Lun. Lug 4th, 2022

“E chi te lo dà ?,  il commercio ?,  l’industria . L’avvenire industriale del Mezzogiorno, sì ! . Investili i tuoi soldi in una fabbrica : sindacati , rivendicazioni , scioperi , cassa malattia . Ti fanno venire l’infarto cu ‘sti cose”. A pronunciare queste parole , rivolgendosi ai suoi collaboratori è : Eduardo Nottola, costruttore edile e consigliere comunale della sua città , Napoli.

 Il capannello di uomini, tutti gregari della Nuova Camorra organizzata, riunitosi in crocicchio su di un terreno agricolo, osserva da lontano il paesaggio ,indicando la fitta schiera di palazzi adagiata su un mare di speranze che verranno presto tradite.

La crescita e lo sviluppo della capitale del Meridione, infatti, non seguiranno i dettami stabiliti dal piano regolatore : quest’ultimo, dovrà essere modificato e la direzione di costruzione deviata  a favore della campagna. Ciò , consentirà di moltiplicare i ricavi , con un guadagno pari a settanta volte la spesa effettuata dagli “uomini d’onore”.

Questa, non è la trascrizione della solita intercettazione, finita sulle prime pagine dei quotidiani e dei rotocalchi italiani , per denunciare gli “intrighi” della politica nostrana , ma la sequenza iniziale di uno dei capolavori del cinema italiano : “Le mani sulla città”, film- inchiesta di Francesco Rosi , datato 1963.

 La pellicola, vincitrice del Leone d’oro al Festival di Venezia dello stesso anno e,  detentrice di due candidature ai Nastri d’Argento(“miglior regista” e “miglior soggetto”, realizzato in collaborazione con lo scrittore partenopeo Raffaele La Capria), denuncia le connivenze  tra politici  e losche figure di faccendieri . Ma, se è vero com’è vero che  ogni storia ha sempre un inizio ,  non ci sembra sensato raccontare quella  di  Rosi , cominciando dal centro : quindi , correggendo il tiro , partiremo dal principio. 

 Francesco Rosi nasce a Napoli, il 15 novembre 1922. Figlio del direttore di un ‘agenzia marittima  con la passione per la  Fotografia , ancora bambino, vince un concorso fotografico a cui lo iscrive il padre,  indetto da una casa di produzione americana , alla ricerca di un sosia di  Jackie Coogan , il  “Il monello” di Charlie  Chaplin, ma deve fare i conti con la ritrosia della madre , fortemente contraria a che intraprenda una carriera hollywoodiana , la quale esclama perentoria: “Deve restare a Napoli!”.

Siamo negli anni Quaranta/Cinquanta : quel bambino, fattosi uomo e, sopravvissuto alle violenze del Fascismo e  alle  bombe della Seconda guerra mondiale,  frequenta la facoltà di Giurisprudenza , ma senza  completare gli studi. Intraprende, infatti, la professione di illustratore di libri per bambini, muovendo  parallelamente  i primi  passi nel mondo dello spettacolo : lavora presso un’emittente radiofonica partenopea, nei cui studi di registrazione incontra  personalità della Cultura e del Teatro.

Quindi, condivisa la militanza nelle fila del PCI con  Giorgio Napolitano, futuro Presidente della Repubblica Italiana,  nel 1946, esordisce  in ambito teatrale e cinematografico , dapprima come assistente di scena nella commedia : ” ‘O voto” di Salvatore di Giacomo  e ,poi , come attore,  nel film di Giorgio Simonelli , ” Dove sta Zazà ? “ con Nino Taranto e Isa Barzizza .

Soltanto nel 1948 ,il regista Luchino Visconti, lo assume come aiuto per : ” La terra trema” : è la svolta .

Il raffinatissimo cineasta , accortosi delle sue doti di scrittura ,lo coinvolge, nel 1951, nella sceneggiatura di “Bellissima”, pellicolainterpretata da ” La mamma – Roma”,  Anna Magnani  e nel 1954 nella realizzazione del film culto , ” Senso”. 

Esperienze di segno nazionalpopolare e non d’autore , sono quelle acquisite nei lungometraggi strappalacrime , quali ad esempio : ” Tormento “ del 1950, ruotanti intorno al protagonista romantico Amedeo Nazzari.

