Mar. Lug 5th, 2022

Ho percorso metà Lazio, la Campania e la Calabria per giungere qui a Villa San Giovanni. Sono le cinque del mattino, non voglio perdermi il risveglio della mia isola. Guardo da Villa San Giovanni, in attesa del traghetto, la sponda della Sicilia. Questo tratto di mare mi divide della mia terra. Sono passati più di dieci anni. L’ultima volta che sono venuto, dopo che sono partito per seguire il mio sogno, è stato quando è morta mia madre. Ricordo ancora quel giorno. Non avevo soldi per tornare giù. Ero disperato, dovevo vedere mia madre prima che morisse. Alla fine andai dai carabinieri e chiesi di farmi un foglio di via. Trovai un maresciallo calabrese che comprese immediatamente il mio stato. Dopo quindici minuti ero già sul treno che da Roma mi portava allo stretto. Il traghetto, e via verso il mio paese. La corsa fu inutile, giunsi in ritardo, la mia piccola e fragile mamma era già volata nei cieli. Il giorno del funerale speravo di incontrare una persona, ma non c’era, non venne. Ci rimasi male, erano due anni che ero andato via, eppure non c’era.

Stamattina invece sono rilassato, sono trascorsi altri nove anni da quel giorno. Oggi ho raggiunto i sogni rincorsi in tutti questi anni. Ho subito tutto quello che un uomo può subire. Ho toccato spesso il fondo, ma sono sempre riuscito a ritornare a galla, fino a quando, poi, ho navigato le acque non più con la zattera ma con una barca più consistente. Se ripercorro il passato, a volte, mi chiedo come ho fatto. Non so, quello che ho passato per arrivare al successo, pensarci mi sembra impossibile. Stamattina sono sereno. Mi fermo al chiosco del porto, prendo un caffè e un cornetto appena uscito dal forno. Sono felice nonostante manca sempre qualcosa. La foschia mi impedisce di vedere bene l’altra sponda, dove c’è la mia Sicilia, la mia amata terra. Quanto mi è mancato questo profumo. A volte sembrava di sentirlo, ma era solo l’immaginazione di qualcosa che desideravo ma non c’era, era troppo lontano da me. La macchina è sistemata, salgo le scale del garage del traghetto. Salgo ancora più su fino a raggiungere la parte superiore posizionandomi a prua della nave, voglio godermi l’avvicinamento alla terra. Voglio sentire vibrare il cuore quando l’isola si avvicina a me.

Più ci avviciniamo più il profumo di arancio si intrufola nelle mie narici. Sento la mia terra che mi dà il benvenuto. Quando tocco terra mi sembra di essere entrato in paradiso. Dieci anni continui di lontananza mi hanno cambiato, maturato, reso un uomo. Sono partito da qui a 25 anni, adesso i miei 37 anni mi riconsegnano alla mia terra. Consegnano un uomo che ha lasciato qui molte cose, cose belle che solo adesso mi rendo conto quanto sono state importanti.

Sono arrivato al mio piccolo paese. Sembra che qui il tempo si è fermato. Certo, hanno costruito la nuova piazza a ridosso del lungomare. Dà un aspetto migliore e permette di potersi perlomeno sedere a bere qualcosa rilassati dinanzi al mare. Ore c’è pure un chiosco. La mia casa guarda proprio il mare e la piazza. È chiusa dal giorno che portarono via il mio angelo. Da allora non ci ho più rimesso piede. C’è odore di muffa dappertutto. Mi affaccio al balcone, l’odore del mare è sempre meraviglioso. Mi è mancato molto.

La notte è passata attraverso i ricordi e il silenzio di una casa che prima era piena. C’era armonia, voglia di vivere, e tanta gioia nei giorni di festa, quando la tavola bandita raccoglieva tutti. Adesso non c’è più nessuno. Intorno c’è solamente vuoto.  Quando l’era della vita porta all’aldilà intere generazioni, restano solo i ricordi. Ed io ho trascorso a visionare nella mente tutti i ricordi di questa casa. Da oggi però voglio godermi per un po’ il mio paese. Esco, vado alla nuova piazza, mi siedo, osservo il mare che calmo trascina a riva piccole onde.

