Mar. Lug 5th, 2022

In tutte le epidemie il contagio di ritorno è quasi una certezza. La storia lo insegna, e nelle passate epidemie il ritorno ha causato più morti della prima fase. Basta ricordare la spagnola. Comparsa nel 1918 ritornò prepotentemente nel 1919 fino a dicembre del 1920 e causò diecine di milioni di morti in tutto il mondo. Arrivò a infettare circa 500 milioni di persone in tutto il mondo, inclusi alcuni abitanti di remote isole dell’Oceano Pacifico e del Mar Glaciale Artico, provocando il decesso di 50-100 milioni di persone su una popolazione mondiale di circa 2 miliardi. Quello che causò la spagnola è mostruoso, e non si discosta di molto dal coronavirus in termini di contagio. Partendo da quello che la storia ci ha lasciato in eredità, bisogna andare cauti nel riaprire con una certa facilità.

Andrea Crisanti, microbiologo università di Padova, durante l’intervista al Tg4 è stato molto chiaro: “Il contagio di ritorno è una certezza. Anche perché- spiega – ci siamo trovati impreparati davanti a un virus che non si conosceva. Oggi parlare di riapertura anche nelle zone dove l’epidemia è in pieno sviluppo, è azzardato. Lì dove i contagi sono minori si può ragionare diversamente rispetto a dove l’epidemia sta ancora correndo. Per ragionare di riapertura ci vogliono numeri, statistiche scientifiche, noi oggi su cosa stiamo ragionando, quali sono i numeri, quali sono i parametri che indicano che si può riaprire”.

Anche il comitato di esperti che attualmente sta lavorando alla fase 2, evidentemente teme soprattutto il contagio di ritorno come effetto devastante per il paese. giustamente come ha detto il professor Crisanti, la regionalizzazione è l’unico strumento per tenere sotto controllo l’epidemia. Gli attori politici continuano a ripetere che non bisogna creare discriminazione tra regione, ma crediamo che proprio l’atteggiamento improprio della politica sta causando enormi danni.