Mar. Lug 5th, 2022

Esiste un piccolo villaggio “fantasma” a nord di Bangkok, Thailandia, dove è esiliata parte di un antico popolo da sempre oppresso dal regime comunista vietnamita, sono i Montagnard, Degar, “Figli della Montagna”, di discendenza malese-polinesiana, ma che i vietnamiti prediligono chiamare “Moi” ossia “Selvaggi”.

I Montagnard sono uno dei popoli più antichi del sud-est asiatico e risiedono nella penisola dell’Indocina da oltre duemila anni. Per molto tempo hanno vissuto in pace, coltivando la terra e allevando bestiame, riguardosi della caratteristica e delle libertà individuali, e dividendo le risorse all’interno della comunità. Le loro terre, situate sulle alture del Vietnam centrale, erano considerate pericolose perché infestate dagli spiriti e, per questo, nessuno osava avvicinarsi.

Il governo vietnamita di Hanoi perseguita questo popolo da decenni: le case erano confiscate, le chiese date alle fiamme: “Al popolo Degar non è, infatti, consentito celebrare messe, cerimonie religiose e possedere Bibbie o scritti sacri”, ha riferito Kok Ksor, Presidente della Montagnard Foundation, e gli abitanti arrestati e torturati.

Le persecuzioni hanno inizio nel luglio del 1954, ma la vera tragedia inizia nel 1975, con l’unificazione del Paese. Da quel giorno per i Montagnard inizia il massacro, il depauperamento e la perdita di ogni diritto. Durante la guerra del Vietnam, i Figli della montagna, si schierano con gli Stati Uniti, indossano le divise americane e combattono i vietcong, con la speranza di ottenere una autonomia politica, sociale e culturale. Ma fu solo un’illusione, poiché la fine della guerra vede il trionfo di Ho Chi Minh e la fuga degli americani.

Per i Montagnard inizia l’ennesimo incubo. Il regime comunista li considera traditori con l’aggravante di professare la fede cristiana. Centinaia di villaggi furono distrutti, il governo sequestra tutte le terre e infligge alla gente una serie di punizioni atte rieducare questo popolo.

Il 12 dicembre 2003, interrogazioni parlamentari presentate alla Commissione Europea dai membri del Partito Radicale Transnazionale e del Parlamento Europeo: Marco Pannella, Maurizio Turco, Marco Cappato, Gianfranco Dell’Alba, Benedetto della Vedova e Olivier Dupuis, hanno costretto la presidenza UE ad accelerare i tempi per una risoluzione ad hoc. Nella fattispecie, i parlamentari hanno richiesto alla Commissione di adottare tutte le misure necessarie per costringere il governo cambogiano al rispetto della Convenzione delle Nazioni Unite del 1951 sui rifugiati, mettendo fine agli arresti e ai rimpatri forzati dei Montagnard.

Nel 2004, il 10 aprile, alla vigilia di Pasqua, oltre 130 mila Montagnard si sono radunati a Buon Ma Thuok, capoluogo della provincia di Dak Lak negli altopiani centrali del Vietnam, per pregare pubblicamente e protestare, davanti ai palazzi del partito comunista, contro la repressione religiosa.

Il governo reagì con tale brutalità provocando la morte di oltre 400 cristiani, mentre altri furono arrestati e torturati. La polizia comunista costringeva i Montagnard a rinnegare la propria fede, obbligandoli con la forza a bestemmiare o a bere il sangue di animali sgozzati.

Nessuno riportò le atrocità poiché il governo di Hanoi dispose tutto l’apparato militare e poliziesco a controllo del confine cambogiano, e vietò l’ingresso ai giornalisti e agli osservatori umanitari internazionali. La polizia cambogiana, anziché dare assistenza ai profughi cristiani e avviarli ai campi di raccolta dell’Alto Commissario per i Rifugiati delle Nazioni Unite (UNHCR), era solita arrestarli e “venderli” alle forze di sicurezza vietnamite.

Molte testimonianze riportano racconti disumani, agghiaccianti … alcuni riferiscono anche di crocifissioni. Sono morti anche tanti missionari, giunti in difesa dei Montagnard. Oltre duecento tombe nel cimitero della “Società delle Missioni Estere di Parigi” sono di religiosi francesi.

Ancora oggi è impossibile risalire al numero esatto dei Montagnard uccisi, svaniti nelle prigioni vietnamite. L’Osservatorio dei Diritti Umani parla di centinaia e centinaia di Degar. Per quelli sopravvissuti, ma senza identità, senza documenti, per gli “invisibili” che continuano a lottare, rimane il sogno e la speranza un giorno di tornare nelle loro terre e vivere da uomini liberi.