Nel 1952 , dirette  alcune scene di : ” Camicie rosse” , in cui Anna Magnani veste i panni di Anita Garibaldi , moglie dell’ “eroe dei due mondi” , ancora come comprimario alla regia, dirige  sul set cinematografico  l’attore “di prosa ” , Vittorio Gassman in : ” Kean: genio e sregolatezza”, tratto dall’omonima commedia di Alexandre Dumas Padre.

 Tuttavia, la prima volta da regista è nel 1958 , sul set di “La sfida” con due protagoniste femminili: Rosanna Schiaffino e Angela Luce . Il film, che  ottiene consenso di pubblico ed elogi dalla critica per una regia e una sceneggiatura, ( cui avevano collaborato anche  Suso Cecchi D’amico ed Enzo Provenzale  ), definite: “ sicure e  di mestiere ” , si aggiudica il Nastro d’Argento e il Premio Speciale della Giuriaal Festival di Venezia , a pari merito con : “Les amants”di Louis Malle.

Poi , nel 1959, diretto Alberto Sordi ne : “I magliari” , una delle rare interpretazioni drammatiche dell’attore romano , “campione della risata”, pellicola che descrive l’orizzonte del commercio , avvolto dalle spire della Mala, che non piace agli addetti ai lavori, i quali accusano Rosi di  “tragicizzare  la realtà” e Sordi di aver reso il suo personaggio in modo “eccessivamente frivolo”, dà vita ad un nuovo filone cinematografico, realizzando film d’inchiesta o di argomento politico . Nel 1962, attraverso una serie di lunghi flashback,  ricostruisce  le vicende del bandito siciliano Salvatore Giuliano, vincendo l’Orso d’Argento al Festival di Berlino e il Nastro d’Argento come miglior regista ( ex aequo con Nanni Loy e le sue “Quattro giornate di Napoli” ).

L’anno successivo, l’attore Rod Steiger presta il suo volto all’uomo d’affari “Nottola” ne : “Le Mani sulla città”, che getta una luce sulla decadenza del Belpaese , guidato da impostori , falsi difensori della” cosa pubblica” e da politici politicanti di fatto: mercenari, disposti a vendere l’etica e l’onore per una poltrona in Parlamento  o per  una villa sulla collina di Posillipo.

Francesco Rosi diviene  così  uno tra i talenti maggiori del Cinema neorealista , capace di mescolare finzione e documenti storici, toni pieni e mezzitoni , all’insegna dell’indipendenza e dell’onestà intellettuale.

Nel 1965 , vinto il David di Donatello  come miglior regista per : ” Il momento della verità” ,si allontana dal genere neorealista, dirigendo la pellicola “C’era una volta”, film dall’ambientazione fiabesca, ricco di riferimenti alle tradizioni popolari . Protagonisti : ” la diva di Pozzuoli ” , Sophia Loren e ” il dottor Zivago” , Omar Sharif ; rispettivamente , una contadina-maga del sud e un principe spagnolo , destinati all’amore e al lieto fine.

 Nel decennio Settanta, invece, Rosi ritorna ai film- documento . Nel mirino,  c’è la guerra e la sua assurda legge di morte ,contro la quale scatena una oratoria antibellica  e antimilitaristica che suscita forti  polemiche e scontri istituzionali . Icona di questo cinema di ” Uomini contro” ( film del 1970, tratto dal romanzo ” Un anno sull’ altopiano” di Emilio Lussu ) è  l’attore Gian Maria Volonté, il quale , nel 1971, interpreta l’ingegner Enrico Mattei nel “Caso Mattei”, in cui si intrecciano cronaca, testimonianze, interviste,diapositive e libera rievocazione e che ottiene la Palma D’oro al Festival di Cannes , insieme con “La classe operaia va in Paradiso “. 

Nel 1973 , sempre Volonté , è Lucky Luciano , nell’omonimo film sulla Mafia e sulle collusioni della politica con Cosa Nostra. Tuttavia, un altro attore , Lino Ventura , rende emblematica la sua interpretazione nella pellicola di intrighi e di denuncia  del 1975 : “Cadaveri eccellenti”  , trasposizione del romanzo di Leonardo Sciascia,Il contesto”, che garantirà al  regista  l’ennesimo David di Donatello , bissato nel 1979 con l’adattamento cinematografico del romanzo di Carlo Levi “, Cristo si è fermato ad Eboli”.  

