Dom. Nov 27th, 2022

Ho percorso già 400 chilometri di questo viaggio della speranza. Ho fatto la scelta migliore anche se la sofferenza mi accompagna nel percorso tempestoso alla ricerca di un equilibrio perso per colpa di un amore finito in malo modo. Mi restano le mie due ancelle, i due angeli, la mia risorsa di vita, uscite da questo amore senza amore. Solo adesso l’ho capito, anche se finora ho cercato di mantenerlo ben saldo affinché le gemelle, nate otto anni fa, non soffrissero la separazione. Quante sono belle. I loro sorrisi sono la porta aperta alla speranza. Ma adesso, nel buio dell’autostrada, posso solo guardarle nella foto che ho incollato sul cruscotto della mia piccola utilitaria, vecchia, ma ancora capace di macinare chilometri su chilometri. Sono diretto in trentino. Sono partito da Terni nel primo pomeriggio, arriverò a notte fonda. Fra un po’ mi fermo, mangio le colazioni che la mamma mi ha preparato con il dolere nel cuore, per quel figlio riconquistato, ma che adesso riparte di nuovo. Quel figlio che la sua donna ha fatto di tutto per non farglielo  incontrare. La mia mamma, donna forte e piena di saggezza, diceva sempre “non fa niente, l’importante che tu sei felice”. Ama le gemelle, ma le deve vedere a singhiozzo. Tace, non reclama mai, soffre in silenzio, portando me e le bambine sempre nel cuore. Adesso, in questo viaggio ripercorro gli errori commessi per correre dietro ad una donna che ha reso la mia vita un inferno. Ingegnere informatico. Un impiego dignitoso in una nota azienda nella capitale. Tutto andava liscio come l’olio, a parte le condizioni amorose poco confortevoli. Alessia e Alessandra, le mie due gemelle. Quando sono nate il mio cuore per un po’ ha rischiato di scoppiare di gioia. Otto anni della mia vita dedicati solo a loro. A rincorrere la loro felicità sempre e comunque. Ogni disappunto con mia moglie veniva superato grazie alla voglia di regalargli un famiglia sempre unita e forte. La mamma me lo diceva sempre: “Questa non è la donna per te”. Non gli davo retta, l’amavo tanto. Mi illudevo. Poi una mattina, come tutte le mattine, mi reco a lavoro. Troviamo i cancelli chiusi. L’azienda aveva chiuso battenti senza nemmeno preavvisarci. Niente. Cancelli chiusi con cartello su scritto: “Chiuso per fallimento”. Da un giorno all’altro mi ritro senza più un lavoro. Quella mattina inizia la tragedia della mia vita. La donna al mio fianco inizia a mostrare il peggio di se. Non mi perdo d’animo. Cerco altri lavori pur di far continuare alle mie gemelle la vita che conducono, senza fargli cambiare abitudini e scuola. Di giorno mi arrangio con lavori di ogni genere, di notte faccio il portiere dove capita. Certo, non guadagno quello che guadagnavo come ingegnere, ma è sufficiente per combattere il momento che si è presentato. Purtroppo il rapporto con mia moglie diventa sempre più difficile. Ogni sera una litigata. Ogni sera i soliti tormenti. Non avevo colpe, in fondo mi prodigavo a fare tutto pur di non fargli mancare nulla. Fino a quando una mattina, tornato dal turno di notte, trovo un biglietto sul tavolo: “È finita, tra noi non c’è più amore. Spero che tu possa capire. Le gemelle restano con me a casa nostra. Tu devi lasciare la casa, non voglio più dividerla con te”. Era il peggior buon giorno che un uomo potesse ricevere. Nei giorni a seguire ogni tentativo di fargli capire che l’unità della famiglia per me è importante, non sortì nessun esito positivo. Feci capire alle bambine che qualcosa si era rotto tra me e la mamma. Piangevano, amano entrambi allo stesso modo, e non voglio perdere nessuno delle due. Purtroppo il percorso è segnato. Resto a casa fino a quando non arriva l’ordine del tribunale di abbandonare il tetto coniugale. Come un appestato vengo cacciato fuori dalla mia casa, che con tanti sacrifici ho comprato pagando un mutuo da giovanissimo. Fuori, disse il giudice. Quella che doveva essere il mio amore, si prendeva la casa, le bambine, e una parte dei miei guadagni, quasi maledivo di essere nato uomo. La sera i carabinieri mi accompagnano alla porta perché non voglio lasciare la casa. Sono sbattuto fuori con la forza. Meglio così, oltre alla beffa rischio anche il danno: il carcere. Era tutto così assurdo. Quella sera capii che avevo chiuso definitivamente con l’amore. Mai più avrei amato una donna, ormai vedevo nelle donne dei mostri senza pietà. Pioveva a dirotto, carico le mie poche cose in macchina, e non ho altra scelta: chiedere scusa a mia madre. Mi dirigo verso la periferia di Terni, nelle campagne, dove la mia anziana mamma vive in un piccolo casale tutta sola. Arrivo, busso, con le valige in mani attendo che la mamma viene ad aprirmi. Appena mi vede, non dice una parola. Da mamma ha già intuito il mio dramma. Mi porta in cucina, prende le valige e le porta in quella che una volta è stata la mia camera, custodita con amore da lei, conservando intatto tutto quello che raccoglie il mio passato. Ritorna in cucina, si siede al mio fianco: “ Da questo momento per te esistono le tue bambine, devi lottare per loro e per la loro felicità”. La guardo commosso. Doveva cacciarmi fuori per quello che gli ho fatto per colpa di mia moglie, invece come la madonna mi accoglie sotto il suo mantello. Dopo due anni eccomi qui ad affrontare questa nuova avventura percorrendo in solitario, in questa notte di primavera, un viaggio alla ricerca di una mia dimensione, ma anche trovare quelle risorse necessarie per coronare un sogno, forse l’unico della mia vita, una passione che covo dentro: una piccola trattoria tutta mia. Da ingegnere informatico, laurea conseguita con i massimi dei voti, mi ritrovo in questi due anni di precariato asfissiante, a scoprire la passione per la cucina. Ho lavorato come cameriere prima e aiuto cuoco dopo, spesso in noti ristoranti. Le lunghe ore passate in cucina mi hanno consentito di innamorarmi di un lavoro a me sconosciuto, ma che adesso amo. Uscire da Terni mi serve proprio per reperire le somme necessarie per raggiungere lo scopo. Lavorare di più per guadagnare di più e mettere da parte quello che mi serve per arrivare all’obiettivo finale. Questa partenza mi costa cara. Stare lontano dalle mie bambine è la sofferenza più grande della mia vita, ma dopo, se ci riesco, recupereremo questo tempo perduto.

