Mar. Ago 9th, 2022

Autunno 1962. Tavarnuzze di Impruneta (Firenze). Nel giardino della casa di riposo Villa Giuseppina , contiguo al chiostro di un convento di suore , la novantaduenne ex attrice teatrale Irma Gramatica , seduta all’ombra di un glicine , sorseggia un tè in compagnia della nipote Albertina. Mentre i raggi del sole al tramonto tingono di rosso il cielo azzurro , le due donne , costrette da un vento leggero levatosi improvvisamente, riparano all’interno di una veranda. “Albertina , hai visto come sono diventate gialle le foglie?…Fino a qualche giorno fa erano così verdi , così piene di clorofilla!…Eh , l’estate dura poco , quanto un battito d’ali di farfalla , proprio come la giovinezza!” , constata l’anziana Irma , provando a sollevare con la mano tremante la tazzina ricolma della calda bevanda . “Oh, nonna , non rattristarti con questi pensieri!…che ne diresti se domani ti portassi una scatola di quei pasticcini che ti piacciono tanto?” , domanda la nipote al fine di distrarla. “Albertina , non trattarmi come se fossi una bambina , sono vecchia , è vero , ma non sono mica rimbambita!….Io so quello che dico e dovresti ascoltarmi , invece di far chiacchere inutili ….Ciò che sto dicendo e che dirò ti sarà utile , vedrai! …Prima , quando parlavo dell’estate che è breve, mi riferivo all’estate della vita : la giovinezza ; la giovinezza è breve! , perciò , adorata nipote ,  non ti resta altro da fare che viverla , appieno!….La giovinezza è  il sole di mezzogiorno!…la vecchiaia ….guarda,  guarda tu stessa cos’è ?!…la vecchiaia è il  sole all’imbrunire , che si spegne , che annega nell’orizzonte!…Anche l’amore è fuggevole : s’incontra all’improvviso e quando non lo si attende , quindi  bisogna essere pronti a riconoscerlo , altrimenti vola via , come un uccellino dalla gabbia , che non si è stati capaci di custodire!…” , interrompe la donna il suo discorso , per avvolgersi nello scialle di pizzo bianco scivolatole dalle spalle. “L’amore ,  nonna? ….non preoccuparti , io non penso a queste cose , è troppo presto!”, si schermisce imbarazzata la ragazza. “Tesoro , i sentimenti nascono e basta, non ci chiedono il permesso per farlo!…A ogni modo , cara , lascia che io prosegua ….se solo riuscissi a ricordare dov’ero rimasta!…ah , sì , certo!…Albertina , amore mio , quando morirò sentirai raccontare tante storie sul mio conto , incontrerai individui che simuleranno dolore, rimpianto , allora ricorda le parole di tua nonna : bada , coloro che esibiranno la sofferenza con smorfie scomposte saranno i più infidi!…il  dolore , quando è autentico, lo si tiene stretto nel cuore , lo si sussura soltanto all’anima…Ti avvicineranno persone che tesseranno le mie lodi , tu non credergli , diffida : sai cosa penseranno in realtà  ? , che io sia stata una pazza !, già “Irma , la pazza” , così mi hanno sempre chiamata in mia assenza….Sì , lo ammetto , non sono ipocrita ! , io , sono sempre stata una donna , un’artista sull’orlo dell’abisso e , aspirante suicida , ho ceduto alle lusinghe della morte …non per capriccio , ma per disperazione! …Amavo l’uomo , il compagno di vita e di scena di un’altra donna , non di una donna qualunque , ma della “Duse”, di Eleonora Duse!…Come avrei potuto competere , io semplice “giovane amorosa” , con il mito della “prima attrice”?….Amavo suo marito , Tebaldo Checchi …avemmo una relazione , durante una tournèe in Sud America…a quel tempo mi illudevo  che abbandonasse sua moglie , che pure lo tradiva con il sommo poeta , il vate , Gabriele D’Annunzio , ma mi sbagliavo e , difatti,dopo alcune settimane , mi liquidò!….Fu allora , appresa la notizia della morte di un collega , Arturo Dotti , causata dalla febbre gialla , che decisi di porre fine alla mia esistenza , contraendo anch’io l’infezione …Tuttavaia , sebbene fossi riuscita ad ammalarmi ,  guarii e la disperazione per essere sopravvissuta provocò un terremoto nella mia psiche , che  scoprii essere  fragile e labile ….Ooooh! , guarda laggiù , Albertina ,  le suore escono dal chiostro per ritirarsi nelle loro celle, s’è fatto tardi , non è vero ?”.

