Gio. Lug 7th, 2022

Sono due settimane che sono giunto in un paese martoriato dalla guerra per assistere persone che hanno bisogno di me. Sono un medico senza frontiere. Passo più tempo all’estero che in Italia. Non mi pesa, mi fa sentire bene sapere di aiutare persone che hanno bisogno di tutto e si aggrappano a me con la speranza di sopravvivere.

Sono le otto e trenta, inizio il mio turno di educatore infantile, quando arriva il responsabile del centro che ospita la nostra troup italiana. “Dottore, devo affidarle una bambina con seri problemi”, mi dice il responsabile. Dopo pochi minuti ritorna e mi porta una bambina accompagnata dalla mamma. La piccola è minuta, malnutrita, con seri problemi di parola: ha visto morire il papà e dall’allora non riesce più a parlare. Essendo anche psicologo mi tocca abbracciarmi questa nuova paziente. Guardo la piccola, nonostante la situazione fisica debilitata, mostra una certa bellezza ma, soprattutto, visto il luogo arabo, ha due occhi azzurri che non ho mai visto. La mamma invece è coperta in tutto il corpo, si vedono solo gli occhi, come è uso e costume dei paesi arabi. Cerco di dialogare un po’ con la mamma per capire cosa sia successo, e mi accorgo che parla bene l’italiano, spiegandomi che sono stati cinque anni in Italia, poi il marito decise di ritornare in patria per difendere la sua gente ma rimase vittima di un bombardamento proprio sotto gli occhi della piccola. La piccola, Gemma, così il suo nome in italiano, da quel tragico giorno non ha più usato la parola.

Chiedo alla mamma di lasciarmi la piccola e ritornare verso le dodici a riprenderla. Cerco di dialogare con la bambina per iniziare un approccio di conoscenza, ma dopo mezza giornata mi rendo conto che il caso è molto complicato: la piccola è completamente assente. Ad ora di pranzo la donna viene a riprendere Gemma. Chiedo alla mamma, Denise, questo il suo nome, se è possibile visionare il luogo dove abita. La mamma non fa obiezioni. La visione mi fa rabbrividire: vivono da sole in una casa distrutta dalla guerra. Capisco che occorre fare qualcosa per la piccola, altrimenti la mia vittoria non può realizzarsi. Chiedo alla mamma della piccola se è disposta a partire per l’Italia, per aiutare sua figlia a riprendersi dallo choc subito. Accetta.

Il mattino dopo mi reco all’ambasciata italiana per chiedere lumi su un soggiorno in Italia della piccola e della mamma, che dia la possibilità alla bambina di allontanarsi da quel luogo per diversi mesi in modo tale da poter recuperare l’uso della parola. Mi danno tutte le indicazioni giuste, ed io preparo tutta la pratica affinché le due possano partire con me. Consegno la documentazione e ritorno al villaggio. Dopo tre settimane mi convoca l’ambasciata. Mi dicono che la pratica è stata accettata ma, affinché sia valida, io devo firmare un documento di responsabilità dove cito che le due donne sono sotto la mia tutela per tre mesi ed io devo provvedere a tutto l’accorrente e riportarle indietro a guarigione della bambina. Firmo senza esitazione. Una volta al villaggio dico a Denise di preparare i bagagli che in serata si parte per l’Italia. Dopo qualche ora la vedo arrivare con una piccola valigia in mano, segno che aveva ben poco da portarsi dietro. Mi rendo conto che la missione è veramente difficile. Ma non mi pesa, anzi, essere responsabile della piccola e di quella donna, mi fa piacere. Anche perché nella mia vita non ho potuto coronare il sogno di avere una donna al mio fianco, tutte sono scappate quando hanno capito che io non potevo garantirle un futuro d’amore pieno.