Anche la cameriera ha l’aspetto del cambiamento della nuova era, giovane, bella. Mi porta il caffè. Lo sorseggio godendomi il mare, ricordando il tempo trascorso a guardarlo quando ero bambino. I giochi in riva al mare, la mamma che da lontano, all’ora di pranzo, mi chiamava per andare a tavola. Sono ricordi meravigliosi. Mentre sono immerso nei miei affascinanti ricordi di un’infanzia trascorsa lungo la riva del mare, da lontano scorgo qualcosa che mi sembra familiare. Mi alzo. Non è possibile, è lei, Caterina. Non si accorge di me. Fa che non è lei. No, è lei, sono passati tanti anni, ma è lei, sì è lei. Va via senza nemmeno accorgersi della mia presenza. Porta per mano un bambino, forse lo accompagna a scuola. È suo figlio, chissà. Sono incredulo di averla rivista così presto. Caterina, l’amore della mia vita, che non  ho mai dimenticato, colei che volevo al mio fianco per sempre, ma quando ho deciso di andare via lei rifiutò di venire con me. Torno dentro, mi affaccio di nuovo dal balcone. Sembra di vederla passeggiare sulla spiaggia mano nella mano insieme a me in quegli anni dorati della nostra gioventù. Eravamo due giovani con tanta voglia di riuscire, di vincere una battaglia per costruirci un futuro migliore rispetto a quello che la nostra terra poteva darci. Così decidemmo di andare a trovare fortune lontani dalla Sicilia. Ma lei, all’ultimo minuto, il giorno prima di partire, decide di fermarsi qui. Io sono andato via, e in dieci anni ho costruito un’azienda che produce prodotti culinari siciliani. Cinquanta dipendenti, due grandi capannoni, macchine che producono di tutto. I miei prodotti, con ricette rigorosamente della tradizione siciliana,  vanno in tutto il mondo. Ho sudato tanto per arrivare fin qui, ho superato tutte le sfide negative che si sono presentate davanti, ma ce l’ho fatta. Non sono più voluto tornare per colpa sua, il giorno del funerale di mia madre la aspettavo, ma lei non venne. La delusione mi ha portato lontano da qui, a non tornarci più. Adesso però sono grande, ho capito che anche questa sfida devo superare, e ritornare qui per godermi un po’ del mio mare.  La mia isola felice rimane la capitale, ma da oggi ogni tanto devo tornare qui, guardare il mare, sperando che il tempo cancelli i ricordi.  Eccola, è di nuovo lei. La vedo passare di nuovo. Chiudo la porta e corro verso di lei. La raggiungo.

“Ciao Caterina”. Lei si volta, incredula mi guarda negli occhi. Forse non si aspettava, dopo tanti anni, un mio ritorno. “Ciao”. Timida risposta di chi sembra felice di avermi rivisto. Prendiamo un caffè insieme, parliamo di qualcosa, ma io voglio sapere sempre perché cambiò idea all’ultimo minuto. Mi rendo conto che è sposata, ha un figlio, ma mi rincuora che il suo matrimonio è finito, quasi sono felice invece di essere deluso. Gli do appuntamento per la sera, per una cena insieme in qualche ristorante sul lungomare. L’appuntamento è per le venti in punto.

