Mar. Nov 29th, 2022

Autunno 1973. Roma, Stabilimenti di Cinecittà. Il regista Vittorio De Sica si appresta a girare il film : “ Il viaggio”,  tratto da una novella di Luigi Pirandello . Sul set , è tutto un fitto  brulichio di operatori , macchinisti e truccatori , mentre  le comparse , in disparte , osservano ammutolite  i protagonisti: gli attori internazionali , Sophia Loren e Richard Burton , intenti a ripassare  le battute della  prima scena, in attesa del ciak.

Tutto è pronto per iniziare le riprese ;   le giraffe , dotate di microfoni e di  luci , sono posizionate e  l’aiuto regista , dal fondo , grida : “Motore , azioneeee!…”.  Dopo una panoramica , l’obiettivo della macchina da presa inquadra i protagonisti , effettuando un primo piano che indugia sulle loro fisionomie, impegnate in un botta e risposta perfettamente sincronizzato; ma la magia dell’ incontro viene  interrotta da un brusco , quanto inatteso : “Stooooop!…”.

La pellicola, infatti, presenta un difetto, quindi: tocca aggiustare il guasto  e ricominciare daccapo ; il set , di colpo, si spopola e , De Sica , seduto su una sedia con braccioli di legno e intelaiatura di tela, ne approfitta per schiacciare un pisolino. Avvolto in un cardigan , impreziosito da un foulard di seta annodato intorno al collo , riposa  tranquillo con gli occhi chiusi e la testa penzoloni , quando alle sue spalle piomba l’aitante figura di un giovanotto sulla ventina che , inopportuno , lo scrolla , gridando: “Maestroooo , permettete una parola ?…”.

L’anziano cineasta , destatosi , con lo sguardo smarrito, perso nel vuoto , sobbalza , dicendo : “ Che è statoooo ?…” . 

“Niente , maestro ! ; non vi preoccupate !…  Mi chiamo Armando Cecconi e sono un figurante del vostro film…Maestro , io sono ciociaro come voi ,  vengo da Frosinone ;  il mio sogno , sin da bambino , è quello di fare l’attore ! . Il paese , l’ho lasciato da due anni e, da due anni, faccio qualsiasi lavoro per mantenermi qua , a Roma . Sapete , i miei genitori sono contadini , non comprendono …,  non sanno… , per loro il Cinema è roba da ricchi!…I miei compaesani dicono che sono pazzo , che dovrei sposare una bella ragazza , fare dei figli e badare alla terra , ma io non sono fatto per l’agricoltura ; io , non so che cos’ho nella  testa : il mio paese è troppo piccolo  , è come se non mi  bastasse!… è come se , a starci , mi sentissi soffocare!…Maestro , lo so : sono stato maleducato , ma io dovevo parlarvi , perché siete uno dei pochi registi che prende gli attori dalla strada . Io , che non ho  mai frequentato nessuna scuola , vorrei che mi faceste un provino : se non mi trovate bravo , pazienza , me ne torno a casa ! ;  ma se vedete in me un talento , allora, lo devono sapere pure le pietre di Frosinone!…”.