Una volta in Italia mi organizzo per portare avanti la missione. Prima di tutto trovo un accordo con l’ospedale dove lavoro. Troviamo la strada per poter tenere in cura anche Gemma, lasciandomi a disposizione il tempo necessario per poterla tirare fuori dal silenzio.  Passano diversi giorni, e Gemma inizia ad avere delle reazioni positive. Già il fatto che dorme più ore di notte senza il timore che una bomba possa cascarle addosso, la aiuta a riprendersi. Il tempo scorre tra una terapia all’ospedale e tempo a correre nei parchi senza pensieri. Dopo diverse settimane dalle labbra di Gemma spunta il primo sorrisino. Buon segno. Denise invece assiste senza dire nulla ai progressi della bambina. Si dedica alle faccende domestiche per ripagare l’ospitalità che gli sto donando nell’aiutare Gemma. Una donna sempre coperta da quel vestito che continua a far vedere solo gli occhi. Di Denise conosco solo gli occhi e la voce, non so cosa nasconde dietro quegli abiti. Non ne faccio un peso, rispetto la sua cultura, anche se non l’accetto.

Sono ormai passati due mesi, Gemma ottiene buoni risultati, manca solo quel tassello conclusivo che possa farle ritornare la parola. Ma i progressi sono abbastanza evidenti, il percorso procede come voglio, e credo che il giorno di riuscire a sentire la sua voce è vicino. Intanto tra me e Denise l’approccio diventa più confidenziale, lei mi racconta molto della sua vita e spesso vuole sapere della mia. Una sera eravamo seduti sul divano, Denise mi chiede perché non mi sono mai sposato o perché non ho una donna. “Non mi sono sposato perché le donne sono fuggite da me, ed avevano ragione. Ci sono cose nella vita alla quale non puoi rinunciare, ed è giuste che sono scappate”, gli rispondo.  Denise rimane senza parole, anzi, non mi chiede più nulla. Ma nei giorni a seguire mi rendo conto che lei è sempre più legata alla situazione che sta vivendo, come se in lei stesse succedendo qualcosa. Ma non si libera di quegli abiti, no, non li lascia mai, è sempre coperta, ed io mi sento oppresso da quella sagoma senza identità che cammina per casa. Sopporto, ma a volte vorrei dirgli fammi vedere come sei. Ma non lo faccio per rispetto.

Un giorno Gemma ha la febbre forte, Denise mi chiama, io sono di servizio in ospedale, lascio e corro a casa. La piccola ha la febbre a 38, scotta maledettamente. Nonostante sono un medico, la febbre mi mette ansia, come se fosse mia figlia. Cosa sta succedendo, mi sto affezzionando? Questo è doloroso se capitasse proprio a me, anzi, doppiamente doloroso. Pratico alla piccola una terapia e gli resto accanto finché la febbre non si abbassa. Dopo qualche ora la piccola si rianima, anche perché la febbre è calata di parecchio. Più tranquillo cerco di andare nell’altra parte della casa. Mentre mi alzo per andare, Gemma mi tira per una mano. E con quegli occhi meravigliosi mi guarda fisso nei miei. “Ti voglio bene”, mi dice. Oddio, ha parlato. Allora gli ripeto “non ho sentito”, e lei ripete, ripeto l’operazione per non farla mai smettere affinché prenda l’elasticità della parola. Lei non si ferma, segue me e ripete senza fermarsi, fino a quando non si alza sul lettino, e saltellando grida “ti voglio bene”; ti voglio bene”; “ti voglio bene”. Ormai canta il ti voglio bene come se fosse una canzone famosa. Anche Denise arriva nella cameretta, mi guarda, ed io le rispondo: “Ho vinto. Tra qualche settimana ti restituisco la bambina che parla benissimo”. Lei non abbraccia nemmeno Gemma, va via, come se la guarigione la privasse di qualcosa.

