Mar. Nov 29th, 2022

Febbraio 1956. Roma , rione Trastevere . L’ultima sera di Carnevale, gli abitanti del popolare quartiere della Capitale, sfilano in piazza San Cosimato , indossando ciascuno la propria maschera.

Una fascinosa e beffarda gitana, sparge a tradimento  sul capo di un gaglioffo Casanova , una manciata di coriandoli , mentre un picaro screanzato oltraggia la maestà di un Re Sole , srotolandogli dinanzi al viso una variopinta lingua di Menelicche. Icone della storia , personaggi delle favole ed eroi della mitologia si mescolano , dando vita a una dimensione temporale in cui presente e passato , realtà e fantasia convivono simultaneamente.

Bancarelle illuminate a festa, si contendono i passanti che avanzano a frotte per nulla intimoriti dalle folate di gelido Grecale , attraendoli con la fragranza di ghiotte leccornie.

Un cartello apposto all’ingresso del ristorante  “Da Rugantino” sollecita gli avventori ad affrettarsi per consumare  succulente specialità della casa , innaffiate da pastosi vini dei Castelli.

Gli fa eco la rustica locanda “Da Gigetto” , che invita i viandanti a fermarsi per gustare un saporito intingolo e un vassoio di frappe guarnite con una spolverata di zucchero vanigliato.

La ridda confusa di voci provenienti dalla strada  si attenua e si dissolve all’interno del cinema “America” , sala progettata dall’architetto Angelo di Castro ed edificata  da poco meno di un anno sullo scheletro dell’ottocentesco Teatro Lamarmora .

In  silenzio rigoroso, gli astanti , militanti del PCI (partito comunista italiano) e del PSDI (partito socialista democratico italiano), seduti in platea , assistono alla proiezione della pellicola del regista Pietro Germi : “Il Ferroviere”, vicenda del macchinista “Andrea Marcocci”, che, disorientato dalla trasformazione della società da agricola a industriale , provato dalla disgregazione del suo nucleo familiare e scosso dalla tragica fatalità di aver investito alla guida del suo treno  un folle suicida, rinuncia alle battagliere rivendicazioni operaie.

Ciò, suscita la riprovazione e il malcontento dei colleghi , che lo allontanano e lo  scherniscono definendolo : “crumiro” . Soltanto la malattia diagnosticatagli , un ‘insufficienza cardiaca , e la morte conseguente  riusciranno a riconciliarlo con familiari e amici.

Al termine della visione, alcuni critici, schieratisi in prima fila , prendono la parola per discutere del film alla presenza dell’autore , salito su un piccolo palco  approntato per l’occasione davanti al grande schermo .

“Signori , tralasciando i convenevoli …cosa volete che vi dica ? ” , domanda , alzatosi in piedi e ,rivolgendosi agli spettatori , Guido Aristarco , il direttore della rivista “Cinema Nuovo” , “Il film decanta un populismo storicamente sorpassato , con idee risalenti all’epoca del movimento socialista dei Turatiani del primo Dopoguerra …insomma : il vero operaio non può essere un “crumiro”! .

“Sì , compagni , Aristarco ha ragione !” , prorompe lo scrittore Umberto Barbaro, “Quest’operaio di celluloide , descritto da Germi e dai suoi collaboratori , Alfredo Giannetti e Luciano Vincenzoni  che, se fosse fatto di carne e ossa, voterebbe per i socialdemocratici , non solo sembra una caricatura , ma urta maledettamente i nervi !” .

Poi , fra il plauso e il consenso di parte della sala , trova il coraggio per dissentire ,l’intellettuale Glauco Viazzi , che ribatte concitatamente : “Non serve che mi presenti….i “compagni” riunitisi qui , questa sera, mi conoscono ! ….sanno che le mie posizioni sono più vicine a quelle dei socialdemocratici che a quelle dei comunisti…perciò contesto fortemente ciò che ho sentito dire finora ! …Operai siffatti esistono nella realtà e in gran numero e non solo tra quelli che votano per la Democrazia cristiana  o per la social democrazia , ma anche tra quelli che danno il voto ai partiti  di classe !…Dunque , una simile pellicola dev’essere valutata artisticamente , in modo onesto e scevro da qualsiasi pregiudizio ideologico ! ” .