 De Sica , seccato , replica all’aspirante attore :  “ Caro ragazzo , cominciamo col dire che hai disturbato una signora pennichella ! … Tu fumi ? ….dalla faccia perplessa deduco di no ! . Va beh!, fammi un piacere allora : allunga la mano nella borsa che ho sotto la sedia e prendi il pacchetto di sigarette,  che stamattina ho sottratto dal cassetto, di nascosto da mia moglie !… Lei,  non vuole che fumi , dice che il tabacco  è veleno e che lo è ancor  più nelle mie condizioni ! ; sì , sono malato, ho un cancro ai polmoni , nulla di serio! … soltanto la morte è una cosa seria!…” . Dopo aver acceso la sigaretta portagli dal giovane uomo , l’attore e regista continua : “ Sentimi bene, ragazzino!… l’arte è sacra , è una religione . Non può venire qui un signore qualunque e comandare :  “Voglio fare l’attore !”, recitare è una vocazione , come quella dei preti !… L’ attore, non si fa!, attore, lo si è!…  Oggi , tutti aspirano a diventare una celebrità,  diventare famosi , stare sulle copertine  ; a voi giovani , poi , pare tutto facile : vi basta mettervi in posa, ma non sapete come vi sbagliate : il cinema è sacrificio , sofferenza , privazione, precarietà , dubbio , incertezza !. Suvvia , non è colpa tua ! ;  io ti comprendo ; tu vieni da un piccolo paese  e , quell’ universo fatto di concime e sudore ti è costato e ti costa fatica e sogni i lustrini , le paillettes , via Veneto , le belle donne , i paparazzi ! . Un tempo , anch’io ero come te !…  poi , ho capito.  Lo vedi il mio sorriso ? : c’è chi sorride, perché è lieto. Io non sono mai allegro . Il mio sorriso è un modo di essere pigro , di riposare , di lasciare che la mia bocca faccia il comodo suo ! . Sono sempre stato pigro e , perciò, anche la mia infanzia l’ho trascorsa in modo indolente , a Sora , dove sono nato, il 7 luglio del 1901, da genitori partenopei : mio padre , Umberto , impiegato nel distretto locale della Banca d’Italia , era di origine salernitana e , mia madre , Teresa Manfredi , una casalinga napoletana . Fui battezzato nella chiesa di S. Giovanni Battista , con i nomi di “Vittorio, Domenico , Stanislao , Gaetano , Sorano” e crebbi in tragica e aristocratica povertà , in una casa , in via Cittadella .

Nel 1914 , ci trasferimmo  dai parenti , a Napoli  e , finita la Grande guerra , ci spostammo a Firenze , città,  nei cui ospedali mi esibivo  come guitto  per allietare i militari ricoverati .

A sedici anni, mi stabilii a Roma , definitivamente . Papà voleva che ereditassi il suo impiego di bancario e , per questo, studiai Ragioneria ; tuttavia , proprio in quel periodo, fui attratto dal Cinema e dal Teatro e , grazie all’intercessione di un amico , Edoardo Bencivenga , ottenni un piccolo ruolo nella pellicola di Giancarlo Saccon : “ Il processo Clemenceau”.

Conseguito il diploma di ragioniere , promessa fatta  a entrambi i miei genitori , libero di intraprendere l’avventura dello spettacolo , fui scritturato nel 1923 come “generico” , dalla Compagnia Teatrale dell’attrice Tatiana Pavlova , per cui lavorai due anni .

Nel 1925 , invece, divenni “secondo attore brillante”nella Compagnia della diva del muto , Italia Almirante e , nel 1927 , fui promosso “secondo attor giovane”  in quella di Luigi Almirante , in cui recitavo accanto a Sergio Tofano e a  Giuditta Rissone.

 Finalmente , nel 1930, conquistai il ruolo di “primo attore” , condiviso  a turno  con Guido Salvini e , notato dal regista Mario Mattoli , entrai a far parte della sua Compagnia : “ Za –Bum”, cimentandomi in varietà e drammi al fianco di Umberto Menlati , con cui  formai un duo  comico capace di imbastire sketch e gag ad effetto.

Nel 1933 , ormai maturo, fondai una mia  compagnia con  Sergio Tofano e Giuditta Rissone e, insieme , demmo vita  a riviste e a  rappresentazioni comiche esilaranti. Mi accorsi tardi che Giuditta non era una collega come le altre  e , nel 1937 , la sposai : presto, avemmo una figlia , Emilia , detta “Emy” .

Nel Dopoguerra , tra il 1945 e il 1949 , recitai in drammi in prosa , guidato  dai registi   Alessandro Blasetti ( “ Ma non è una cosa seria “  di Luigi Pirandello ) e  Luchino Visconti (“ Il matrimonio di Figaro”  di Beaumarchais) , in riviste    ( “Ah… ci risiamo !”  di Oreste Biancoli)  e , in commedie, con la regia di Mario Chiari  ( “ Il magnifico cornuto”  di Fernand Crommelynck ).