La sera vado nella camera di Gemma, lei guarda la TV. Mi siedo al suo fianco. Lei si alza, mi stringe le mani al collo “Ti voglio bene”, mi dice. “anch’io ti voglio bene, piccola”, le rispondo. Ma le sorprese della giornata non finiscono qui. Sempre tenendomi strette le mani al collo: “Vuoi essere il mio papà”, chiede Gemma. Piango come un bambino in cerca del latte materno. Sono felice e triste contemporaneamente. La piccola si è affezionata a me. Le rispondo solo “ti voglio bene, tanto bene”. Lei si addormenta ed io torno in salotto. Denise come mi vede si accorge delle lacrime. “Cos’è successo”, chiede. Nulla, Gemma ha detto una cosa meravigliosa. “Cosa”, ribatte Denise. Mi ha chiesto se voglio essere il suo papà. “Oddio”, esclama Denise. Io non ho parole, ma per la prima volta stringo la mano di Denise. Lei capisce il mio stato d’animo e mi fa: “Perché non ti sei sposato, saresti stato un padre meraviglioso. Perché non hai amato una donna, perché”. A questo punto gli dico la verità: “Le donne, come ti dissi, sono fuggite perché io da galantuomo le ho sempre rivelato che sono sterile, non posso avere figli. Ho sempre capito le loro fughe, perché un figlio è una cosa meravigliosa. E in questi mesi ho capito com’è bello essere padre, anche se Gemma non è mia figlia”. Poi rivolgendomi a lei: “Di te conosco solo la voce, ma fa in modo che tu possa ricominciare tutto daccapo, fallo per Gemma”.

Vado a letto cosciente che è stata una giornata piena di emozioni. Ho voglia di stare in silenzio e chiuso in una camera buia per riflettere. Cosciente che poche settimane ancora ed io devo riportare indietro Gemma e Denise come scritto nel documento firmato all’ambasciata. Forse sono triste. Mi sono abituato a tenere persone dentro casa. È sempre stato il mio sogno, ma non ho mai trovato chi accettasse la mia condizione di uomo sterile.

Passa la notte, al risveglio sono più rilassato rispetto alla sera prima. Mi alzo, faccio una doccia, e invito Denise a prepararsi e preparare Gemma che andiamo in ospedale per una terapia. A differenza delle altre mattine, Denise prepara Gemma, e mi chiede di andare da solo. Strano, e sempre venuta con noi. Chiedo spiegazioni. Lei mi dice che vorrebbe camminare un po’ da sola in città. La lascio libera, evidentemente anche lei ha molta tristezza dentro. Io e gemma andiamo in ospedale. Questa mattina la terapia è diversa, perché è ritornata la parola, ora si deve solo perfezionare. Dopo un’ora di terapia usciamo. Ci incamminiamo lungo un corridoio. C’è poca gente. Su una panca c’è una donna seduta. Non ci faccio quasi caso alla presenza della donna. Ma ad un certo punto del percorso, prima che ci avviciniamo alla panca, Gemma mi strattona la mano, e guardandomi inizia a sorridere. Poi mi dice “ti voglio bene”. Quel ti voglio bene è come se volesse dirmi qualcosa. Continuiamo a camminare. La donna seduta sulla panca si alza, e si avvicina a Gemma, l’abbraccia forte. Stupito chiedo alla donna chi fosse. Lei si alza, mi guarda fissa negli occhi, ma già mi accorgo che gli occhi mi sono familiari, e mi sussurra: “Non mi hai riconosciuta”. Adesso sì, quella voce l’ho memorizzata nel cervello. È Denise che ha buttato quegli abiti che le coprivano un qualcosa di incantevole. Alta, capelli neri che, come una cascata, scivolano lungo la schiena, un viso stupendo, con quella carnagione chiaro scura, con quel vestitino bianco con tanti fiorellini disegnati la rendono bellissima. Tutta quella bellezza era nascosta. “Cosa ti è successo”, chiedo. “Voglio ricominciare come hai detto tu ieri sera. Per ricominciare voglio essere per primo una donna, ed ho deciso di lasciare la mia cultura per indossare la vostra. Voglio integrarmi per il bene di Gemma. Voglio che lei si senta sempre una donna e non debba nascondersi come ho fatto io, portando addosso una cultura che limita la femminilità delle donne”.

