Mer. Nov 30th, 2022

 

Primavera 1971. Sudan, Africa sub sahariana. Il regista teatrale, Peter Brook, alla guida di un furgone con a bordo la sua compagnia, arriva in un villaggio nei pressi di Khartoum.

Parcheggiato il veicolo, le attrici e gli attori scendono per primi per raggiungere l’interprete che li condurrà dal capotribù, mentre il regista li segue,  dopo aver scaricato con l’aiuto di alcuni volontari di diverse nazionalità, il necessario per la rappresentazione  di uno spettacolo.

“Prima che cominci la messainscena, io e la mia compagnia, volevamo ringraziare il capotribù per l’ospitalità…vedrete che non ve ne pentirete, la vostra generosità sarà ricompensata!…”, promette il regista, aspettando che l’interprete traduca.

“Il capovillaggio, mi chiede di dirvi che è lui a ringraziarvi per essere venuti fino a qui e che lui e la sua tribù saranno lieti di assistere al vostro spettacolo, ma non prima di aver ricevuto il benvenuto secondo un antico rito sciamanico…”, annuncia l’interprete, invitando Brook e la sua compagnia a sedersi per terra per assistere al rito.

“Maestro, ma che succede?…”, chiede Helen,ultima attrice ad essersi unita alla compagnia.

“Succede che ci accolgono, Helen!…Vogliono ringraziaci a modo loro per essere venuti fin qui,  vogliono omaggiarci secondo le loro tradizioni…Noi assistiamo al loro rituale e poi andiamo in scena….”, risponde il regista.

Quindi, terminato il rituale, (figure di danza scandite dal suono sincopato di tamburi), Brook prorompe in un applauso fragoroso, seguito da quello più timido delle attrici e degli attori della sua compagnia.

“Maestro, è ora che succede?…”, domanda nuovamente Helen, subito incalzata dal regista: “Succede che andiamo in scena noi!…Cosa abbiamo provato a fare fino a ieri, se non per venire qui, oggi, e recitare?…”, il quale, alzatosi, rivolgendosi al capo villaggio, sempre con l’ausilio dell’interprete, introduce lo spettacolo.

“Ciò che stiamo per raccontarvi è una storia antica di secoli…è “Amleto” di Shakespeare, scrittore e poeta che, come nessuno, seppe descrivere le passioni e i tormenti dell’animo umano…”, spiega Brook, interrotto da Helen: “Maestro, ma ieri abbiamo provato il “Re Lear”…io, non so se ricordo la mia parte!…”.

“Vorrà dire che se non ti verrà in mente per tempo, andrai  a braccio…tanto la trama la conosci, no?…”, replica il regista che, rivolgendosi poi al capovillaggio e alla tribù, agita un tappeto: “Ora miei cari, quella che vedrete è una magia…Lo vedete , questo tappeto?…bene, adesso ognuno di noi entrerà nel suo e daremo inizio a una sorta di incantesimo…entreremo in altre vite per raccontarvi una storia…”.

“Cosa dobbiamo fare?…”, domanda a uno dei colleghi sedutogli accanto, Helen. “Prendi il tuo tappeto , non appena il maestro si posizionerà sul suo, fai la stessa cosa e quando tocca a te o quando il maestro  ti interpella , tu di’ la tua battuta”, le spiega un attore.

Poi, seguite le indicazioni di quest’ultimo, steso il suo tappeto e dispostasi all’interno, nel momento in cui il regista le dà la battuta, Helen fa scena muta, restando come interdetta e, attirandosi gli sguardi attoniti del  capotribù e degli abitanti del villaggio, accorsi tutti in massa , nel frattempo.

“Vogliate scusarla, è un po’ stanca…e poi è artisticamente molto giovane e si è unita alla nostra compagnia da poco…”,si scusa il regista, rivolgendosi ora ad Helen, “Mia cara, se non ti inventi qualcosa subito, mi vedrò costretto a sostituirti…Andiamo, su, la storia la conosci!…”.