 Intanto, stregato dal fascino ammaliatore del grande schermo , avevo debuttato nel cinema muto di Mario Almirante e , nel biennio 1927-28 , a quasi trent’anni , ero diventato l’eroe di  sofisticate commedie borghesi , appartenenti al genere dei “telefoni bianchi”come : “Gli uomini  , che mascalzoni” (1932)  di Mario Camerini , in cui , con aria impertinente , da simpatica canaglia, intonavo  la canzone : “Parlami d’amore Mariù”.

Sul set di “Darò un milione” (1935), diretto nuovamente da Camerini, avevo incrociato lo scrittore Cesare Zavattini : la nostra, era stata  una conoscenza fugace da cui  , però, era nata  un’intesa ; quindi , ancora incerto del mestiere , preferii perseverare nella commedia leggera,recitando, sempre diretto da Camerini,  ne “ Il Signor Max” (1937) e ne  “ I grandi magazzini” (1939).

Proprio gli anni Quaranta,  segnarono una svolta : pronto a dirigere  , passai  dietro la macchina da presa , esordendo in  commedie sentimentali , prodotte da Giuseppe Amato, quali: “Rose scarlatte” , “Maddalena ….zero in condotta” ( 1940) , “ Teresa Venerdì” ( 1941 ) e “Un garibaldino al convento” ( 1942) , film , quest’ultimo , in cui diressi l’attrice catalana Maria Mercader che , a prezzo di uno scandaloso divorzio dalla mia prima consorte, ottenuto in Messico, sposai a Parigi  nel 1968 , alla presenza dei nostri due figli, Manuel e Christian , già adulti.  Nel 1943, insieme con Cesare Zavattini sceneggiammo la prima pellicola  neorealista : “I bambini ci guardano” , desunta  dal romanzo “Pricò” di Giulio Cesare Viola .

 In seguito ,  decisi a far parlare la realtà , denunciammo la povertà e le miserie post-belliche  nelle pellicole :  “Sciuscià” (1946) , commovente indagine sulla triste condizione dei ragazzi abbandonati, “Ladri di biciclette” ( 1948),  incisivo affresco dell’ambiente dei disoccupati , tinteggiato dallo scrittore Luigi Bartolini , nell’ omonimo romanzo , “Miracolo a Milano” (1951), favola surreale sulle ingiustizie sociali , raccontata nel romanzo “Totò il buono” di Cesare Zavattini e , “Umberto D” ( 1952) ,  pensionato , ispirato alla figura di mio padre , che non riesce nemmeno a racimolare i soldi per pagare l’affitto di una camera ammobiliata e, sfrattato dalla padrona  , pensa al suicidio . La  decisione di morire , presa da un giovane è grave , ma che dire del suicidio di un vecchio , già naturalmente vicino alla morte? . E’ una cosa orribile . Una società che permette una cosa simile, non è degna di essere chiamata società .

Con “ Sciuscià” e “ Ladri di biciclette” ,  vinsi  due Oscar per il miglior film straniero , ma ,  nonostante ciò , non smisi di mettermi in gioco e , nel 1954 , fui regista e attore de : “ L’oro di Napoli” , adattamento dei racconti dello scrittore partenopeo  Giuseppe Marotta.

 Fu in questa circostanza, che scoprii il talento di Sophia Loren. “La pizzaiola  fedifraga”, che perde l’anello di nozze nell’alcova dell’amante e lo cerca nelle pizze vendute ai clienti , è rimasta e rimarrà  nella memoria collettiva !. Quanto a me , ricordo divertito il provino sostenuto da un avvocato sannita , tale Alfredo Jelardi , per ricoprire il ruolo del “conte Prospero” , nobile decaduto con il vizio delle carte , sconfitto al gioco dal figlio del  portinaio del suo stabile. Alla fine, l’avvocato,  per pudore ,   rifiutò di girare e mi prestai io , esorcizzando la  mania  dell’azzardo al tavolo verde.

