Ven. Set 30th, 2022

Anche se tutto si muove, in provincia di Caserta c’è il deserto. Quello che si muove sono un po’ come i zombi. Davanti agli occhi dei cittadini c’è tanta nebbia, specialmente tra i giovani, i più penalizzati. Non c’è futuro.

Il danno maggiore è la mancanza di speranza. Le prospettive per i giovani sono l’allontanamento da una terra che ha tante potenzialità, ma l’assenza della politica, con politici attenti solo al bacino di voti, fanno sì che i ragazzi sono costretti ad andare via. Non hanno muri dove potersi aggrappare. I coraggiosi scavalcano il muro e scappano, chi resta boccheggia nella speranza che qualcosa cambi. Non c’è lavoro che possa far guardare al futuro. Lo schiavismo e la precarietà è l’unico ufficio per l’impiego aperto. La mancanza di un tessuto industriale, la disattenzione avuta in tutti in questi anni intorno al settore turistico, ha portato la provincia ad indebolirsi ulteriormente, arrivando ai giorni nostro dove si è spenta anche la fiammella della fiducia in se stessi.

I politici della provincia di Caserta sono solo buoni a usare i social per diffondere sorrisi e annunci illusori di un processo politico che è morto da tempo. Nessuno è migliore dell’altro, sono talmente uguali che non si notano più le differenze: si comportano tutti alla stessa maniera.

Quelle poche industrie che c’erano sono scappate via. Hanno lasciato cattedrali nel deserto, dove fioriscono le vecchie chiacchiere fatte in 30 anni dalla classe dirigente locale, che tra parlamento e regione, non hanno fatto nulla, assolutamente nulla, zero assoluto. Oltre alle grandi industrie, che sono venute da noi, hanno preso contributi statali, e poi sono scappate via, è scomparso il tessuto sociale costituito dagli artigiani, commercio e edili. Una carovana di soggetti che ha dovuto chiudere bottega, per via di una situazione degenerativa dovuta principalmente dalla crisi economica e l’avvento  dell’euro.

La macchia è sempre la stessa: il lavoro. In un conteso come la provincia di Caserta l’unica risorsa possibile è la costruzione di un comparto turistico capace di diventare l’unica industria di cui abbiamo bisogno. La trasformazione dei prodotti agricoli in loco, è la seconda possibilità che abbiamo a disposizione, che trasformerebbe il deserto in un agglomerato industriale creato per sviluppare le risorse agricole della nostra filiera agricola.

Ci vuole, soprattutto, una rivoluzione culturale. Una rivoluzione che indirizzi le persone a prendere coscienza delle potenzialità del territorio. Dal 1948 ad oggi siamo stati presi in giro. Ci hanno fatto credere che eravamo sottosviluppati e incapaci di costruire. No, tutto falso, è proprio il territorio, la nostra terra, che è stata esclusa dallo sviluppo, perché a nessuno è interessato lo sviluppo turistico come nostra industria. Hanno fatto in modo che tutte le nostre bellezze rimanessero nascoste. Sono stati proprio i politici del sud, servitori dei partiti costruiti al nord per prendere voti al meridione, a bloccare la più grande industria del meridione: il turismo. La rivoluzione culturale serve proprio a trasmettere una svolta che mette all’angolo chi vuole continuare a servire il potere politico dei partiti del nord. Noi siamo meridionali e come tali dobbiamo dimostrare di avere una testa per pensare, e siamo pronti a riscattarci senza l’ausilio di proprietari di partiti che vogliono continuare a fare del sud una macchina di consensi per il proprio tornaconto. Se prendiamo coscienza di avere un’idea per conto nostro, questa terra in meno di dieci anni spicca il volo e nessuno ci può più fermare. Tutto dipende da noi.