Gio. Ago 11th, 2022

PALERMO- E´ in corso, dall´alba, tra i comuni di Cefalù, Palermo e Collesano, l´operazione della Polizia di Stato, denominata “spiagge libere”.
In esecuzione di un´ordinanza di misure cautelari, emessa dal G.I.P. del Tribunale di Termini Imerese, Angela Lo Piparo, su richiesta del Sostituto Procuratore della Procura termitana, Giacomo Brandini, gli agenti del Commissariato di P.S. “Cefalù”, diretti da Manfredi Borsellino, hanno posto agli arresti domiciliari il dirigente dell´Assessorato Regionale Territorio e Ambiente, già responsabile del settore Demanio Marittimo di Palermo e Provincia, l´architetto Antonino Di Franco ed un noto imprenditore cefaludese del settore turistico alberghiero, Giovanni Cimino.
In virtù della medesima ordinanza è stata applicata la misura del divieto di dimora nella provincia di Palermo e nel comune di Cefalù al funzionario istruttore dello stesso Assessorato che curava ed istruiva tutte le pratiche afferenti lidi e stabilimenti balneari della costa cefaludese, Salvatore Labruzzo ed al presidente dell´ “Associazione Operatori Balneari di Cefalù”, nonché “braccio destro” del Cimino, Bartolomeo Vitale.
Per tutti e quattro l´accusa è gravissima, corruzione propria aggravata: avrebbero consolidato un sistema corruttivo che da tempo allignerebbe all´interno degli uffici del Demanio Marittimo dell´Assessorato Regionale al Territorio e Ambiente, grazie al quale sarebbe stato assicurato al Cimino il controllo e la gestione imprenditoriale, in regime quasi monopolistico, di uno dei tratti più belli e suggestivi della costa siciliana in cambio di favori e prebende, come in particolare l´assunzione dei figli dei funzionari corrotti durante il periodo estivo presso ditte riconducibili allo stesso Cimino.
Un´indagine, quella del Commissariato di Cefalù, durata oltre un anno e coordinata, dapprima dal procuratore Aggiunto di Palermo, Dino Petralia e dal Sostituto procuratore Maria Teresa Maligno e, successivamente, dalla Procura di Termini Imerese, guidata da Alfredo Morvillo.
Intercettazioni, pedinamenti ed acquisizioni documentali della sezione Investigativa del Commissariato di Cefalù avrebbero “scoperchiato” l´ennesima storia di corruzione fatta di abusi, favori ed atti illegittimi di funzionari “infedeli” che non sapevano come “adoperarsi” per soddisfare, quasi in tempo reale, ogni richiesta dello spregiudicato imprenditore cefaludese mentre tanti esercenti di lidi balneari di Cefalù e dell´intera provincia palermitana attendevano mesi, se non anni, per il rinnovo di una concessione o, più semplicemente, per ottenere il sub-ingresso in un´altra.
E´ proprio dalle denunce di uno di questi operatori balneari esasperato dal comportamento dilatorio, ambiguo ed equivoco di questi funzionari, raccolte oltre un anno fa dal dirigente del Commissariato di Cefalù, Manfredi Borsellino che avrebbe tratto origine l´intera inchiesta.
Nel sistema di corruttela “scoperchiato” da questa indagine – scrive il G.I.P.-avrebbe avuto un ruolo incontrastato il Di Franco, emerso come il “capo indiscusso del Demanio” per un´attività sistematica di gestione della cosa pubblica e, segnatamente, delle spiagge e dei tratti di costa concesse agli operatori balneari, in modo strettamente funzionale ai propri interessi.
Non meno rilevante la figura del Cimino che, grazie e soprattutto alla compiacenza dei due funzionari corrotti dell´Assessorato Regionale al Territorio e Ambiente avrebbe, in questi anni, assunto il controllo, diretto o indiretto, tramite familiari e prestanome, di circa l´ 80% delle strutture balneari operanti sulla spiaggia di Cefalù ed in altre spiagge del circondario; In tal modo, – scrive ancora il G.I.P- sarebbe divenuto “il padrone”, quasi per intero, di uno dei tratti più belli, conosciuti e suggestivi della costa palermitana.
Cimino si sarebbe spinto, con i funzionari “infedeli” del Demanio, financo a concordare strategie, formare atti illegittimi e adottare ogni iniziativa possibile per consentire la riapertura del “Poseidon”, il più grande e storico lido balneare della famiglia Cimino, sotto sequestro ad opera sempre del Commissariato di Cefalù, dal 7 aprile dello scorso anno, per presunti abusi.
Ad affiancarlo, anche in quest´ultimo caso, vi sarebbe stato Bartolomeo Vitale, Presidente dell´ “Associazione Operatori Balneari di Cefalù”, nella quale sarebbero confluite tutte le società gerenti gli stabilimenti balneari, direttamente o indirettamente, controllati dal Cimino e dai suoi più stretti familiari.
Gli inquirenti stanno procedendo in queste ore all´acquisizione di documenti e supporti informatici presso gli uffici dell´Assessorato Regionale Territorio e Ambiente e presso i domicili dei funzionari e degli imprenditori coinvolti alla ricerca di altri elementi utili.