Il tetto” (1955), invece, fu il mio addio al Neorealismo, cui seguì il fortunato sodalizio con la Loren  ne “La ciociara “ ( 1960 ) , tragico racconto di guerra che le valse l’Oscar come “migliore attrice protagonista” , a soli venticinque anni e , con la coppia Loren/ Mastroianni in “ Ieri , oggi e domani” ( 1963 ) , pellicola a episodi  firmata da De Filippo, Zavattini e Pasolini , dove Sophia è popolana,  signora snob e prostituta , premiata con l’Oscar ; in  “ Matrimonio all’italiana”  (1964) , trasposizione della commedia  “ Filumena Marturano”  di Eduardo De Filippo  e  ne “ I girasoli” (1970) , intreccio con sullo sfondo il dramma dei reduci  di guerra.

In quello stesso anno , dopo aver letto il romanzo di Giorgio Bassani : “Il giardino dei Finzi- Contini” , storia  di una famiglia  ferrarese di origini ebraiche perseguitata dai fascisti durante le leggi razziali , ne  ricavai il soggetto per un film con il quale vinsi il quarto Oscar.

Dai tempi di  “Ladri di biciclette” preferisco dirigere gli altri : accetto sì qualche caratterizzazione ben retribuita, ma solo  per avere modo di realizzare come produttore le pellicole che ambisco girare.

Se devo tirare le somme , ho un unico grande rimpianto : quello di non aver più fatto teatro ; ho realizzato film destinati a rimanere nella Storia , ma ne ho interpretati alcuni che erano orribili . Intendiamoci :  non rinnego affatto il “Maresciallo Antonio Carotenuto” di “ Pane , amore e fantasia” (1953) , pellicola di Luigi Comencini,  cui devo la grande popolarità, né i film girati con Totò ( “I due marescialli” di Sergio Corbucci, 1961) e Alberto Sordi ( “Il conte Max” e “Il moralista”  di Giorgio Bianchi, 1957-1961 e “Il vigile” di Luigi Zampa,1960 )  ,perché le mie  soddisfazioni come attore , le ho avute, vedasi la mia  interpretazione ne   “ Il Generale Della rovere”  di Roberto Rossellini  (1959).

Ora ,sempre per il Cinema, vorrei  raccontare le storie del “Cuore semplice” di Flaubert e le “Novelle della Pescara” di D’Annunzio, manon ho più fiducia in niente e in nessuno! . E’ avvilente dover vivere in un mondo di lupi , con il sentimento della difesa , senza potersi mai rilassare!. Vorrei riposarmi , ritirarmi , ma come faccio ?…Ogni volta devo ricominciare. I produttori dicono che realizzo film difficili , che non incassano abbastanza ! . Vorrei andare a vivere nella mia Napoli : io sono nato a  Sora , ma mio padre , mio nonno e  il mio bisnonno erano napoletani…. e poi ,   nu cafone ‘e fora può amare Napoli più di un napoletano ?! …

Ragazzo mio , cosa vuoi che ti dica ? ;  se   vuoi  fa sto’ mestiere    devi imparare ad essere un bravo commediante, un artista e un galantuomo  sulla scena, sul set , nella vita . Vuoi vedere com’è facile commuoversi ?…  Ti insegno un piccolo trucco :  guardati la punta delle scarpe , mentre scrolli lentamente il capo a più riprese… Mo’ va’ , va’,  che devo riprendere a girare !” .

 Il sipario sull’ esistenza di  Vittorio De Sica calò in un ospedale di Neuilly –sur-Seine (Parigi) , la mattina del 13 novembre del 1973 . Un critico ,  all’ indomani della sua scomparsa,  commentò il  luttuoso avvenimento  con queste parole  : “Commediante nato , talvolta istrione , talaltra sobrio e misurato , riscuoteva spesso l’applauso a schermo acceso da parte del grosso pubblico, che lo amava per le parentesi di gaiezza regalategli . Poi ,De Sica, aveva continuato a  far sorridere anche come regista. Ma era diventato , il suo, un sorriso più amaro che ironico , appannato dal velo delle lacrime provocate dai dolori altrui : quelle di un‘esistenza vista in controluce , come favola assurda , in un’ideale proiezione tesa a testimoniare la più ampia comprensione per le sofferenze degli umili , fra la disperazione e la speranza”.