La sera lei c’è, temevo in una negazione dell’appuntamento, invece c’è. Andiamo in una piccola trattoria. Il menù a base di pesce rallegra per un po’ quell’aria tesa che ci accompagna fino a quando lei:

“Non guardarmi così, con quell’aria di curiosità. Vuoi sapere perché non sono venuta via conte, bene, per paura, ho avuto paura di lasciare questo posto, questo maledetto posto. Non immagini quante volte mi sono pentita di non essere salita con te sul traghetto dodici anni fa. Tante volte. Paura, solo per paura, fobia da viaggio. Poi, invece, di paure ne ho dovute vivere tante altre. Mi hai portato qui per sapere cosa ho fatto, bene, te lo racconto. Dopo che sei andato via, due anni dopo sono andata via con un uomo che credevo fosse innamorato di me. Certo, rimanevo in Sicilia, ma comunque andavo via da qui. Che stupida, con te no, con un altro sì. Che scema, vero. Se pensi questo hai ragione. Soltanto che quell’uomo non mi aveva mai fatto capire di che pasta era fatto. Era un buono a nulla. Ma ormai non potevo farci nulla, ero incinta di mio figlio. Io ragazza dolce, romantica, onesta, si ritrovavo un schifo di uomo affianco, uno che non c’era sera che non rientrava a casa ubriaco. Uno scansafatiche che voleva vivere sulle mie spalle. Quando ho saputo che era morta tua madre ero dall’altro capo della Sicilia. Avrei voluto correre qui per dirti che stavo soffrendo pene amare, non mi fu possibile. Quel giorno ti lasciai andare senza dirti che rimanevo per paura, perché non volevo che restassi per colpa mia, ma riuscissi a costruirti il futuro lontano da qui come desideravi. Non dissi nulla, se l’avrei detto, tu non saresti più partito. Quindi mi chiusi in me e lasciai fuggire via da me quello che di più bello avevo. Dopo nove mesi nasce il mio bambino. Lui non c’era al mio fianco. So soltanto che prima di partorire avevo ricevuto tante botte. Ogni sera era una tragedia, io pensavo solo a proteggere il bambino che portavo in grembo, per il resto il mio corpo non aveva importanza. Dopo la nascita del bambino credevo che qualcosa cambiasse, invece niente. Dopo due anni ero sfinita di quella situazione che stava distruggendo la mia vita. Una sera successo l’inverosimile. Rientra a casa più ubriaco di sempre. Le botte sono tante, sento la testa che mi scoppia, credo di essere ad un passo dalla morte. Quando si calma e se ne va a letto, appena capisco che è nel pieno del sonno, prendo il bambino e scappo via. Mi reco alla caserma dei carabinieri e denuncio tutto. I carabinieri furono tempestivi, e lo trovano a casa a letto tutto ubriaco. Fui portata in ospedale per curare le ferite. Lui venne arrestato e poi condannato a tre mesi di reclusione, ma messo in libertà perché incensurato. Voleva riprendere la relazione, ma io fui molto decisa, chiesi il divorzio. Cosa che poi mi è stata concessa, e lui ha rinunciato anche alla patria podestà, rinunciando per sempre al bambino, anche perché il giudice non volle concedergli di vederlo per via del suo stato di cose. Quella è stata la mia salvezza. Sono tornata qui e adesso vivo con la mamma. Cerchiamo di andare avanti con la sua pensione e quel poco che riesco a guadagnare io con lavori domestici. Soltanto che la mamma è preoccupata per il mio futuro. Lei è anziana, e i miei fratelli non vogliono concedermi la casa paterna, quindi la mamma teme che io finisca in mezzo alla strada dopo la sua morte. I miei fratelli si stanno comportando male, e lei ne soffre. Ecco, adesso sai come sono andate le cose. Quella ragazza felice che correva sulla spiaggia insieme a te, non c’è più, ora ha più paure di ieri ma con la responsabilità di essere mamma. Ecco, questa è la mia vita che ritrovi dopo tanti anni”.