Sì, ma così, su due piedi, non saprei…non saprei proprio!…”, replica l’attrice, che il regista esorta ad abbandonare la rappresentazione: “Per questa volta, guarderai i tuoi colleghi…ma solo perché sei l’ultima arrivata e devi ambientarti…”.

“Cerca di capire , Helen!…Brook è un regista severo, ma è anche uno tra i più bravi a livello mondiale e recitare diretti da lui è un’esperienza unica, irripetibile!…Sembra un po’ burbero , ma in realtà vuole solo che ognuno di noi dia il meglio di sé e poi, è un genio!, tutto ciò che fa è studiato fin nel dettaglio, eppure ha la capacità di far sembrare tutto semplice :  è come se fosse un mago, anzi, no, un “folletto della semplicità”!…Sai cosa facciamo?…appena tornati nei nostri alloggi ci eserciteremo, così poi sarà più facile per te!…”, si offre di aiutarla un’attrice della compagnia, che Helen, ringrazia con un cenno del capo e un mezzo sorriso, nascosto da una smorfia di amarezza.

“Posso scegliere un qualsiasi spazio e vuoto e dire che è un nudo palcoscenico”. Così, il regista Peter Brook, nel suo saggio del 1968 “Il Teatro e il suo spazio”.

Nato a Londra, il 21 marzo 1925, da Simon Bryk e da Ida Janson, scienziati di origini ebraiche immigrati dalla Lettonia a Parigi e , in seguito, da Liegi, (in Belgio), a Londra, dove iniziano a lavorare per l’industria bellica, acquisendo con la cittadinanza inglese il cognome “Brook”, cresce con il fratello maggiore Alexis in un ambiente intriso di cultura liberale e scientifica, appassionandosi però alla Letteratura, al Cinema e al Teatro.

Studente della prestigiosa scuola Superiore Gresham’s School, e dell’Università di Oxford, presso la quale si laurea, grazie al padre , amante dei viaggi, visita le principali capitali europee, per poi decidere di dedicarsi alla regia teatrale.

Affermatosi negli anni Cinquanta in Gran Bretagna e in Europa con la rilettura del teatro di William Shakespeare , di cui mette in scena le tragedie: “Tito Andronico”, “Amleto” e “Re Lear”, ma anche le commedie “La tempesta” e le  cosiddette “opere minori”, in seguito, spazia dal teatro elisabettiano (Christopher Marlowe) ai maggiori autori contemporanei (Henrik Ibsem, Jean Cocteau, Jean Paul Sartre, Arthur Miller, Truman Capote), avendo come riferimento gli insegnamenti della mistica Jeanne de Salzmann e del filosofo Georges Ivanovic Gurdjieff.

Nel 1964, diretto lo spettacolo “Marat/Sade” di Peter Weiss, influenzato dalla drammaturgia di Jerzy Grotowski, tra i maggiori esponenti dell’avanguardia teatrale del Novecento e teorico del “Teatro povero”, esordisce nel Cinema dirigendo il film “Il signore delle mosche”, per poi tornare in palcoscenico con l’”Oedipus” di Seneca.

Autore del saggio “Il teatro e il suo spazio”, ripubblicato  con il titolo “Lo spazio vuoto”, fra il 1970 e il 1979, riadatta altre opere di Shakespeare, quali:  “Sogno di una notte di mezza estate”, “Timone d’Atene” e “Antonio e Cleopatra” e dà vita a “Orghast”, il più importante studio sulla voce mai realizzato in teatro, rappresentato a Persepoli in Iran, e, nello stesso periodo, torna dietro la macchina da presa per la regia delle pellicole: “Re Lear”, trasposizione cinematografica dell’omonima tragedia sheakspiriana,e “Incontri con uomini straordinari”.

Nel decennio Ottanta, invece, dopo una tournée itinerante in Africa, dove a dominare è l’improvvisazione, cura la regia di “Mahabharata”, opera imponente della durata di nove ore , tratta dall’omonimo poema epico in sanscrito, frutto della collaborazione con lo scrittore, sceneggiatore , attore e regista  Jean-Claude Carrière, aggiudicandosi il Premio Europa per il Teatro.