L’alba si avvicina, sono quasi arrivato, ho viaggiato tutta la notte. Prima che facesse giorno sono già alla meta prestabilita. Mi dirigo all’indirizzo indicato, che mi ha offerto il lavoro a una condizione molto vantaggiosa, quasi impossibile per esser vero. Busso. Mi apre una donna molto anziana. Mi fa accomodare. Dopo un po’ arriva un uomo altrettanto anziano. Indossa la giacca, il cappello, il cappotto, e mi invita a seguirlo. Facciamo un chilometro a piedi. Arriviamo fuori ad una locanda. L’uomo apre la porta d’ingresso. Dentro tutto buio. Non capisco. I tavoli sono coperti da lenzuola bianche. Entriamo nella cucina del locale. Ecco, caro, questo locale deve ritornare a vivere, e abbiamo scelto te per farlo rinascere. Noi siamo anziani, abbiamo cucinato per 50 anni, adesso le forze non ci sono più. È chiuso da più di un anno, ma passare di qui e vederlo chiuso ci fa molta rabbia. Non voglio guadagnarci, a me interessa passare e vederlo aperto, per questo l’offerta che ti abbiamo fatto e abbastanza alta. Cerco di comprendere cosa devo fare. Poi alla fine capisco che devo vedermi tutto io, loro volevano soltanto avere la soddisfazione di rivedere la locanda aperta. Nonostante la stanchezza del viaggio, mi metto subito a lavoro. Dopo una settimana il locale è pronto per ripartire. In tutto ciò avevo trovato due grandi maestri. I due conoscono tutto della cucina italiana. Mi insegnano più di quello che ho imparato in due anni. La donna, che ha sempre cucinato nella trattoria, in una settimana mi insegna tutti i segreti dei piatti che lei ha cucinato in 50 anni. Il sabato sera apriamo la saracinesca della nuova locanda. I due sono raggianti, rivedere le luci accese nella locanda, gli dà gioia. Io mi sento baciato dalla fortuna: ho trovato due persone anziane eccezionali, che mi stanno dando la gioia di crederci ancora. La sera stessa chiamo le due bambine per renderle partecipe, anche se da lontano, al nuovo evento della mia vita. La prima sera non va male, i vecchi clienti arrivano alla spicciolata, ma affollano il locale. Cosi anche nelle sere successive, fine a essere sempre pieno anche nei mesi a venire. Il primo mese i due fanno i conti e mi danno la prima paga. Mettono sul tavolo il mensile pattuito, 3000 mila euro, ma sorpresa, affianco ai tremila ci mettono altri mille euro come extra. Ho il cuore in gola dalla gioia. Se guadagno ogni mese cosi, in poco tempo posso mettere da parte i soldi necessari per creare il mio gioiello. Dal primo stipendio passano sei mesi. Ogni mese i due oltre allo stipendio mettono sempre extra più cospicui, insomma, gli affari della trattoria vanno bene, quindi per loro tengono solo le spese, il resto lo danno a me. La mia vita cambia all’improvviso e inaspettatamente. Mancano solo le mie bambine. Così di comune accordo decidiamo di chiudere una settimana per ferie per consentirmi di andare dalle mie piccole. Ormai tra di noi si è instaurato un rapporto quasi fraterno. Loro si sono affezionati a me come fossi suo figlio. L’unico figlio che persero una notte d’inverno in un incidente stradale. Il lunedì mattina prendo l’autobus per arrivare alla stazione di Trento. Un lungo viaggio, ma la sera sono in compagnia delle mie bambine. Il giudice ha concesso di poterle tenere una settimana con me. Dopo sei mesi è la settimana più bella dopo tanta solitudine e tanto lavoro. Anche mia mamma è felice nel vedere le bambine gironzolare per casa, forse la cosa che più desidera nella vita. La settimana va via come le anguille scivolano nel lavabo. Alla stazione le lascio strette alla mano della nonna, che tra li a poco deve riconsegnarle alla mamma. Il cuore è triste, troppo triste, la mia vita, in quel momento, è solo per loro. Lasciarle mi dà tanta tristezza, ma anche la consapevolezza che ho ritrovato la dimensione giusta per non fargli mancare nulla. Riprendo le mie giornate tra un piatto e l’altro. Nel frattempo ho conseguito anche l’abilitazione a cuoco. Io, ingegnere  informatico, mi catapulto in una dimensione nuova e diversa dalla mia laurea, ma sto bene, e la cosa non mi pesa.