È una serata da incorniciare. Bisogna festeggiare la nuova vita di Denise. Quindi mi giro verso gemma: “Vogliamo andare a mangiare una pizza grande”. Gemma annuisce con la testa con un sì di felicità. Anche se ho sempre accettato la cultura di Denise, mi sono sempre sentito in imbarazzo quando camminava per strada insieme a me, e non è mai capitato di andare a mangiare fuori. Ma stasera sono veramente orgoglioso che sia al mio fianco. Non tanto per la bellezza, ma per il semplice fatto che ha messo a nudo il suo essere donna. Trascorriamo una serata bellissima, fatta di tante risate, e anche Gemma, se pur parlando lentamente, partecipa alle nostre chiacchiere.

Passano altre due settimane. Una mattina mi reco all’ambasciata per chiedere una proroga di permanenza di Gemma e Denise. Mi viene concessa. Possono restare altri due mesi. La mia gioia schizza da tutti i pori della pelle. Lo dico a Denise, che mostra una gioia incontenibile. Passano le settimane. Ormai Gemma a riconquistato in pieno la parola. Inizia ad integrarsi bene. Ed io sono soddisfatto del lavoro che ho fatto. Ma forse c’è qualcosa che deve ancora compiersi. E come si dice: il tempo è sempre galantuomo restituisce sempre qualcosa.

Una sera Gemma si è addormentata. Restiamo io Denise, ormai mi sono abituato a tenere per casa non più un fantasma coperto, ma una donna splendida. Nell’ultimo mese siamo diventati più confidenziali del solito, forse proprio perché al mio fianco c’è una donna che posso vedere e non solo sentire. Denise si siede vicino a me: “Quando mi hai detto che potevamo restare ancora ho gioito in silenzio. Ma divento triste non appena penso di dover ritornare laggiù. Non tanto perché devo tornare laggiù, solo perché immaginare di essere lontana da te mi chiude lo stomaco e il cuore diventa triste. In questi mesi sono stata benissimo. Quando ho deciso di cambiare, l’ho fatto perché sentivo che stava succedendo qualcosa in me. Credimi, io non ho mai conosciuto l’amore. Nemmeno Gemma è frutto di un amore. No, è frutto di una cultura che ci priva dell’amore vero. Ho dovuto sposare quell’uomo, ma non è mai stato l’uomo che volevo. In questi mesi invece ho scoperto cosa significa l’amore. Ho capito cosa significa amare un uomo per davvero. Ho capito che amare è un qualcosa di meraviglioso che va oltre la vita stessa. Io mi sono innamorata di te. So che ti sto scioccando, ma è la verità, credimi”. Non ho voglia di dirle nulla. Non voglio ascoltare ulteriori spiegazioni. Ho solo voglia di baciarla. La tiro a me e la bacio profondamente, scoprendo il sapore di una donna semplice che ha voluto cambiare per me. Ma non voglio fermarmi al bacio, no, voglio andare oltre, dimostrargli che anche io ho aperto il mio cuore per farci entrare lei e Gemma.  In pochi secondi i nostri corpi si uniscono, i cuori lasciano entrare per sempre l’amore per non uscire più. E con timide parole, quando i corpi sono assopiti dalla passione che abbiamo vissuto, dalle mie labbra escono dolci parole: “Mi sono innamorato dei tuoi occhi molto prima di innamorarmi di te. Denise, ora ti amo. E’ bellissimo amare una donna che è cosciente di amarti. Per sempre sarai la mia donna, e Gemma sarà la figlia che non avrei mai potuto avere”.

I fatti narrati nel racconto sono esclusivamente frutto della fantasia dell’autore. Ogni riferimento a persone o cose è puramente casuale.

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