Negli anni Ottanta, Philippe Noiret, Michele Placido e Vittorio Mezzogiorno sono i ” Tre fratelli”, film ispirato al racconto “Tretij Syn” di A.P.Platonov e basato sul binomio di opposti: civiltà/ campagna , pubblico/ privato , cuore/ ragione, che vale all’autore il Nastro d’Argento e il David di Donatello come regista e come cosceneggiatore ( l’altro sceneggiatore, è il poeta e scrittore Tonino Guerra) .

Nel 1984, il regista partenopeo cura la versione cinematografica di “Carmen”, opera di Bizet, con la partecipazione del tenore Placido Domingo, che fa incetta di riconoscimenti attribuiti alla regia e alla stessa pellicola  ( premio Cèsar e David di Donatello) .

Non pago dei suoi successi ,Rosi , ha in mente di tradurre nel linguaggio della macchina da presa  il romanzo di Primo Levi  “La tregua” , ma il suicidio dello scrittore , avvenuto l’ 11 aprile del 1987, manda a monte il suo progetto.

Il regista, quindi , realizza un altro film : “Cronaca di una morte annunciata”, tratto dal romanzo di G.G. Màrquez ,che riunisce un cast stellare di interpreti ( Gian  Maria Volonté, Ornella Muti , Anthony Delon , Lucia Bosè), ma è il meno riuscito per la lentezza dei suoi flashback ,definiti dai critici,  ” tardivi”

Nel decennio Novanta, arrivano i tributi alla carriera : David di Donatello e Premio Bianchi , ma  Francesco Rosi, continua a scrivere e a girare pellicole-denuncia: “Dimenticare Palermo“( 1990), dal romanzo omonimo di E. Charles-Roux , che non eguaglia i titoli precedenti, peccando di evidente scontatezza. In seguito, viene coinvolto nel lavoro corale ( Antonioni, Soldati, Monicelli, per citarne alcuni)  : ” 12 autori per 12 città” ,in cui racconta , attraverso un cortometraggio, la sua Napoli,  che è  ancora  prima donna nel documentario del 1992,  “Diario napoletano”.

Nel 1997, riesce  finalmente a portare sul grande schermo : ” La tregua “ , aggiudicandosi l’ultimo David di Donatello , per poi occuparsi nel nuovo Millennio, perlopiù  di regie teatrali. Infatti, porta in scena alcuni testi del drammaturgo partenopeo Eduardo De Filippo , recitati dal di lui  figlio, Luca : ” Le voci di dentro”,” Filumena Marturano”e “Napoli milionaria” .

Nel 2000, gli viene consegnato l’ Orso d’oro alla carriera , al Festival di Berlino e nel 2009, gli viene conferita la Legione d’onore. L’8 aprile del 2010, una sigaretta fa divampare l’incendio che determina la morte di sua moglie,  Giancarla Mandelli , suo unico, grandissimo amore .

Il 12 maggio del 2012 , il CDA della Biennale di Venezia , approva all’unanimità la proposta del suo direttore, Alberto Barbera, di assegnargli il Leone d’oro alla carriera, in occasione della 69° edizione della Mostra. Consolazione magra , questa , per Rosi, visto che tra i tanti onori riservatigli, sono mancati quelli della sua città ,che  ha continuato  ad essere avara di plausi , accusandolo di “Aver fatto cattiva pubblicità alla sua terra natìa , esasperando lo stato in cui essa versa” . E’ il prezzo che paga chi sceglie  di infrangere i luoghi comuni della pizza e del mandolino, del Sole e del mare , del Vesuvio e di Pulcinella , dei  “Napoletani che ridono sempre” , svelando che , spesso, il loro riso è un ghigno, che sottende una smorfia di dolore .

Così, la  questione morale sollevata da Rosi , risulta sempre attuale ed  è questione tanto  meridionale quanto italiana : nulla è cambiato dagli anni Sessanta ad oggi ; “gli squali” non smettono di nuotare  nelle acque del Belpaese  e di divorare pezzi di Stato.  Esponenti della classe dirigente,  storditi dal profumo dei “soldi facili”, continuano  a compiere illeciti,  a speculare  e a tradire il proprio Paese.

L’Italia, è rimasta una  nazione  in bilico tra l’attesa di un nuovo ciclo storico, politico e sociale e la rassegnazione. Consapevole di un’atavica  arretratezza culturale, che le impedisce ogni progresso e ogni cambiamento, aspetta ancora l’ “Homo novus” che possa guidarla verso la salvezza  , mentre ripete a se stessa la frase pronunciata dal Principe di Salina nel romanzo ” Il Gattopardo” , di Giuseppe  Tomasi  Di Lampedusa : “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi !” .