Lun. Mar 4th, 2024

NAPOLI-Nei casi di separazione personale dei coniugi, permangono i doveri degli stessi rispetto alla prole. Il mancato rispetto di tali doveri, cristallizati nel codice civile ed in numerosi provvedimenti legislativi, trova il suo ultimo approdo nella pronuncia emessa dalla Suprema Corte, che con sentenza n. 50075 del 25 novembre 2016, ha confermato la condanna di un padre “inerte”, alla pena di mesi sette di reclusione ed euro 600,00 di multa, oltre al risarcimento del danno in favore dell’ex coniuge, costituitasi parte civile (alla quale era stata assegnata una provvisionale pari ad euro 60.000).

Il caso, trae origine dall’inerzia di un padre colpevole del reato di cui all’art. 570 c.p.  rubricato “Violazione degli obblighi di assistenza familiare” e che espressamente recita: “Chiunque, abbandonando il domicilio domestico, o comunque serbando una condotta contraria all’ordine o alla morale delle famiglie, si sottrae agli obblighi di assistenza inerenti alla responsabilità genitoriale o alla qualità di coniuge, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa da centotre euro a milletrentadue euro.

Il padre non avendo mai versato l’assegno di mantenimento aveva fatto mancare i mezzi di sussistenza al figlio minore, privandolo altresì della necessaria assistenza morale “non essendosi mai interessato di lui ed avendolo visto solo due volte nel corso del primo anno di vita”.

A seguito del ricorso in Cassazione, l’uomo adduceva a propria discolpa il fallimento dell’azienda di cui era titolare. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso del padre, affermando che “essendo stato commesso il reato ascritto in danno di soggetto minorenne, lo stato di bisogno di quest’ultimo è in re ipsa, salva la sussistenza di elementi concreti idonei a consentire il superamento della relativa presunzione: ne discende che la deposizione della madre del minore, circa il ricorso all’aiuto di terzi per far pronte alle esigenze del figlio altro non fa che corroborare ulteriormente, ancorché non ve ne fosse necessità, la presunzione anzidetta”.

La Corte inoltre, evidenziava che “la produzione della mera sentenza dichiarativa del fallimento della ditta di cui era titolare non vale certo a ritenere assolto l’onere probatorio pacificamente incombente sull’imputato, nel senso dell’omessa corresponsione del benché minimo contributo economico e del totale disinteresse manifestato nei confronti del piccolo, che si sottolineano inoltre datare già da epoca precedente alla ricordata declaratoria di fallimento”.

Pertanto, il genitore che viola ripetutamente gli obblighi di assistenza morale e materiale della prole rischia la detenzione e non può assolutamente invocare a propria discolpa nemmeno la cd. “tenuità del fatto”, atteso che l’abituale e reiterata condotta lesiva nei confronti della prole, osta al riconoscimento di tale beneficio (a tal proposito Cfr. Cass. sent. n. 23020/2016; Cass. sent. n. 48549/2016).

Nella fattispecie trattata si evidenzia ancora una volta la tendenza della Suprema Corte di Cassazione  a favore dei più deboli, ossia i minori.

Il sanzionamento del comportamento inerte, testè citato, pone evidentemente le basi di un severo avvertimento ai  coniugi che si separano.

Essi, infatti, non devono mai dimenticare le proprie responsabilità, dalle quali non è possibile esimersi poiché i minori non possono e non devono mai divenire vittime incolpevoli della conflittualità della coppia, ovvero pietosa arma di ricatto.

Avv. Giorgio Borrelli.