Emergono nuovi particolari sull’inchiesta denominata “SPIAGGE LIBERE” che si è concretizzata, nelle prime ore della mattina odierna, nella sottoposizione agli arresti domiciliari di un alto Dirigente dell’Assessorato Territorio e Ambiente e di un noto imprenditore cefaludese nel settore turistico-balneare e della misura del divieto di dimora a carico di un altro funzionario del medesimo assessorato e del Presidente dell’ “Associazione Operatori Balneari di Cefalù”. L’indagine del Commissariato di Cefalù trae origine dal sequestro preventivo per presunti abusi e violazioni della concessione demaniale operato dagli agenti del Commissariato di Cefalù, diretto da Manfredi Borsellino, il 7 aprile dell’anno passato, dello stabilimento balneare “Poseidon”, il più esteso e noto lido balneare della spiaggia cefaludese, riconducibile al Cimino (lido a tutt’oggi sotto sequestro)

Da quella data avrebbe avuto inizio un’attività frenetica volta a “sanare” o “regolarizzare” ogni presunto abuso che aveva comportato quel sequestro da parte dell’architetto DI FRANCO, allora Responsabile del Settore Demanio Marittimo di Palermo e Provincia, collaborato dal funzionario istruttore delle pratiche riguardanti il territorio di Cefalù Salvatore LABRUZZO, attività che si sarebbe spinta, persino – secondo quanto emerso da alcune intercettazioni telefoniche – a concordare con i legali del CIMINO la linea difensiva da adottare, contribuendo alla stesura delle relative richieste di dissequestro. Il “prezzo” di questi primi “sforzi” profusi dal DI FRANCO in favore dell’imprenditore cefaludese sarebbe stato da subito rappresentato dall’assunzione del figlio in una società del gruppo CIMINO. Prima che il figlio fosse poi effettivamente assunto – come certificato dalle indagini – presso una società del CIMINO, conversando con la moglie le diceva che ci avrebbero pensato loro a metterlo a posto e che, dopo, si sarebbero occupati anche dell’altra figlia per farle “fare l’estate”. Anche la figlia  sarebbe stata effettivamente poi assunta ma dal titolare di un lido palermitano visto che era priva di macchina.

In altre colloqui intercorsi tra DI FRANCO e Bartolomeo VITALE, “braccio destro” di CIMINO e Presidente dell’ “Associazione Operatori Balneari di Cefalù”, l’alto funzionario regionale rivelerebbe notizie coperte dal segreto d’ufficio relative ad un sopralluogo che il suo ufficio avrebbe dovuto effettuare in un noto locale sul Lungomare della cittadina normanna gestito direttamente dal Cimino, sopralluogo che sarebbe stato omesso deliberatamente. La condotta di DI FRANCO si articolerebbe secondo una progressione criminosa che si sostanzierebbe nel compimento di una serie di atti e omissioni indebite consequenziali, volte al fine esclusivo di tutelare gli interessi economici dell’imprenditore CIMINO, a dimostrazione di un totale asservimento della “funzione” al soddisfacimento di scopi del tutto estranei a quelli della pubblica amministrazione.

Quella di fare ottenere a Cimino il dissequestro dello stabilimento Poseidon sarebbe diventata in particolare quasi una ossessione dell’allora Responsabile degli Uffici del Demanio Marittimo di Palermo, tanto da redigere atti e provvedimenti che avrebbero attestato l’assenza di vizi o carenze che potevano impedire oppure ostacolare il libero esercizio dello stabilimento balneare, quasi che a violare leggi e regolamenti sarebbero stati il Commissariato di Cefalù o la stessa autorità giudiziaria di Termini Imerese che aveva disposto il sequestro dello stabilimento piuttosto che il concessionario/gestore dello stabilimento. Avrebbero beneficiato dei favori di DI FRANCO anche i congiunti più stretti del CIMINO. Un’autorizzazione demaniale in favore di un lido gestito formalmente dalla moglie del CIMINO sarebbe arrivata, infatti, in tempi record, pochissimi giorni dopo la relativa istanza, recando quale figura responsabile del procedimento il funzionario Salvatore LABRUZZO, ovviamente pure lui “ricompensato” con l’assunzione di un suo congiunto in una delle aziende del Cimino.