Ormai la borgata a pochi chilometri da Trento è diventata la mia casa. È trascorso un anno, mi mancano solo le bambine, il resto sarebbe tutto magnifico. L’amore? Beh, quello ci ho rinunciato da un pezzo. O forse mi sono rassegnato troppo in fretta.   Una mattina esco dal locale, e distratto dalle mie cose urto una ragazza, avrà avuto al massimo 30 anni. Gli cade la spesa che porta in mano. Mi scuso piegandomi a raccogliere le cose, ma le uova ormai sono già una frittata. Sono mortificato, mi alzo per dirglielo, una voce sottile, dolce e sensuale rompe il silenzio: “Non si preoccupi, risparmio di sbatterle”. La guardo: due occhi marroni, capelli castani scuri raccolti a coda di cavallo, lentiggini sul naso, un bel sorriso. Non è bella, ha le forme non proprio perfette, ma quella voce, quella ha detto qualcosa. “Se mi da il tempo di chiudere la porta, andiamo a ricomprare le uova”, dico.  “No, non si preoccupi, le ricompro io, è stato un incidente”, risponde sempre quella voce dolcissima. “Come posso farmi perdonare”, cerco di scusarmi. “Beh, un modo c’è”. “Mi dica, qualsiasi cosa”, rispondo. “Stasera mi offre una cena nel suo locale”, è la richiesta. “ Per me è un grande onore”, dico affermativo. La sera, alle nove in punto è già nel locale. Per fortuna non c’è tanta gente, cosi spero tra un piatto e l’altro di potergli fare compagnia. Augusto, il proprietario, capisce la cosa: “Hei, pivellino, mica vuoi lasciare da sola quella splendida fanciulla”, sbotta ironicamente. “Beh, chi cucina?” Chiedo. Subito donna Rosa, cosi la chiamo la moglie di Augusto, sono arrugginita ma so ancora cucinare, ma non permetto che quella fanciulla resti sola soletta al tavolo. Tolgo il grembiule e mi siedo vicino a lei. Augusto con un cenno dell’occhio mi fa l’occhiolino, ormai loro due sanno tutto di me, quindi vedermi a tavola con una ragazza, per loro è motivo d’orgoglio. Augusto non mi consente di decidere il menù, donna Rosa prepara la nostra cena secondo i suoi gusti. Diventa una serata divertente e per la prima volta sono servito nel locale dove lavoro. Soprattutto assaggio i piatti di donna Rosa, mi ha insegnato tanto, ma cucinati da lei sono divini, troppo buoni. “Come ti chiami”, chiedo alla ragazza. Alessandra. Sorrido. “Perché sorridi?”. La mia bambina si chiama Alessandra. “Sei sposato”, mi chiede con sguardo rattristato. “Veramente separato, ed ho due splendide bambine, sono gemelle, Alessia e Alessandra”, rispondo. Quasi si rincuora sapere della mia separazione. Dopo cena mi stavo congedando, quando Augusto: “Che fai, la lasci andare via così. Dai, stasera chiudiamo noi. Vai, andate a prendere un caffè al centro, e una bella serata”. Augusto mi rincuora di nuovo. Andiamo al centro. Ci fermiamo ad un bar per il caffè. Mentre sorseggiamo il caffè, la radio dà la canzone “la rondine” di Mango. “Che bella”, esclama lei. “Si è bella”, piace anche a me”, affermo.  Ascoltiamo in silenzio le note della canzone e le dolci parole contenute nel brano. Il motivo ci emoziona. Quella canzone diventa la colonna sonora di un percorso inimmaginabile.

