Lun. Ago 8th, 2022

Evidentemente la nostra classe dirigente si è adeguata a fare debiti, sottovaluta l’importanza delle imprese italiane. Un paese è grande solo se ha un buon Pil, che vale a dire produzione. Se c’è Pil ci sono imprese che producono e creano occupazione. Senza di loro c’è solo fame e disperazione. Le imprese italiane continuano a chiudere. Gli unici agevolati stanno nella pubblica amministrazione, che continuano ad avere garanzie e lo stato fa debiti per pagarli. Il resto è buio totale.

Nei primi 6 mesi di quest’anno lo stock delle imprese artigiane è diminuito di 6.564 unità. Al 30 giugno scorso, il numero complessivo si è attestato a quota 1.299.549. A influire su questa enorme perdita c’è La crisi, il calo dei consumi, le tasse, la mancanza di credito e l’impennata degli affitti. Ma sono centinaia di migliaia le imprese piccole e grandi che hanno abbassato le saracinesche e chiuso i cancelli delle fabbriche. Le imprese sono soffocate e non riescono a mantenere il passo con i tempi. Molti artigiani hanno cessato l’attività, e le perdite sono imponenti in un settore che prima era il gioiello del bel paese. C’è anche da dire che il lavoro manuale non piace a nessuno, sparatutto ai giovani.  

A parte gli artigiani, è tutto il tessuto produttivo italiano, che dalla venuta della crisi ad oggi, ha subito un tracollo spaventoso. Se non ci sono loro, lo stato non ha introiti, non guadagna, e di conseguenza è costretto a fare debiti su debiti. Il nostro Pil viaggia ormai da anni su prefissi telefonici e non ha lo scossone che serve per far ripartire l’economia. A volte i governanti esultano anche per qualche decimale in più di Pil, come se fosse una grande vittoria, senza sapere che quei decimali fanno solo solletico ad un paese che ha bisogno di tutto.