“La Gramatica e lo zar Nicolò sono ormai i soli esseri dispotici di Europa” . Così scriveva l’attore Flavio Andò a proposito della bizzosa attrice in una lettera del 30 dicembre del 1906 , indirizzata all’amico Alfredo Testani. Nata a Fiume il 25 novembre del 1867 , Maria Francesca Gramatica , questo il suo vero nome , fin dalla prima infanzia seguì insieme con la sorella minore Emma i genitori , Domenico , interprete e suggeritore teatrale e Cristina , attrice di origini ungheresi , in numerose tournèe. Ingaggiata per ruoli da “ingenua” e da “bambino” nelle compagnie di Giacinta Pezzana e di Aliprandi-Romagnoli , a dieci anni entrò nel collegio delle Dorotee di Firenze, dove trascorse l’adolescenza. Ricongiuntasi ai familiari , nel 1885 fu scritturata dagli impresari della compagnia di Cesare Rossi e di Eleonora Duse , esordendo presso il teatro Valle di Roma , nella “Fedora”di Victorien Sardou. Partita per una tournèe nel Sud America , contrasse la febbere gialla e , guarita, manifestò segni di squilibrio  tentando il suicidio (l’attrice in seguito attribuìle le ragioni del suo gesto all’amore infelice per il collega Tebaldo Checchi , marito di Eleonora Duse). Tornata in Italia , nel 1887 sposò l’attore Arnaldo Cottin e fu scritturata dalla compagnia Nazionale diretta da Graziosa Glech e da Giuseppe Bracci. Priva di gratificazioni, (definiva la sua attività: “Cosa falsa , che non suscita nessuna emozione”) , conquistò ruoli da protagonista , specializzandosi nel repertorio drammaturgico francese(da Sardou ad Alexander Dumas figlio) . Diventata madre nel 1889 , non abbandonò la carriera artistica , intraprendendo a soli due anni dalla nascita del figlio , una lunga tournèe in Argentina , al rientro dalla quale scoprì della morte del piccolo , affidato alla zia del marito . Separatasi da Cottin  , in preda al dolore e all’alterazione psichica , ritornò in Argentina, stabilendosi a Buenos Aires. Ammalatasi di una grave forma di esaurimento nervoso , fu accolta e accudita  dalla famiglia italo-americana dei Todros. Ripresasi , fece ritorno  in Italia e riprese il suo lavoro di attrice , ottenendo il ruolo di “prima attrice giovane” nella compagnia di Italia Vitaliani e di Vittorio Salsilli. Riscosso successo presso il pubblico e i critici nei panni di “Teresa Raquin” , dramma di Emile Zola , nel 1896 fondò insieme con la sorella  Emma , divenuta nel frattempo anch’essa attrice , e con Giuseppe Paradossi e Luigi Biagi , la compagnia Sociale. Promossa “prima attrice”, grazie al consenso ottenuto con l’interpretazione delle opere di Ibsen ( “Spettri” , “Casa di bambola”)  e di Sardou ( “Spiritismo”) , recitò nelle compagnie di Ermete Zacconi , Luigi Raspantini ed Enrico Reinach. Ritenuta dai critici: “Protagonista di primo piano della scena italiana”, iniziò a manifestare nuovamente i sintomi di un malessere psichico, per via del quale si fece sostituire dalle attrici Edwige Guglielmetti ed Emma Varini. Ristabilitasi , dal 1906 al 1919 militò nella compagnia dei Giovani o Santissima Trinità di Virgilio Talli , recitando al fianco di attori quali Ruggero Ruggeri e Flavio Andò. Intensa nelle vesti di “Dionisia” di Alexander Dumas figlio , di “Nennelle” in “Come le foglie” , di Giuseppe Giacosa e di “Mila di Codro” , di Gabriele D’Annunzio, fu colpita da un violento attacco di artrite reumatoide . Sprofondata ancora nel baratro della depressione , soggiornò a Bologna per un breve periodo ,presso la casa di cura Villa Rosa. Tornata a calcare le tavole del  palcoscenico , a causa del difficile rapporto con Andò (l’artista soleva chiamarla “Viperetta”) , abbandonò la compagnia Talli. Scritturata da Giuseppe Zopegni e da  Romano Calò , lasciò la ribalta nel 1920, scivendo:“Sì , proprio vero , li mando tutti a buggerare con la più grande voluttà!. [….] Mi auguro di non aver mai più bisogno di tornare a respirare in quella cloaca massima che si chiama palcoscenico. Me ne vado nascosta , indignata , stupefatta, avvelenata da tante oscene e turpi cose vedute e volute ; sì , me ne vado e me ne vado immacolata e povera!”