Mentre i due funzionari non sapevano come adoperarsi per soddisfare in tempo reale ogni richiesta dell’ imprenditore cefaludese, tanti esercenti di lidi balneari (di Cefalù ma anche della provincia palermitana) attendevano mesi, se non anni, per il rinnovo di una concessione o, più semplicemente, per ottenere il sub-ingresso in un’altra. Le denunce di uno di essi, raccolte dal Dirigente del Commissaraito Manfredi Borsellino, avrebbero contribuito non poco a “scoperchiare” il sistema di corruttela in cui avrebbe avuto – scrive il GIP – un ruolo incontrastato DI FRANCO.

Il senso di onnipotenza dell’architetto DI FRANCO, convintosi oramai di poter disporre della costa e delle spiagge palermitane a proprio piacimento, lo avrebbe portato ad atteggiarsi, sono sempre parole del GIP di Termini Imerese, a vero “rais del demanio marittimo”, godendo di privilegi, favori, prebende e laute regalie da tutti quegli imprenditori del settore turistico e balneare che beneficiavano dei suoi “benevoli” provvedimenti.” Dalle intercettazioni delle conversazioni intercorse con i suoi familiari emergerebbe invece che DI FRANCO frequentava liberamente taluni stabilimenti ottenendo trattamenti da vip per sé, i suoi parenti e gli affini, e atteggiandosi, appunto, a “capo del demanio”, come sarebbe stato significativamente definito al telefono da un gestore di un lido balneare.

Dalle indagini del Commissariato coordinate dal Sost. Proc. di Termini Imerese Giacomo BRANDINI, emergerebbe infine il ruolo dominante che avrebbe assunto negli anni nel settore turistico alberghiero di Cefalù e del comprensorio madonita l’imprenditore Giovanni CIMINO, classe ’71,  proprietario o gestore, diretto e di fatto, della maggior parte delle strutture balneari operanti sulla famosa spiaggia di Cefalù (ma anche su altre spiagge del circondario). Si calcola in proposito che l’80% dei lidi e degli stabilimenti che operano sulla spiaggia cefaludese siano sotto il suo controllo. CIMINO, oggi, in sostanza, potrebbe a ragione reputarsi il “padrone quasi per intero” – come bene scrive il GIP nella sua ordinanza – di uno dei tratti di costa più belli, conosciuti e suggestivi del litorale palermitano; agli altri operatori balneari, grazie anche alla compiacenza dei funzionari del demanio corrotti, sarebbero rimaste in questi anni soltanto le “briciole”. Una spiaggia che sarebbe stata gestita lungo tutti questi anni praticamente in regime di monopolio da un imprenditore e dai suoi più stretti congiunti senza incontrare alcun ostacolo da parte degli uffici dell’Assessorato regionale al Territorio deputati al rilascio delle concessioni demaniali marittime.

L’imprenditore cefaludese oggi agli arresti domiciliari, sotto la lente d’ingrandimento degli inquirenti e forse percependo la loro pressione, avrebbe consolidato i rapporti con i funzionari infedeli dell’Assessorato al Territorio e Ambiente tramite il suo consulente e fedele collaboratore, Bartolomeo VITALE, raggiunto dalla misura del divieto di dimora a Cefalù, il quale avrebbe assunto la presidenza dell’ “Associazione Operatori Balneari di Cefalù” nella quale sarebbero confluite – si legge nell’ordinanza del GIP – tutte le società che gestiscono gli stabilimenti balneari sotto il controllo di CIMINO e dei suoi più stretti familiari. Questa associazione avrebbe pure tentato durante la scorsa stagione estiva di ottenere l’assegnazione breve (o temporanea) dei pochissimi tratti di spiaggia libera rimasti del lungomare cefaludese antistanti o limitrofi i lidi riconducibili a CIMINO, in forza di una sedicente manifestazione, denominata “Mare Luna”, che avrebbe consentito al Gruppo Cimino il conseguimento di ulteriori profitti. L’operazione però, malgrado il puntuale interessamento di DI FRANCO e del suo fido collaboratore LABRUZZO, non sarebbe andata del tutto a buon fine perché una parallela indagine del Commissariato della cittadina normanna, sempre coordinata dalla Procura della Repubblica di Termini Imerese diretta da Alfredo MORVILLO, avrebbe indotto lo scorso mese di agosto il Direttore Generale del Dipartimento Ambiente a bloccare tutto.