Ormai la sera non chiudo più il locale e vado a letto. Fuori ad attendermi c’è sempre lei, quella ragazza che ha accettato di diventare mia amica. Passano i giorni, i mesi, e Alessandra diventa sempre più parte di me. In lei vedo qualcosa che non ho mai visto in una donna. Lei è molto più giovane di me. Ma l’età non sembra creare l’imbarazzo tra di noi. Un pomeriggio, a sorpresa, la trovo fuori al locale. “Perché non sei entrata?”, chiedo. “Non volevo dare fastidio, immagino il da fare”, risponde. “Ma che dici?”, la rincuoro. Noto un velo di tristezza. “C’è qualcosa che non va?”, chiedo. “Non so, sono diversi giorni che sento un vuoto di stomaco, farfalline che girano nello stomaco e fanno a cazzotti tra di loro. Forse mi sto innamorando”. “Chi è il fortunato”, chiedo, anche se lo stesso effetto ce l’ho anche io. “Sei tu”, la risposta è secca. Un attimo di silenzio da parte mia: “Anche le mie farfalline fanno a cazzotti per correre a dirti che mi sono innamorato di te”. Pochi istanti e le nostre labbra sembrano una colla potentissima che non si scolla più. Sono mesi che entrambi desideravamo quel bacio. Dopo il bacio la sorpresa, non gli avevo mai chiesto dove abita. “Sono due anni che vivo qui, ma sono di Terni”. Ennesimo sorriso: “Anch’io sono di Terni”. Scoppiamo in una risata comune. Ci conoscevamo da tre mesi e mai avevamo capito di provenire dalla stessa terra. Nei giorni a venire mi racconta buona parte della sua vita. “Ecco – dice una sera – questa è la mia vita. Dopo la morte dei miei sono rimasta sola al mondo. Sono arrivata qui in cerca di fortuna. Non credo di averla trovata, così mi limito a fare la badante. Non è quello che sognavo, ma devo accontentarmi. Spero in qualcosa di migliore. Sono scappata da Terni perché la solitudine mi stava uccidendo. Perlomeno qui ho qualcuno con cui parlare. Sono donne anziane, ma perlomeno dico qualcosa. A Terni trascorrevo intere serate a guardare il soffiato nel silenzio di una casa ormai vuota di tutto. Sono scappata dalla solitudine, ma il mio paese mi manca. Lì ci sono tutti i miei ricordi. Non so quanto resisterò ancora, forse adesso che ci sei tu qualcosa può cambiare. Ma i ricordi di una famiglia che mi ha saputo amare, non si scordano facilmente. Poi quella brutta notte, l’incidente, ne usciamo vivi solo io e mio fratello. Io incolume, mio fratello con le gambe frantumate. Dopo due anni di vita su di una sedia a rotelle, lo trovo riverso sul letto con un coltello conficcato in gola: si era arreso alla vita. Da allora è stato solo un incubo. Dovevo fuggire da quel posto, ma una volta qui mi mancava e mi manca tuttora. A volte sono tentata di ritornare giù e porre fine a questa solitudine come ha fatto mio fratello”. Ascolto in silenzio quelle parole piene di dolore. Quella ragazza cosi ironica cambia atteggiamento, diventa triste, con le lacrime agli occhi. Gli do coraggio. “Adesso però ci sono io, ti sembra poco”. “No, no, tu sei speciale, lo sei stato dal primo momento. Forse la ragione di vita adesso sei tu, anche se ci sono molte cose che non avrei voluto”. “Quali”, chiedo. “Hai un passato legato ad un’altra donna, io desideravo un uomo tutto mio. Poi ci sono anche due bambine. Non so, sono insicura, ma il mio cuore ti ama”. “Allora segui il tuo cuore senza voltarti indietro. Il resto si costruisce col tempo”.  Mi stringe la mano. Capisco che Alessandra è entrata prepotentemente nel mio cuore. Capisco che adesso devo dividere tutto anche con lei, dolori e speranze. Soprattutto amare le mie bambine come ho sempre fatto, ma ritagliare uno spazio anche per lei. Ci baciamo a lungo per smorzare la tristezza che si è creata, sperando che il domani possa sorriderci. “Dammi solo del tempo per mettere da parte i soldi necessari per aprirmi una locanda tutta mia, poi le cose cambieranno”, gli sussurro mentre la bacio. Lei sorride. Capisco che attraverso di me vuole una vita migliore, senza tanta solitudine. Passa un anno intenso di passione e amore. Mi rendo conto di aver amato la donna sbagliata. Con Alessandra tutto è diverso. Anche fare l’amore dà forti emozioni che mai ho provato con la mia ex. Con lei si è aperta la porta verso un domani con accanto la donna che ho sempre sognato. Soprattutto mi sento troppo innamorato. Ogni distacco, che capita nei periodi festivi per correre dalle mie bambine, diventa un periodo di sofferenza sia per me sia per lei. Non posso fare diversamente, le mie bambine prima di tutto, le ho messe al mondo per mia volontà, quindi devo difenderle da tutto e da tutti. Però non mi resi conto che per Alessandra è una enorme sofferenza. Infatti un pomeriggio viene alla locanda, in mano porta una valigia. Non capisco. “Che significa la valigia”, chiedo. “ Credimi, ti ho amato tanto e ti amo tanto, so che soffrirò tantissimo, ma vado via da qui”. Non capisco quella decisione così assurda.

