Ven. Feb 3rd, 2023

ROMA – La cocente sconfitta alle elezioni del 4 marzo ha messo un punto di fine e aperto una nuova stagione politica per il Partito Democratico. È chiaro a tutti che molti degli elettori del PD hanno dirottato l’interesse verso il M5S abbandonando la stessa ideologia politica che prima li teneva legati a un partito di chiara tendenza di sinistra. Ora le dimissioni di Matteo Renzi liberano il campo per la ricostruzione del partito in base a idee prettamente di sinistra. Ora è la base che lo chiede e lo rivendica come diritto imprescindibile.

Quello che è uscito dalle urne è una mappa impietosa dell’intero partito in tutta Italia, dove ovunque, anche nelle zone considerate rosse, il M5S ha prevalso sui candidati del PD e della Sinistra.

Si parte dalla rossa Umbria che racimolato un -7%. Poi c’è la rossissima Emilia Romagna che ha portato il partito a registrare un -11%. Il tonfo in Campania, che ha inchiodato le percentuali al 13%. Uno scenario da incubo analizzato dall’Agi attraverso un viaggio tra i circoli Pd più rappresentativi. È evidente la disfatta del partito da quando alla guida c’è Matteo Renzi. Da Trieste a Messina e da Firenze a Salerno, passando per le periferie di Roma, gli iscritti al partito sono più preoccupati di capire come il partito sopravvivrà a questo tsunami elettorale piuttosto che scoprire quale sarà il futuro politico di Matteo Renzi.

Del vecchio segretario poca importa, anche perché per tutti gli elettori del PD, è ritenuto la causa della grande disfatta, quindi poco importa cosa fare lui, ma importa cosa farà il partito. Perché il caso più eclatante arriva da Sesto San Giovanni, chiamata per decenni la Stalingrado d’Italia per essere stata governata per 72 anni dalla sinistra. Un vero feudo già crollato con le amministrative del 2017 quando il Comune è stato conquistato dal forzista Roberto Di Stefano. Alle elezioni politiche la cosa si è ripetuta: il candidato del centrodestra ha staccato la candidata dem di ben 7 punti percentuali.

Andando avanti c’è l’enorme disfatta in Toscana tutta a favore della Lega di Matteo Salvini.

In Toscana la lega ha ottenuto il 24,7%, a Capalbio, ha superato di poco il Movimento Cinque Stelle (24,5%), mentre il Pd si è fermato al 23,8%. A Livorno, dove nel 1921 Antonio Gramsci diede vita al Partito Comunista, il Pd ha mantenuto il primato di un soffio prendendo il 28,9% contro il 28,6 del Movimento Cinque Stelle. A Pesaro, la città amministrata dal renziano Matteo Ricci, i grillini hanno ottenuto un grande successo. Macerata, invece, dove l’episodio della giovane Pamela e l’atto scellerato di Trani, ha portato la lega ad ottenere una grandissima vittoria.

Ma la batosta più cocente per il PD arriva al sud. Infatti il boom dei Cinque Stelle fa franare il Pd che racimola pochissimo. A parte Pomigliano D’Arco, città natale di Luigi Di Maio, dove ha raccolto il 63% di preferenze il M5S, ovunque al sud è stata una caporetto.

Molto significativa è la sconfitta di Salerno del governatore De Luca, dove il figlio Piero De Luca, il primogenito, che è stato ripescato col paracadute nel collegio di Caserta, ma uscito perdente dall’uninominale a Salerno.  Il Pd in cinque anni a Salerno è passato dal 29,13%. A Taranto scotta anche qui la grande sconfitta dei democratici pugliesi. Così come a Nichelino, in Piemonte, dove la crisi del lavoro e le grandi avance di Renzi sul lavoro non hanno inciso sull’elettorato, visto che la realtà lavorativa piemontese è ben diversa dalle chiacchiere diffuse dal segretario del PD e, quindi, nessuno gli ha creduto e sbattuto al porta in faccia.  Un’enorme delusione per i risultati alquanto insoddisfacenti è arrivata anche da tanti altri circoli sparsi per il Paese. Per concludere, il PD ha perso l’elettorato di base, quello che una volta era una garanzia consolidata. Ora questa garanzia non c’è più e le politiche messe in atto dai governi a guida PD non sono piaciute alla stragrande maggioranza dell’elettorato, che ha dirottato l’interesse altrove.