Dom. Feb 5th, 2023

Primavera 2007. Lanciano (provincia di Chieti, Abruzzo). All’interno del Teatro Fenaroli, teatro d’opera tra i più antichi della regione, è in corso la cerimonia di assegnazione dei Premi Vittorio Gassman , indetti dall’omonima fondazione e , destinati ad esponenti di ogni settore dello spettacolo italiano che si siano distinti ,durante l’anno, per l’eccellenza del loro operato. Seduti nella prima fila della platea, i premiati, volti noti del teatro, del cinema e della televisione, attendono che il proprio nome venga annunciato per ritirare l’ambito riconoscimento, attribuito loro da una giuria popolare, selezionata tra gli spettatori. Chiamata dal presentatore a salire sul palcoscenico per ricevere il premio come “miglior attrice”,  Lunetta Savino, chiede di poter prendere la parola : “Inanzitutto, buonasera, buonasera a tutti, al pubblico e ai colleghi presenti!…Io volevo ringraziare la giuria per questo premio…per me, vincerlo, non ha significato soltanto raggiungere un traguardo importante della mia carriera e soddisfare , così , il mio ego di artista…ma ha significato piuttosto comprendere appieno il valore di questo mestiere…recitare non vuol dire esibirsi, stare al centro dell’attenzione per qualche minuto, per quache ora… vuol dire soprattutto raccontare delle storie , dei personaggi e, a volte, delle persone…Io, ho avuto il privilegio , quest’anno, di interpretare ne “Il figlio della luna”, “Lucia Frisone” , una madre che , con coraggio, ha difeso il diritto alla normalità, all’integrazione e alla felicità del figlio , Fulvio, affetto da tetraplegia spastica distonica…E’ grazie alla sua forza, alla forza del suo amore se oggi, quel figlio,  ha realizzato i suoi sogni, diventando un fisico nucleare…Se mi chiedeste una definizione di  diversità, non saprei darvene una…Posso solo dirvi che, quando sono nata,  il primo Sputnik andò sulla luna e un amico dei miei genitori suggerì loro di chiamarmi “Luna”, “Lunetta”…A me, da bambina, questo nome , non piaceva affatto , perché era “diverso” dagli altri. Oggi, invece, mi piace…Oggi, finalmente, mi sento Lunetta!” .

“Mi chiamo “Lunetta” , perché quando sono nata il primo Sputnik andò sulla luna. Un amico dei miei genitori suggerì loro questo nome e a loro piacque. A me, da bambina, non piaceva tanto ,perché era diverso dagli altri. Ora, invece, no : mi sento Lunetta”. Così, qualche anno fa, l’attrice Lunetta Savino raccontava di sé  ,nel corso di un’intervista rilasciata a un giornale. Nata a Bari  il 2 novembre del 1957 da due insegnanti, dopo un’infanzia serena, in piena adolescenza, matura il proposito di intraprendere la carriera di attrice. Quindi, verso la fine degli anni Settanta, terminato il liceo , si trasferisce a Bologna per  frequentare il neonato corso  di laurea in Discipline della Musica e dello Spettacolo. Attratta dal palcoscenico, però, si iscrive alla scuola di teatro “Alessandra Galante Garrone”, diplomandosi nel 1980. Poi, esordito con la tragedia “Macbeth” di William Shakespeare, fra il 1984 e il 1988, si impone all’attenzione dei critici con le interpretazioni  degli spettacoli “Il mercante di Venezia” , opera anch’essa del drammaturgo e poeta inglese e  “Sorelle Materassi”, adattamento dell’omonimo romanzo di                 Aldo   Palazzeschi. Contemporaneamente, incuriosita dall’ambito cinematografico, sostiene un provino per la commedia grottesca  “Grog” di Francesco Laudadio, che segna , di fatto, il suo debutto sul grande schermo, e ottiene un piccolo ruolo nella pellicola pluripremiata di Nanni Loy “Mi manda a Picone”. Nel decennio Novanta, chiamata all’importante prova teatrale di “Medea”, non disdegna il genere della serie televisiva, prendendo parte a “Un medico in famiglia”, nelle cui numerose edizioni ( è presente nel cast sino alla sesta, andata in onda nel 2009 )  veste i panni di “Cettina”,  simpatica ed eccentrica colf di casa Martini.  Candidata ai premi David di Donatello e Nastro d’Argento per l’interpretazione dei film “Matrimoni”  e “Liberate i pesci!”, entrambi  di Cristina Ciomencini, nel 2001 è tra i volti della fiction Mediaset “Il Bello delle donne”, per la quale si aggiudica l’Arechi d’oro. Nel 2007, reduce dal successo della serie Rai “Raccontami”, ritratto familiare anni Sessanta diretto da Riccardo Donna e Tiziana Aristarco, torna a calcare i palcoscenici  con “Casa di bambola-L’altra Nora”, riscrittura di Leo Muscato dell’omonimo dramma di Henrik Ibsen. Commosso il pubblico sia del grande che del piccolo schermo con “Saturno contro” di Ferzan Ozpetek , con “Il coraggio di Angela”e con “Il figlio della luna”, miniserie, quest’ultima, in cui interpreta “Lucia Frisone”, madre di Fulvio, quarantenne, fisico nucleare affetto da tetraplegia spastica distonica, ottiene il prestigioso  premio Gassman come “migliore attrice”. Nel 2010,  diretta nuovamente  da  Ozpetek ne “Le mine vaganti”,  si aggiudica un Nastro d’argento e il premio Pietro Germi alla carriera. Capace di passare dai toni  del dramma a quelli della commedia, fra il 2011 e il 2015 è protagonista di serie televisive Rai di grande ascolto ,quali : “L’amore non basta (quasi mai…)”,                     “Il candidato-Zucca presidente”, “Pietro Mennea-La freccia del Sud”(grazie alla quale vince il premio Flaiano), “Fuoriclasse” ed              “E’ arrivata la felicità”. Intensa e convincente nei panni di “Felicia Impastato” , madre di Peppino, giovane siciliano,  militante del PCI, assassinato nel 1978 dalla mafia per averne denunciato le attività illecite,  nel 2017 ha portato in giro per i teatri d’Italia  lo spettacolo diretto da Francesca Comencini  “Tante facce nella memoria” , “storie di donne straordinarie : mogli , figlie, sorelle che persero i loro uomini nell’eccidio delle Fosse Ardeatine”. Madre di Antonio, avuto dall’ex marito Franco Tavassi, è attiva sul fronte politico-sociale, in difesa  delle donne, riguardo le quali ha detto : “Credo che oggi ci sia un po’ più di attenzione nei nostri confronti, anche se molto resta da fare. In particolare , bisogna lavorare di più sul Welfare. Le donne lavorano in casa e fuori, accudiscono i genitori malati, i figli disabili, ma non sono delle “Wonder Woman”. Vanno aiutate, anche coinvolgendo  maggiormente gli uomini ; per esempio rendendo più vantaggiosi i congedi parentali per i papà. Ma sono fiduciosa : vedo che le coppie giovani sono molto diverse da quelle della mia generazione. Collaborano, dividendosi i compiti. Non possiamo parlare solo e soltanto di femminicidi. Abbiamo bisogno di lavoro, di parità e di vita”.