<<Non puoi farlo. Demolisci un futuro già costruito. Abbiamo trascorso un anno meraviglioso insieme. Non c’è stato giorno che non ci siamo amati. Perché questa scelta senza ragione>>.

<< È una mia scelta. Tu hai le tue bambine ed è giusto che le ami come stai facendo. Ma io non voglio più vivere aspettando che tu ritorni>>.

<< Ma è assurdo. Capita ogni sei mesi, e solo per una settimana. Il resto del tempo lo trascorriamo sempre insieme. Cosa devono dire quelle piccole che mi vedono di rado, eppure continuano ad amarmi>>.

<<Vedi, ho ragione io. Io sono la seconda parte della tua vita, verrò sempre dopo, non posso vivere sentendomi la ruota di scorta della tua vita>>.

<< Ma che stai dicendo. Non è cosi. Ti ho chiesto solo altro tempo per costruire il futuro per tutti noi. Appena posso, io e te vivremo insieme giorno e notte, e quando vado giù verrai con me, staremo sempre insieme. Finora non è stato possibile per ovvie ragioni. Ma fra qualche mese tutto può cominciare>>.

<<No, sarò sempre la ruota di scorta. Non la voglio una vita così, preferisco soffrire ma ricominciare senza di te. Se mi hai amato davvero, non cercarmi. Ti prego, non cercarmi>>.

<< È assurdo quello che stai facendo>>.

