Mar. Ago 9th, 2022

Oggi, 25 novembre, ricorre la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, istituita il 17 dicembre 1999 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Una data che non fu scelta a caso, ma aveva una valenza fortemente simbolica e si prefiggeva come obiettivo quello di non dimenticare la drammatica esecuzione delle sorelle Mirabal, attiviste politiche della Repubblica Dominicana, uccise il 25 novembre 1960.
Due sono le considerazioni da fare. La prima, è che malgrado i passi in avanti, troppo poco è stato fatto per arginare questo odioso crimine.
La violenza mutila nel corpo e nell’anima, ferisce e uccide. Agisce come un veleno. Anche a distanza di anni. La denuncia è il primo, doveroso, passo, ma non basta. Lo dobbiamo dire a gran voce. Non basta, se non si abbatte il muro di omertà e di ipocrisia della società. Dopo una violenza, di qualsiasi natura essa sia, la vittima vive un “fine pena mai” nella più spaventosa delle celle, quella che si costruisce nella sua mente e che viene alimentata dall’ingiustizia e dal marchio della colpa che, ancora oggi, il mondo esterno le riversa addosso. Perché, agli occhi della gente, è sempre colpa della vittima. Ancora adesso.
Funzionano così anche gli ingranaggi crudeli del bullismo, altra forma di violenza silente, spesso sottovalutata.
Non basta, dunque, denunciare, se la legge rimette in libertà il carnefice dopo cinque, dieci, venti anni…. anche meno, a volte. Troppe…
Non basta, se le Istituzioni permettono al ʻʻgalantuomoʼʼ di turno di reiterare i propri crimini con estrema facilità.
Quanto vale una vita spezzata? Poco, niente.
Quanto vale il dolore di chi resta, di chi vede la propria figlia, la propria madre, la propria sorella, la propria amica, la propria compagna, torturata, sfigurata, violentata, uccisa, ridotta a pezzi? Ancora meno.
La seconda considerazione, forse scomoda, è che le donne devono smettere di essere ʻʻlupi delle altre donneʼʼ. É un argomento tabù, ma spesso la nemica più spietata di una donna è proprio una sua ʻsimile. Ancora adesso, non riusciamo a fare squadra, guardiamo con invidia il successo dell’altra, la bolliamo come ʻʻuna puttanaʼʼ al primo comportamento sopra le righe, e se ingrassa o non è bella, non le concediamo tregua. Quando dobbiamo attaccarla, lo facciamo, di sovente, puntando il dito sui difetti fisici e mai contro gli effettivi limiti ed errori.
Se non correggiamo subito il tiro su questi due aspetti, di violenza si continuerà a morire.
Crediamo di più in noi stesse, nella nostra forza, singola e collettiva, nel nostro valore. Facciamo squadra contro la violenza, in qualsiasi forma essa si manifesti. É tempo di reagire!
In chiusura, un pensiero, oggi più che mai, deve andare alle donne che sono morte e che muoiono nel nome di una società più giusta ed etica, dal Cile alla Siria.
Perché il coraggio è Donna. Sempre.

Di Eleonora Belfiore