“Concordo  indiscutibilmente con il collega Viazzi !….” , si esprime, aggiungendo la sua , non scoraggiato dai fischi e dagli insulti gridati dal pubblico, Antonello Trombadori, direttore della rivista “Il Contemporaneo” : “Il film merita un cauto e moderato elogio , perché commuovente, certamente popolare , ma bello ! … E’ opera di un socialdemocratico militante, eppure appare pervasa da ogni parte da un sincero spirito socialista !”.

 “Scusate l’ardimento….Mi permetto di interrompere il vostro agone dialettico per chiarire alcune cose!…” , esordisce nel dibattito il regista , Pietro Germi , “Nelle vostre analisi del film ho scorto un errore di fondo : la connotazione politica attribuitagli !…Non posso , certo, nascondere  di attestarmi su posizioni socialdemocratiche , ma io, in verità, attraverso questa pellicola, ho voluto realizzare un altro intento…mi interessava descrivere lo smarrimento dell’italiano medio , di un lavoratore, di fronte al mutamento della società , all’avvento dell’industrializzazione e al trionfo del capitalismo!…Forse , qualcuno fra voi, un intellettuale che ha letto in un solo anno più libri di quanti ne abbia letti io in tutta la mia vita , riderà di ciò che sto per dire : questo film è dedicato agli uomini come mio padre ,  gente all’antica con il risvolto dei pantaloni ! ” .

“La verità è che , spesso, noi , i cosiddetti “critici” , ammantiamo con preconcetti e sovrastrutture del pensiero le verità più semplici …” , replica Viazzi , cui si unisce  Trombadori , che chiosa : “Pietro Germi non è soltanto un regista di idee socialdemocratiche è ,prima di tutto,  un uomo, un tipo solitario, un timido aggressivo con la nostalgia della gente!…”.

“Da Rosati a via Veneto. Pietro Germi lo trovavi sempre lì , al bancone del bar , seduto davanti a un bicchiere di vino . Non era una posa d’artista : era davvero nella sua natura starsene silenzioso a pensare , sorseggiando del buon vino ”. Con queste parole ,nel 1961, il regista Ermanno Olmi  delineava un ritratto del più maturo collega .

Nato a Genova, il 14 settembre del 1914 in via Ponte Calvi , da Giovanni , operaio e portiere d’albergo e da Armellina , sarta e casalinga , nel 1927 , all’età di dieci anni , rimase orfano del padre , alla cui mancanza sopperì stringendo un solido legame affettivo con la madre e le tre sorelle: Carolina, Gilda ed Enrichetta , impiegate in una nota sartoria della città.

Studente dell’Istituto Nautico “San Giorgio” , presso il quale si iscrisse perché desiderava diventare capitano di Marina , pur applicandosi in maniera diligente, al termine di una breve esperienza come “mozzo” a bordo di una nave da crociera , disertato l’esame di Stato, non conseguì il diploma.

A vent’anni , conoscitore della lingua russa e della filmografia dei registi Renè Clair e John Ford , si trasferì a Roma per frequentare i corsi di recitazione e di regia tenutisi presso il “Centro Sperimentale di cinematografia”.

 Diplomatosi nel 1939 , alla vigilia dell’esplosione della Seconda guerra mondiale, esordì come aiuto-regista , sceneggiatore e attore nei film di Alessandro Blasetti : “Retroscena” e “La corona di ferro”.

Nel 1941 , mentre il duce ,Benito Mussolini, annunciava l’entrata in guerra dell’Italia “al fianco dell’alleato germanico” , sposò la giovane Anna Bancio dalla quale , nel 1947 , ebbe la figlia Marialinda .