Mi volta le spalle e scompare nel nulla. Scompare dietro l’angolo della strada e non la vedo più. Nei giorni a seguire provo a chiamarla, ma lei rifiuta la chiamata. Nel cuore ho tanto dolore: per me Alessandra è diventata la costala mancante del mio corpo. A volte mi mancano gli stimoli per continuare a correre come ho fatto finora. Sento quel vuoto che solo un grande amore può darti, ma devo continuare, devo alle bambine un futuro dignitoso, poi si vedrà.

Una sera, dopo una giornata intensa di lavoro, prendo una birra fresca e mi siedo ad un tavolo. Guardo la birra sentendo dentro tanta tristezza. Sono trascorsi otto mesi dall’addio di Alessandra, per me esiste tanto vuoto. Senza di lei mi sento perso, quasi ad un passo dalla resa. Se lascio Trento devo ritornare giù e ricominciare d’accapo, affrontando tutti i rischi che incontro. Se resto qui sono avvolto dai ricordi e costretto a vivere senza le mie bambine. Sono troppo confuso e depresso. Al mio fianco si siede Augusto e Rosa. In mano hanno dei fogli di carta. “Leggili”, dice Augusto.  Leggo attentamente. “Cosa significa”, chiedo. “Quello che hai letto – dice Augusto- questa trattoria da oggi e tua. Non abbiamo nessuno al mondo, la lasciamo a te, abbiamo capito che la ami ed è giusto darla a chi saprà amarla come l’abbiamo amata noi”. Quella che stava diventando una sera di tristezza si trasforma in tanta gioia, avevo quello per cui sto lottando da tre anni. “Cosa volete in cambio”, domando. “Nulla. Anzi, qualcosa ce la devi. Vai a riprenderti Alessandra, stai soffrendo troppo. E lei starà soffrendo peggio di te”. “Mi ha detto che non devo cercarla”. “ Tu provaci”, ribatte Augusto. Annuisco in segno di prova. Dopo due giorni mi arriva un’altra sorpresa. Mi chiama la mamma. È tutta agitata: “Le bambine sono qui con me. La tua ex le ha portate da me chiedendo di consegnartele. Lei è andata all’estero, ti ha ceduto l’affidamento. In tre giorni accadono avvenimenti a sorpresa. Mi precipito da Augusto informandolo di quello che sta accadendo. Lui: “La villa che abbiamo è troppo grande per noi due, bisogna riempirla. Vai, non preoccuparti, ci pensiamo noi alla locanda. Va e torna con le tue tre donne”.