. Trasferitasi dal 1920 al 1923 a Signa , un paesino in provincia di Firenze , nella Villa Quarnarina , recitò ancora nel 1924 , quando , nominata “capocomico” e “responsabile unico delle prove di scena” dagli impresari della compagnia Teatro Sperimentale , interpretò una donna anziana nel dramma di Niccodemi “L’ombra”. Costretta dalle difficoltà economiche a vendere la villa acquistata nelle campagne fiorentine , nel 1928 entrò a far parte insieme con la sorella Emma della compagnia di Benassi , per la quale impersonò donne mature e problematiche nei drammi di Ibsen e di D’Annunzio , “Gian Gabriele Borkman e “La città morta”. Attrice amata dal regime fascista , ottenne dal ministero della Cultura popolare lauti vitalizi che le consentirono di sovvenzionare la compagnia Za-Bum di Mario Mattoli, con la quale mise in scena pièce di Pier Maria Rosso di San Secondo( “Tra vestiti che ballano”) e di Jacques Deval (“Stefano”) . Ingaggiata dal regista Guido salvini per il ruolo di “Clitennestra” nelle “Coefore”di Eschilo, nel 1934 esordì nel cinema , interpretando la pellicola di Amleto Palermi , “Porto” . Docente di recitazione presso l’Accademia nazionale d’Arte drammatica diretta da Silvio D’Amico , nel 1937 alternò alla parte di “Giocasta” nell’“Edipo re” di Sofocle quella della dispotica “Signora Pastore” nel film di Pierre Chenal “Il fu Mattia Pascal” , adattamento dell’omonimo romanzo di Luigi Pirandello. Ritrovata la sorella Emma nelle rappresentazioni “Passeggiata col diavolo” , di Guido Cantini e “All’insegna delle sorelle Kàdar” , di Renato Lelli , nel 1939 fu scritturata insieme con Ruggero Ruggeri dall’impresario Remigio Paone per interpretare il dramma di William Sheakespeare “Macbeth”. Privata di sovvenzioni economiche con la caduta del fascismo , visse diversi anni a Venezia, nell’abitazione  della sorella Emma e della nipote Albertina. Dimenticata dai registi teatrali  fu invece riscoperta da quelli  cinematografici ,  partecipando alle pellicole di Ferdinando Maria Poggioli e di Mario Sequi:  “Sissignora” “Sorelle Materassi” (desunta quest’ultima dall’omonimo romanzo di Aldo Palazzeschi) e “Incantesimo tragico” . Voce recitante delle prose radiofoniche RAI (“Nemico” di Niccodemi e “Congedo” di Renato Simoni) nel 1953 , ormai ottantenne , si ritirò a Tavarnuzze di Impruneta (Firenze) , nella casa di riposo Villa Giuseppina. Autorizzata la pubblicazione della sua autobiogarfia dal titolo “Tutta qua la mia vita”, scomparve il 14 ottobre del 1962 , all’età di novantadue anni , a causa di un collasso cardiaco . Accompagnata dalla nipote Albertina nel suo estremo viaggio verso il cimitero monumentale di Signa , dove  tutt’oggi  riposano le sue spoglie , fu salutata da un cronista del Radiocorriere con queste parole : “Eroina , maliarda , divina , Irma Gramatica era una grande attrice di teatro . Dotata di straordinario talento e sensibilità , raggiunse in alcune opere tragica potenza , ma vi arrivava per gradi , attraverso una spirituale , aerea musicalità , tanto da farla soprannominare “Irma dall’ugola d’oro” , cosa che molto la irritava. Perchè fu nemica delle frasi fatte , degli  inchini e delle riverenze , della mediocrità ipocrita . Sono stati scritti vari libri su di lei , ma citeremo l’ultimo giudizio , che è quello di Silvio D’Amico :  “Aveva il dono di spremere dalla parola la sua più segreta profumata essenza”.