Ripresa l’attività di regista , trascurata per dedicarsi a quella di interprete ( recitò nelle pellicole di guerra e azione : “Montecassino nel cerchio di fuoco” del regista Arturo Gemmiti , ispirata alla vicenda della battaglia disputatasi nel 1944 sulle alture di Cassino tra gli Anglo-Americani e i Tedeschi e “Fuga in Francia” di Mario Soldati , incentrata sulla figura di un gerarca fascista , “Roberto Torre” , interpretato da Folco Lulli , datosi alla macchia nei giorni della “Liberazione”) , nel 1949,  firmò, insieme con lo scrittore Cesare Zavattini , il suo primo film : “Il Testimone” , un giallo psicologico , in cui un assassino , “Pietro Scotti” (Roldano Lupi) , condannato a morte , per via delle accuse di un testimone, che lo avrebbe visto compiere il delitto, riesce a provare la propria innocenza e a essere scagionato , ma cova dentro di sé un odio talmente irrefrenabile nei confronti del delatore da decidere di ucciderlo. Fallito il suo proposito,però, si consegna spontaneamente alla Polizia .

La pellicola , a qualche giorno di distanza dall’uscita nelle sale , fu così recensita  dal critico Mario Gromo sulle pagine della rivista “Cinema” : “Film del tutto insolito per la rinascente cinematografia nazionale di genere neorealista, confuso, ma non privo di talento registico e di una consistente vitalità”.

Determinato nel denunciare il malessere della società italiana e l’abbrutimento della borghesia , nell’immediato Dopoguerra, Germi scrisse e diresse, insieme con gli esordienti Antonio Pietrangeli e Mario Monicelli , “Gioventù perduta” , poliziesco “all’americana” , vincitore di un “Nastro d’Argento” , prodotto dalla “Lux film” di Carlo Ponti e Dino de Laurentiis ,  nel quale il poliziotto “Marcello Mariani” (Massimo Girotti) indaga su una banda di ladri , capeggiata dal benestante “Stefano” (Jacques Sernas) , figlio di un docente universitario , che nel finale, si sottrarrà alla cattura solo con la morte .

 Il film , che segnò l’inizio della collaborazione con il musicista Carlo Rustichelli , autore della colonna sonora , piaciuto al pubblico e ai critici , ottenne addirittura l’encomio dello scrittore Ennio Flaiano che si espresse in tal modo : “E’ una pellicola eccezionale ! Un antiromanzo che combacia a tal punto con la realtà da lasciarci pensosi ”.

Convinto il produttore Luigi  Rovere , nel 1949,  sceneggiò e girò la pellicola : “In nome della legge” , adattamento del romanzo del magistrato Giuseppe Guido Lo Schiavo “Piccola pretura” , storia di un giovane inquirente di Palermo , “Guido Schiavi” (Massimo Girotti) in lotta contro il barone “Lo Vasto” ( Camillo Mastrocinque) e il massaro “Turi Passalacqua” (Charles Vanel) , “uomini d’onore” della mafia. L’uccisione dell’amico “Paolino” ( Bernardo Indelicato) ,per mano di un affiliato della cosca, spingerà il giudice ad andare avanti con l’inchiesta e a non desistere dal rivelare insospettabili connivenze .

Il film, che metteva in luce per la prima volta nella storia del cinema italiano le attività lucrose della criminalità organizzata , aggiudicatosi ben tre “Nastri d’Argento” ( per il miglior attore protagonista e non protagonista e per la regia ) , fu accolto con favore dai critici, che commentarono: “E’una pellicola organizzata , che non permette al reportage e alla questione morale di prevalere sul racconto”.

Tuttavia,l’affermazione del cineasta a livello internazionale arrivò soltanto nel 1950, con il dramma noir “Il cammino della speranza” , vicenda di “Saro Cammarota” (Raf Vallone) e dei suoi colleghi minatori emigrati clandestinamente  dalla Sicilia in Francia , a causa della chiusura della solfara in cui lavoravano e ,costretti dalle autorità transalpine a ritornare in Italia .