Avrei voluto ascoltare tutto, e non certamente questo racconto. Sono deluso. L’unica cosa che riesco a dire è “Come sta donna Rosina”. “Si è fatta vecchia, vai a trovarla qualche giorno, sono sicura che sarà felice di rivederti”. “Certo, anch’io desidero  rivederla, domani ci vado”, rispondo. Dopo cena facciamo una passeggiata fino a casa sua. La lascio fuori al portone e vado via. Lungo il percorso verso casa penso sempre alle parole che ha detto. La notte non chiudo occhio, la passo quasi tutta affacciato al balcone a guardare il mare, quel mare che ci ha reso felici. Adesso però sono deluso: io sono arrivato lontano, lei è rimasta indietro. Non so dire se la amo ancora, sono passati troppi anni, però già passarci qualche ora insieme, ha fatto sì che il cuore accendesse timidamente quella fiammella capace di riscaldare di nuovo tutto.

Il mattino dopo, la prima cosa che faccio è andare a trovare donna Rosina. Appena mi vede il suo cuore si riempie di gioia. Lei e mia madre erano amiche del cuore, per loro il nostro fidanzamento fu una manna dal cielo. Erano le due donne più felici della Sicilia. La fine le appassì.  Mi abbraccia a lungo, non si stacca da me. Mi chiede tante cose. Vuole sapere tutto di me. È felice quando gli dico che sono riuscito a costruire una grande azienda. Sorride ad ogni mio racconto. Poi il suo volto diventa scuro.

Non immagini come sono felice che tu hai raggiunto l’obiettivo che avevi da ragazzo. Alla mia Caterina è andata male. Ora ho solo paura di morire e i fratelli possono mandarla via da questa casa. Ho fatto di tutto per fargli capire che Caterina va protetta, e questa casa gliela devono dare, ma loro vogliono soldi che noi non abbiamo. Questo mi tormenta tutti i giorni, morirò con un dolore dentro insopportabile sapendo che Caterina possa continuare a soffrire”.

Gli voglio bene come una madre, e vederla scura in volto mi rattrista. Le stringo la mano, cercando di confortarla. Vado via deluso. Ma più amareggiato dall’arroganza dei figli che, pur sapendo che la sorella non ha nulla, pretendono quello che non ha. Appena a casa faccio un giro di telefonate. Mi sincero su certe cose. Metto in allerta il mio commercialista e il mio avvocato, e faccio ritorno da donna Rosina. Quando mi rivede di nuovo lì è quasi preoccupata. La calmo, mi siedo davanti a lei: “Ho la soluzione”. Lei stupita mi guarda: “Quale sarebbe?”.

“Compro io questa casa, che poi dono a Caterina. A lei andranno i soldi, che lei, a sua volta,  gira per intero  a Caterina. Penso a tutto io, lei deve solo venire dal notaio per vendermi la casa, e Caterina deve venire a firmare l’atto di donazione che io gli faccio. Io le farò un bonifico, la ricevuta la portiamo al notaio, dopodiché la somma la faccio trasferire su un conto intestato a Caterina. Questo è il mio piano, risolviamo i problemi di Caterina e lei potrà godersi questi ultimi giorni con estrema serenità”.

Donna Rosina resta esterrefatta: “La ami ancora tanto per fare tutto questo”, mi chiede. “Non lo so, è passato tanto tempo, so soltanto che in tutti questi anni non sono riuscito a legare con nessuno, anche se ci ho provato, non ci sono riuscito. Ma non so dirle se la amo ancora come prima. Forse il tempo me lo farà capire”, gli rispondo.

Vado via e chiamo a Roma per mettere in atto il mio piano. Il mattino dopo l’avvocato è già a Palermo. Il volo è preciso, dopo poche ore siamo tutti seduti dal notaio pronti a mettere tutto a posto in pochissimo tempo, prima che i fratelli di Caterina possono rendersi conto di quello che sta succedendo. Per l’ora di chiusura delle banche tutta l’operazione è completata: Caterina è proprietaria della casa ed ha un conto corrente con centomila euro freschi a sua disposizione. Dopo due giorni a casa di donna Rosina si scatena il putiferio, quando i fratelli vengono a sapere cosa è successo, ma è troppo tardi, è tutto a posto. Donna Rosina è felice, ed io con lei.