Senza perdere tempo, preparo la macchina e affronto il viaggio con il cuore in gola. Una volta a casa trovo la mamma che gioca con le bambine. Le guardo da lontano. Le piccole appena mi vedono corrono ad abbracciarmi. Alessia, la più sensibile a quello che è successo: “La mamma ci ha abbandonato”. La guardo con tristezza, non volevo che soffrissero cosi tanto, ma cerco di fargli capire che non è così. “No, piccole, non è così. La mamma vi ama tanto. Ha deciso di trovare una dimensione sua con un lavoro nuovo. Vedrete, appena avrà risolto i suoi problemi tornerà da voi”. So di prenderle in giro, purtroppo non è così. Lei le ha abbandonate per seguire un altro uomo in America, forse non tornerà più. La nonna prepara una bella cena. Dopo cena le piccole crollano. Le porto a letto. Io e mia madre ci sediamo vicini, lei mi stringe la mano: “Oggi ho chiamato Rosa per sapere se lì va tutto bene. Mi ha raccontato della ragazza. Se la ami non lasciartela scappare. Rosa mi ha detto che è una donna speciale, e noi donne sappiamo riconoscere le donne migliori”. “Alessandra mi ha chiesto di non cercarla, non posso tradire una sua richiesta”, rispondo deluso. “No, non vivere con il rammarico di non averci provato”. Esco fuori a prendere un po’ d’aria, mi sento soffocare. Accendo una sigarette, guardo l’infinito della valle, rammentando le parole di Augusto e mia madre. Rifletto. Poi un lampo. Do un bacio alla mamma: “Vado a riprendermi il mio amore”. Prendo la macchina, nonostante sono le dieci di sera, mi reco vero un paesino a pochi chilometri da Terni. In quell’angolo sperduto c’è la mia donna, quella che ha saputo farmi conoscere l’amore. Vado a riprendermela, spero di riuscirci. Appena a pochi passi dalla casa di Alessandra, trovo altre case isolate con le luci spente, dormono tutti. La casa di Alessandra è tutta chiusa con le luci spente. Apro le portiere della macchina, accendo lo stereo ad alto volume, lasciando scorrere il nostro inno, quella canzone che era diventata la nostra colonna sonora. Si affaccia un uomo anziano: “ Hei, spegni quel coso, dobbiamo dormire”. La mia risposto è secca: “Sono innamorato”. Allora l’anziano: “Beh, se è così mi arrendo”. Una luce si accende nella casa del mio amore. Le note della canzone gli fanno capire che sono io. Si apre la porta d’ingresso. Esce. L’emozione è grande. Si dirige verso di me in pigiama, mostrando tutta la sua semplicità. Appena a dieci metri da me si ferma, mentre le note della canzone continuano a scorrere. “Tu sei pazzo. Spegni quel coso, altrimenti ci arrestano”, sussurra Alessandra. “Sono venuto a riprendermi la mia rondine. Non vado via senza di lei”, gli rispondo deciso. “La tua rondine ti stava aspettando ed è pronta a volare con te”. La canzone si esaurisce, mentre il bacio che riapre il nostro rapporto non si esaurisce più. Siamo talmente riscaldati che non può esaurirsi con un bacio. Chiudo la macchina ed entriamo in casa. Una casa fredda e troppo cupa, segno che lì aveva ripreso la sofferenza. La prendo in braccio, la porto sul letto, e senza dirgli niente la denudo come facevamo un tempo. Non gli do il tempo di capire, che inizio ad amarla con tutta la passione che ho accumulato in quei mesi. Lei risponde con altrettanta passione, segno che stava aspettando che arrivassi. Ci amiamo per ore. La mattina lei prepara le valige, chiude la casa, e ci dirigiamo verso la cascina dove ad attenderci ci sono le bambine. Lei non sa ancora che le bambine adesso stanno con me. Giunti alla cascina le bambine ci corrono incontro. “Da oggi queste sono anche tue. Ce ne andiamo su insieme”, comunico ad Alessandra quello che è successo. Lei dice poco: “Sono meravigliose”. Non dice più una parole. Mia madre ha preparato i bagagli delle bambine, li carico in macchina. Poi vedo che la mamma esce di casa, chiude la porta, tenendo in mano una valigia. “Che significa, mamma”, chiedo perplesso. “ Sono stanca di fare da custode a questa cascina, ho detto ai padroni che vado via. Non voglio più vivere sola. Quel poco che mi resta voglio viverlo con le bambine e voi due. Andiamo”.

Non dico niente e accetto la decisione. Arriviamo a Trento in serata. Augusto ci accoglie con tanto entusiasmo e affetto. Ero risalito con tutte le mie donne al seguito. Non tre, bensì quattro.

Sono trascorsi due anni. La casa di Alessandra l’abbiamo ristrutturata ed è diventata la nostra casa delle vacanze. Lei è la donna più felice del mondo. Ama le bambine come se fosse la loro mamma naturale. Della mia ex non ho avuto più notizie. Le bambine crescono con la voglia di rivederla, ma non so nemmeno dov’è. Alessandra ha coronato il sogno di diventare mamma. Ha dato alla luce una splendida Bambina, che abbiamo chiamato Rosa, onorando quello che Augusto e Rosa hanno fatto per me. Ormai siamo inseparabili. Abbiamo formato una grande famiglia, e tutti siamo usciti dalla solitudine aggrappandoci l’uno all’altro. La cosa più bella è vedere la mia rondine felice e innamorata sia di me sia delle bambine. Io ricambio con tanto amore e passione. Non devo più attendere la primavera per vedere volteggiare le rondini. La mia rondine ogni giorno volteggia al mio fianco cinguettando la sua dolcissima voce che riempie di armonia la mia esistenza. Quello che sembrava un addio non era altro che una parentesi per consentirmi di realizzare le cose. Nonostante la mia rondine era andata via il mio volo non si è fermato, volando a raso e lentamente sono andato fino in fondo. E quando il nido sotto le stelle era costruito, sono andato a riprendermi la rondine dal canto più dolce del mondo. Ogni sera, prima di addormentarmi, gli do il bacio della buona notte sussurrandogli: “Grazie Alessandra, senza di te tutto questo non sarebbe successo”.

I fatti narrati nel racconto sono esclusivamente frutto della fantasia dell’autore. Ogni riferimento a persone o cose è puramente casuale.

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