 Il film , tratto dal romanzo di Nino de Maria ,Cuore negli abissi” , sceneggiato con Federico Fellini e Tullio Pinelli e coprodotto dalla “Lux “e da Luigi Rovere,  definito dagli esperti cinefili : “Un “Paisà” della disoccupazione post-bellica mancato”, perché compromesso di temi melodrammatici più che neorealistici”, ottenne un “Orso d’oro” e un “Orso d’argento” al “Festival di Berlino”.

Rinnovato il sodalizio con gli autori Federico Fellini e Tullio Pinelli, nel 1951, diresse “La città si difende”, storia del furto dell’intero incasso di una partita di calcio realizzato in uno stadio da quattro amici : “Paolo” (Renato Boldini) , “Luigi ” (Fausto Tozzi) , “Guido” ( Paul Muller) e “Alberto ” (Enzo Maggio).

 La pellicola , vincitrice del “Festival Internazionale del Cinema ” di Venezia  nella categoria “miglior film ” , non piacque ai critici, che sentenziarono : ” La descrizione del sottobosco di perdenti e disperati è riuscita e la tecnica è buona , ma il pathos populista , spesso, non è tenuto sotto controllo e deborda in un sovraccarico moralismo edificante” .

Il 1952 , invece, vide alternarsi la commedia “La Presidentessa”, trasposizione della pochade di Maurice Hennequin  e Pierre Veber, vicenda della soubrette “Gobette” (Silvana Pampanini) , colpita dagli strali della censura del pragmatico e austero giudice “Luciano Pinglet” (Aroldo Tieri), riscattata dal sedotto Ministro di Grazia e Giustizia “Cipriano Gaudet” (Carlo Dapporto) alla pellicola storico-avventurosa “Il brigante di Tacca di Lupo” , trasposizione del romanzo omonimo di Riccardo Bacchelli, sceneggiata dal regista insieme con Federico Fellini, Tullio Pinelli e Federico Tozzi, in cui nel Meridione da poco unito al resto d’Italia , ” Giordano” (Amedeo Nazzari) , capitano dei bersaglieri, al termine di numerose peripezie , cattura il brigante “Raffa Raffa” ( Oreste Romoli). Il film registrò il consenso dei critici che lo definirono : “Western militare di robusto impianto narrativo” .

Nell’estate 1953, quindi,  girò le pellicole di minor successo : “Gelosia” , desunta dal romanzo di Luigi Capuana “Il marchese di Roccaverdina” , vicenda del capriccioso titolato (Erno Crisa) che , invaghitosi della cameriera “Agrippina Solmo” ( Marisa Belli) , la costringe a diventare  sua amante , uccidendole il fidanzato e “Amori di mezzo secolo fa” , film sentimentale a episodi , scritto con Antonio Pietrangeli e Roberto Rossellini.

Tornato dietro la macchina da presa dopo un periodo d’inattività , nel 1956 diresse “Il Ferroviere”, trasposizione de : “Il Treno” , un soggetto autobiografico di Alfredo Giannetti , sceneggiato con l’ausilio di Luciano Vincenzoni , storia di “Andrea Marcocci” ( interpretato dallo stesso Germi , convinto dal Giannetti a sostenere il ruolo ) , macchinista che, assistendo ai mutamenti della società prodotti dall’avvento dell’industrializzazione  e al dissolvimento dei suoi valori di riferimento, dinanzi alla disgregazione della  famiglia , si chiude in se stesso, distaccandosi dai colleghi di cui non condivide più le battaglie per l’ottenimento dei diritti. Soltanto l’insorgere di una malattia cardiaca lo  riavvicinerà a familiari e ad amici.

La pellicola , ritenuta dai critici meritevole dell’assegnazione del “Nastro d’Argento” per la “miglior regia”, non entusiasmò gli intellettuali vicini al PCI, che accusarono il cineasta di indulgere a posizioni politiche socialdemocratiche, anziché socialiste . Germi in persona pose fine alle polemiche dedicando il film:  “Alla gente all’antica , con il risvolto dei pantaloni” .