Due sere dopo mi invita a cena, accetto volentieri. Assaggio quei sapori dimenticati preparati solo da donne di vecchia generazione. La cena è perfetta, gustosa, e mi diverto molto a parlare e ridere con donna Rosina e Caterina, oltre al bambino che gli piace giocare con me. Passo una serata meravigliosa come non mi succedeva da anni. Mi sento avvolto di nuovo da tanto calore materno, ma nulla c’entra con quello che ho fatto, donna Rosina è sempre stata una vera mamma per me. Caterina sembra più rilassata, e questo mi conforta. I loro volti si scuriscono quando dico: “La prossima settimana vado via. Roma ormai è la mia casa, lì ho il lavoro che ho costruito con tanta sofferenza, non posso starci lontano per molto tempo. Però prometto che verrò più spesso a trovarvi”. Le due donne hanno un attimo di scoramento totale. La mia presenza, in breve tempo, aveva risolto un problema che per loro era una montagna insuperabile.

La settimana va via con cene da donna Rosina e serate trascorse con Caterina. Tra noi si aprono sintomi di quella gioventù fatta di amore. Rimaniamo distanti, nessuno accenna a qualcosa che vada oltre un’amicizia ritrovata. Ma due sere prima che arriva la partenza, Caterina, per la prima volta dopo quello che avevo fatto: “Grazie per quello che hai fatto per me. Io vorrei che riprendessi indietro i centomila euro, la casa basta e avanza, già è tanto quello che hai fatto. I soldi no, quelli devi rispenderli”. Resto un po’ amareggiato: “No, prendili, non li rivoglio indietro. Sono tuoi, ho fatto tutto questo in segno di un amore che ci ha dato tanto, ma distrutto perché la vita a volte è crudele e ci mette paura anche quando non c’è motivo”. Si chiude qui il discorso. Una volta sotto casa gli chiedo solo “Domattina ti va di prendere un caffè alle cinque del mattino come facevamo tanti anni fa”. “Ok, ci vediamo domattina alle cinque”.

Il mattino dopo mi alzo presto, preparo le valige, nel primo pomeriggio devo rimettermi in viaggio per far ritorno a Roma. Alle cinque però sono fuori casa sua. Con l’area fresca di prima primavera, ci dirigiamo verso il mare. Ritorniamo a passeggiare lungo la spiaggia deserta. La stessa spiaggia che in gioventù era il nostro bar, la nostra discoteca, il nostro ristorante, era tutto quello che avevamo. Però stamattina, rivivere quei ricordi con lei affianco, mi fanno sentire di nuovo un ragazzo. È un momento della mia vita che mi riempie più delle ricchezze che sono riuscito a conquistarmi. Forse è la ricchezza più bella che un uomo possa avere. Lei non è più una ragazzina, ma una donna che è ancora appiccicata al mio cuore. “Tra poche ore vado via. Di sicuro domani mi sentirò ugualmente solo come lo sono stato tanti anni fa. Questo momento lo ricorderò a lungo. Chissà come sarebbe stato con te al mio fianco”. Lei mi osserva e non dice una parola. Sento che dentro di lei c’è un po’ di malinconia per via della mia partenza. Così, io: “Perché questa volta non Sali sul traghetto insieme a me. Non avere più paura”. Lei mi guarda stupita: “No, altrove non starei bene, qui è la mia vita, purtroppo devo rassegnarmi, e devi rassegnarti pure tu”. Sono deluso: “Quello che ho fatto, l’ho fatto per rendere la morte di tua madre meno dolorosa, e ne sono felice. Tu non c’entri niente. Però questa settimana averti di nuovo affianco mi ha fatto capire che sei ancora l’unica donna che ho amato tanto. Quella che mi ha impedito di potermi costruire un’altra storia d’amore, perché ti ho sempre pensato. Sei stata molto importante per me, oggi capisco che lo sei ancora. Ma oggi come ieri non posso ostacolare la tua vita e le tue scelte. Io sul quel traghetto ci sono salito tanti anni fa, ci risalgo di nuovo, perché quello che ho costruito è frutto di tanta sofferenza e la Sicilia deve rimanere il posto dove posso rilassarmi dopo tanto lavoro, ma non di più. Sei una donna e una mamma, segui il tuo cuore e quello che ti suggerisce, io tra poche ore risalgo su quel traghetto, tu sei libera come allora di rimanere a terra”.