Nel 1993, riadattate le opere “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello” di Oliver Sacks e “Oh les beaux jours” di Samuel Beckett e, cimentatosi con la recitazione in un documentario di Al Pacino, inizia a scrivere la sua autobiografia, edita in italiano nel 2001 con il titolo “I fili del tempo”, anno nel quale mette in scena in inglese “The Tragedy of Hamlet”, presso il teatro-scuola parigino “Bouffes du Nord” da lui stesso diretto.

Curate per il suo teatro-scuola le regie degli spettacoli: “I fratelli Karamazov”, adattamento dall’omonimo romanzo di Fedor Dostoevskij,  “Tierno Bokar” di Amadou Hampaté Ba (in scena presso il Teatro Stabile di Napoli) e “Sizwe Banzi est mort” di Athol Fugard, John Kani e Winston Ntshona, nel 2012/2013 torna in Italia con “The Suit”, nuovo adattamento di “Costume”, tratto dal racconto di Can Themba, e presenta in anteprima al Napoli Teatro Festival uno studio sul personaggio ispirato dal racconto breve di Samuel BeckettLo Spopolatore”, realizzato in collaborazione con Marie-Hélène Estienne e su traduzione di Luca Delgado.

Convinto che l’azione teatrale scaturisse da un impulso informe, e non soltanto dalla tecnica, e che i tre cardini del teatro fossero: le prove, in cui l’attore cerca di migliorarsi, la messa in scena e l’attenta visione e la partecipazione del pubblico, nel 2014 dirige “The Valley of Astonishment “, spettacolo portato in giro nei teatri di Londra, Parigi, New York e d’ Italia.

Sposato dal 1951 al 2015, anno della scomparsa, con l’attrice Natasha Parry e padre di Simon, cui trasmette la passione per la regia e Irina, attrice, si è spento a nella sua abitazione parigina ,all’età di novantasette anni , il 2 luglio scorso ed è stato ricordato nel corso di solenni  esequie ,   cui seguirà nei prossimi giorni una commemorazione a Londra.

Insignito di numerose onorificenze e di molteplici premi (tra cui il Premio Nonino) qualche anno fa, a un critico teatrale che gli chiese perché avesse riportato in scena a trent’anni di distanza dalla prima rappresentazione “Il Mahabharata”, tratto dall’omonimo poema epico sacro, rispose: “Se abbiamo deciso di riproporre questo lavoro adesso, è perché era necessario scoprire qualcosa di rilevante per noi oggi. Gli indiani affermano, e può suonare presuntuoso, che tutto è contenuto nel Mahabharata e se non è nel Mahabharata, allora non esiste. Questo testo epico, che risale a migliaia di anni fa, è cresciuto nel tempo, assimilando le idee universali e metafisiche più importanti insieme agli aspetti più semplici della quotidianità. Il poema descrive la guerra che lacera la famiglia dei Bharata, da una parte i cinque fratelli Pandava e dall’altro i loro cugini Kaurava, i cento figli del re cieco Dritarashtra. Saranno i Pandava a vincere alla fine, ma il poema cita “dieci milioni di cadaveri”, un numero impressionante per l’epoca. È una descrizione spaventosa, potrebbe essere l’Hiroshima o la Siria di oggi. Volevamo raccontare ciò che accade dopo la battaglia. Come farà il vecchio re cieco, che ha perduto tutti suoi figli e alleati, ad affrontare e a farsi carico delle loro responsabilità  con il nipote vittorioso?  Da entrambe le parti i capi affrontano un momento di profonda interrogazione: i vincenti affermano « la vittoria è una sconfitta », i perdenti ammettono «la guerra poteva essere evitata». Se non altro nel Mahabharata hanno la forza di porsi queste domande. Il nostro vero pubblico è Obama, Hollande, Putin e tutti i Presidenti. La domanda è : come vedono i loro avversari al giorno d’oggi e in questa epoca?. Quando si ascoltano le notizie non si può non provare indignazione, disgusto, rabbia. Ma, in Teatro, si può vivere tutto questo ed uscire più sicuri di sé, più impavidi, pronti ad affrontare la vita”.