Nel 1958, fu la volta de “L’uomo di paglia” ovvero “Andrea Zaccardi” (personaggio nuovamente interpretato da Germi) , operaio specializzato che , rimasto da solo in città  durante i mesi estivi, per via della partenza della moglie “Luisa” ( Luisa Della Noce)  e del figlio Giulio ( Edoardo Nevola) , intreccia una relazione con l’ingenua “Rita” (Franca Bettoja) . Quest’ultima delusa dall’atteggiamento dell’uomo , non intenzionato a sciogliere il vincolo coniugale , si suicida.

La pellicola , scritta con Leo Benvenuti e Piero de Bernardi, suscitò dissenso tra gli esponenti del PCI come Umberto Barbaro, che dichiarò : “A me questi operai di Germi ,che si comportano come piccolo-borghesi, che non hanno né brio né slanci , sempre disappetenti ,perfino nelle cose dell’amore, che ora fanno i crumiri, ora ingannano qualche brava ragazza, spingendola al suicidio e poi piangono lacrime di coccodrillo con la moglie e dentro le chiese , mi procurano il  vomito” . Seguì nel 1959 , “Un maledetto imbroglio” , adattamento del romanzo di Carlo Emilio Gadda : “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” , realizzato con Alfredo Giannetti e Ennio De Concini , storia di un furto e dell’omicidio di una donna “Liliana Banducci ” (Eleonora Rossi Drago) sui quali indaga il  tenace commissario “Ingravallo” ( Pietro Germi) .

Premiato con due “Nastri d’Argento” , per la miglior sceneggiatura e il miglior attore non protagonista (Claudio Gora) , il film ottenne il consenso degli spettatori , ma non esaltò i critici, come Ignazio Licata ,checommentò : “E’ evidente l’impossibilità del regista di riprodurre il linguaggio di Gadda nel film”.

Poi , il regista ,  messo da parte il “Neorealismo noir” , sposò le istanze della commedia satirica , dichiarando: “Divertire non significa soltanto far ridere , ma far ridere e far piangere , emozionare o tenere sospesi con il fiato in gola” . Così nacquero le caricature grottesche della Sicilia , specchio -riflesso del Belpaese bigotto e ipocrita , inneggiante al matrimonio e alla fedeltà, ma incline alla poligamia di “Divorzio all’italiana” , pellicola sceneggiata insieme con Alfredo Giannetti ed Ennio De Concini, vincitrice di un premio “Oscar”per la sceneggiatura e di una “Palma d’oro” al “Festival di Cannes” , in cui il “barone Ferdinando Cefalù” ( Marcello Mastroianni) , sposato con la poco avvenente Rosalia” ( Daniela Rocca) e , invaghitosi della giovane cugina “Angela” (Stefania Sandrelli) , spinge la moglie al tradimento per giustificarne l’omicidio come “delitto d’onore” e assicurarsi una breve detenzione , essendo il reato sanzionabile, ai sensi dell’articolo 587 del codice penale, con una pena attenuata,  e di “Sedotta e abbandonata” , soggetto  scritto con la  coppia di sceneggiatori Age e Scarpelli ,vincitore di numerosi “David di Donatello” e “Nastri d’Argento” , vicenda di “Peppino Califano” ( Aldo Puglisi) che ,promesso sposo di “Matilde Ascalone” (Paola Biggio) , attenta alla virtù della sorella di quest’ultima , “Agnese”, ( Stefania Sandrelli) e perciò viene costretto dal padre delle due ,”Don Vincenzo ” (Saro Urzì), al matrimonio riparatore.

Ma il regista non circoscrisse  l’amara critica delle convenzioni borghesi al solo  Sud d’Italia , estendendola al finto perbenismo dei ceti abbienti del Nord con il film “Signore e Signori” , bozzettistico affresco in cui una compagnia di commercianti e professionisti di Treviso, tra cui il ragionier “Osvaldo Bisigato” (Gastone Moschin)  e il negoziante “Toni Gasparini” (Alberto Lionello) , occultano dietro un ‘apparente rettitudine,  una fitta trama di torbidi tradimenti .