Ci salutiamo di nuovo allo stesso modo come ci salutammo tanti anni fa. Una volta a casa chiudo tutto, carico le valige in macchina e mi dirigo verso lo stretto. Prendo l’autostrada e via verso una nuova separazione. Lascio dietro di me due persone a cui ho donato un po’ di serenità, e questa è l’unica consolazione di questo ritorno nella mia isola. Il traghetto c’è stasera alle cinque. Vado con calma, placido, sapendo di avere davanti a me tanti chilometri da fare. Alle quattro del pomeriggio guardo già la Calabria pronta ad accogliermi per riportarmi a Roma. Sono quasi le cinque, stanno per aprire il portellone del traghetto per farci salire. Guardo ancora dietro di me la mia Sicilia. Ma succede qualcosa. Da lontano sento una voce gridare a squarciagola Cesareeeee…cesareeee…Cesareee… Non posso crederci, è Caterina. Corre verso di me tenendo stretto con mano il suo bambino. Una volta vicino a me: “Hai ragione, questa volta non posso rimanere a terra, devo superare questa paura maledetta. Devo salire con te su questo traghetto, devo farlo, ma a una condizione: questo bambino lo devi amare come se fosse tuo figlio anche se ne verranno altri di nostri. Se mi prometti questo, salgo con te su questo traghetto, e mai più vorrò scendere senza di te. La tua donna Rosina ha detto che non devo pensare a lei, anche se è rimasta sola, l’importante che io te riusciamo a costruire quello che abbiamo interrotto tanti anni fa. Ora i soldi non mi servono più se ci sei tu, la casa, se vuoi, può diventare il nostro nido d’amore per le nostre vacanze siciliane”.

Non devo promettere nulla. Ci abbracciamo. Tra noi nasce un bacio che riapre quello che si era chiuso  dodici anni prima, allo stesso punto dove chiudemmo le porte del nostro amore, ed oggi abbiamo riaperto la finestra della passione.  Ma c’è solo qualcosa che non mi va giù. Non dico nulla a Caterina, faccio una telefonata. Poi ne faccio un’altra. Comunico a Caterina che dobbiamo prendere il prossimo traghetto, perché dobbiamo rifare i biglietti per tutti e tre. Vado a rifare i biglietti. Dobbiamo aspettare quattro ore per il prossimo traghetto. Andiamo a cenare. Passano  velocemente un po’ di ore. Ritorniamo al porto, dove per Caterina c’è una bella sorpresa. Quando vede la sua mamma aspettare al molo il nostro arrivo, non crede ai suoi occhi. È felice. Si chiede come ho fatto, semplice:  avevo chiamato donna Rosina dicendogli che un taxi sarebbe passata a prenderla e veniva via con noi, poi ho chiamato a Roma chiedendo alla mia segretaria di trovare un mezzo che andasse a prendere donna Rosina e me la portasse in tempo per il prossimo traghetto. In un solo colpo avevo ritrovato il mio amore e avevo ritrovato anche una mamma. Dieci anni fa salii sul traghetto con il cuore trafitto dal dolore, dopo dieci anni ci risalgo con il cuore che scoppia dalla gioia. È bella la vita.

I fatti narrati nel racconto sono esclusivamente frutto della fantasia dell’autore. Ogni riferimento a persone o cose è puramente casuale.

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