e a tutti coloro che l’hanno conosciuto e che hanno lavorato con lui. E’ stato per me un amico fedele. Ricordo che nei nostri incontri a Casa Santa Marta mi raccontava come stesse cercando di cogliere, indagando la quotidianità e il futuro attraverso la meditazione sulle esperienze e su grandi letture, il significato dell’esistenza e della vita. Si professava non credente, seppure negli anni in cui l’ho conosciuto io riflettesse profondamente anche sul senso della fede. Sempre si interrogava sulla presenza di Dio, sulle cose ultime e sulla vita dopo di questa vita. I nostri colloqui erano piacevoli e intensi, i minuti con lui volavano via veloci scanditi dal confronto sereno delle rispettive opinioni e della condivisione dei nostri pensieri e delle nostre idee, e anche da momenti di allegria. Parlavamo di fede e laicità, di quotidianità e dei grandi orizzonti dell’umanità del presente e dell’avvenire, del buio che può avvolgere l’uomo e della luce divina che può illuminarne il cammino. Lo ricordo come un uomo di straordinaria intelligenza e capacità di ascolto, perennemente alla ricerca del senso ultimo degli avvenimenti, sempre desideroso di conoscenza, e di testimonianze che potessero arricchire la comprensione della modernità.
Eugenio era un intellettuale aperto alla contemporaneità, coraggioso, trasparente nel raccontare i suoi timori, mai nostalgico del passato glorioso, bensì proiettato in avanti, con un pizzico di disillusione, ma anche grandi speranze in un mondo migliore. Ed era entusiasta e innamorato del suo mestiere di giornalista. Ha lasciato un segno indelebile nella vita di tante persone, e ha tracciato un solco professionale su cui molti suoi collaboratori e successori stanno procedendo. All’inizio dei nostri scambi di lettere e telefonate, e durante i nostri primi colloqui, mi aveva manifestato il suo stupore per la scelta di chiamarmi Francesco, e aveva voluto capire bene le motivazioni della mia decisione. E poi, lo incuriosiva molto il mio lavoro di pastore della Chiesa universale, e in questo senso ragionava a voce alta e nei suoi articoli sull’impegno profuso dalla Chiesa nel dialogo interreligioso ed ecumenico, sul mistero del Signore, su Dio fonte della pace e sorgente di strade di fraternità concreta tra le persone, le nazioni e i popoli”.