La pellicola , vincitrice del “Gran Prix ” di Cannes , a pari merito con “Un uomo e una donna” di Claude Lelouch, ebbe tra i suoi sostenitori Ennio Flaiano, il quale dichiarò  : ” Si tratta di una satira feroce sulla provincia italiana nella stagione del boom economico , ma riguarda in realtà l’intero Paese ” .

Preludio del “Sessantotto” e della “contestazione” del matrimonio  come istituzione borghese, ne “L’Immorale” , Germi, propose la biografia di un noto  poligamo  “Sergio Masini” (Ugo Tognazzi) , professore di violino, personaggio ispirato all’attore e regista Vittorio de Sica , diviso tra due mogli e una fidanzata , con le quali  sogna di poter abitare  sotto lo stesso tetto : “Commedia dai toni compassati, con un Tognazzi bravo ,ma fuori parte” , sentenziarono i critici .

Fra il 1961 e il 1970, diresse le pellicole , recanti le firme di Tullio Pinelli , Alfredo Giannetti , Leo Benvenuti e Piero de Bernardi : “Serafino” , apologia della campagna ,  interpretata dal cantante Adriano Celentano, nelle vesti di un giovane contadino alle prese con duplici amori bucolici e “Le castagne sono buone”, storia del cinico regista televisivo “Luigi Vivarelli” (Gianni Morandi) , redentosi grazie all’amore dell’ingenua “Claudia” (Stefania Cassini) , definito dai critici : “Il peggior film di Germi” .

Nel 1972 ,per  ribadire la sua adesione al referendum pro-divorzio ( nel 1966 , separatosi dalla moglie , aveva sposato Olga D’Ajello , dalla quale ebbe tre figli : Francesco, Francesca e Armellina) , scrisse con Tullio Pinelli , Leo Benvenuti e Piero de Bernardi, la commedia , premiata con un “David di Donatello” , “Alfredo Alfredo” , vicenda dell’impiegato di banca “Alfredo Sbisà” (Dustin Hoffman) , separatosi dall’ossessiva e gelosa moglie “Maria Rosa” (Stefania Sandrelli) , ricorrendo a un’apposita legge sul divorzio, per sposare la più accondiscendente “Carolina” (Carla Gravina) .

Ammalatosi gravemente , scomparve a Roma , all’età di sessant’anni , il 5 dicembre del 1974, poco dopo aver  avviato le riprese di “Amici miei”, film congerie di “zingarate” organizzate da un gruppo di amici fiorentini , realizzato in seguito dal collega e amico Mario Monicelli , che , a detta degli storici del Cinema, segnò il termine ultimo della commedia all’italiana.

Così, lo ricordano ancora oggi ,l’attrice Claudia Cardinale : “Burbero e laconico , tra di noi nacque un’immediata affinità e grazie a lui cominciai a imparare cosa fosse  il mestiere della recitazione , a sentirmi a mio agio, sicura di me davanti alla macchina da presa , a capire che potevo fare tutt’uno con quell’occhio fisso su di me ” e il giornalista e critico cinematografico de “Il Corriere della Sera” , Tullio Kezich : ” Cineasta sottovalutato, artigiano di talento ,Fellini lo chiamava : “Il grande falegname”, chi l’ha intervistato ai suoi bei dì lo ricorda come un personaggio difficile ; strappare qualche dichiarazione sul film che stava girando era un’impresa improba ! . Si sedeva davanti come se la sedia gli scottasse e urgenze ineluttabili lo stessero chiamando altrove e ti rispondeva a  monosillabi ( “Sì…, No…. , Bah !…” ) ansioso di arrivare al liberatorio “Arrivederci !. Tormentato da un tic facciale ,che si arrestava solo al momento in cui doveva recitare , pronto all’amore come all’antipatia , sempre con il sigaro toscano tra le dita, man mano che il tempo passava si sentiva sempre più un personaggio di altri tempi : un uomo tutto di un pezzo, fiero del proprio mestiere e insofferente di ogni cialtroneria. Quand’era il momento di mobilitarsi a difesa delle cose in cui credeva , questo conservatore ribelle, ritrovava la parola e tirava fuori perfino l’urlo” .