Mar. Ago 9th, 2022

Avevo appena preso servizio, un’altra notte mi attendeva a sorvegliare le coste della mia amata terra. Il mare un po’ mosso non avrebbe consentito sbarchi improvvisi. Si prefigurava una notte tranquilla. Avevo portato da casa una gustosa merenda fatta di melanzane e provola affumicata, una birra comprata al bar del porto, era il passatempo in attesa di eventuali soccorsi in mare. La vita di agente della guardia costiera mi appassiona, faccio questo lavoro con entusiasmo da quando avevo 26 anni dedicandomi  anima e corpo alla vita di mare. Ma quella che sembrava la notte senza emozioni ne provocò una che ha messo in discussione tutta la mia esistenza, tanto da farmi ricordare quella  notte come la più bella che abbia mai vissuto. Avevo finito di mangiare la mia cena a sacco, guardavo la domenica sportiva, e non essendo fidanzato non posso parlare con la ragazza come fanno i miei colleghi. Così, tranquillo e placido, mi gusto la vittoria della mia squadra del cuore. All’improvviso la sirena avvisa di un pericolo in mare: dobbiamo uscire, urge la nostra presenza, un barcone di clandestini è in avaria. Scatta l’operazione salvataggio. In pochi munti siamo già in mare. Dopo mezz’ora di navigazione raggiungiamo il punto esatto del barcone. A bordo ci sono più di cento persone, siamo tre motovedette della guardia costiera impegnati nel recupero in mare dei clandestini. Nel silenzio della notte, si sentono solo grida di persone in cerca di aiuto. Molte di loro, quelle che sanno nuotare, si sono già buttate in acqua. Lanciamo i salvagente. La barca si inclinava sempre di più, c’è il concreto pericolo che tutti finiscono in mare. All’estremità posteriore del barcone noto una ragazza che, ormai, è in preda al panico più totale, cerco di dirigermi verso di lei per portarla sulla nostra barca. Mentre mi avvicino lei cade in mare. Non sa nuotare. Mi rendo subito conto che l’avrei persa se non tento di raggiungerla, purtroppo il mare la trasporta lontana dal barcone. Non ho altra scelta se non quella di buttarmi. Non ero  equipaggiato per entrare in acqua, ma ugualmente mi tuffo. Con bracciate da campione olimpionico cerco di avvicinarmi a lei il più veloce possibile. A pochi metri, lei va a fondo e la vedo scomparire sott’acqua. È un attimo d’imbarazzo, ma sono cosciente che sono l’unico che può salvarla. Un’immersione rapida, giù trovo il buio totale che impedisce di vedere qualsiasi cosa, cerco di intravedere la sua sagoma. Fortuna vuole che la giovane indossa una maglietta di colore rosso, colore che  mi permette di individuarla immediatamente. Appena vicino, l’aggrappo a me, cerco di recuperare immediatamente la superficie. Non c’è molto tempo sia per lei sia per me: ormai manca l’ossigeno ad entrambi. Lei è già svenuta: ha ingerito molta acqua salata. Nella risalita gli  apro la bocca e posiziono la mia sulla sua cercando di dargli ossigeno: operazione indispensabile in questi casi. Raggiunta la superfice, viene in mio soccorso un collega, che nel frattempo si è equipaggiato di tutto l’occorrente. Appena vicino, il collega gli applica l’ossigeno per farla riprendere. Ma il tentativo è vano, sulla barca gli pratichiamo la respirazione e massaggi cardiaci per fare uscire l’acqua accumulata nei polmoni. La ragazza si riprende, ma aveva bisogno di essere accompagnata velocemente in ospedale. Raduniamo i casi più disperati e caricati su un’imbarcazione li trasportiamo sulla terra ferma.  Resto impegnato dell’operazione di salvataggio. Quando tutto è ultimato ritorniamo al porto. Durante il rientro, pensavo insistentemente a quella ragazza. Molto bella, poteva avere sì o no 18 anni, capelli neri, carnagione mulatta, con due occhi neri bellissimi. Mentre la tenevo in braccio mi faceva tanta tenerezza. Non era la prima volta che salvavo persone, ma mai in quel modo: quella ragazza l’avevo strappata alla morte, bastava poco e non c’è l’avrebbe fatta. Il suo corpo immerso nell’acqua, mi rimaneva appiccicato nella mente. Anche io avevo rischiato la vita per salvare lei. Bastavano altri pochi minuti immerso senza ossigeno, e anche per me poteva significare la fine. Ora che il tutto è passato, e la lucidità si è impadronita di nuovo di me, mi rendo conto del rischio che ho corso. L’istinto è stato più forte di me, non avevo pensato al rischio che correvo: l’unico pensiero era salvare quella ragazza. Attraccati al porto, fatti scendere i clandestini, mi rintano nel mio posto letto. Faccio una doccia per riscaldarmi, e poi mi distendo sul letto. Sono stanco e privo di forze. Quel salvataggio ha indebolito anche il mio il fisico. Un collega mi porta latte caldo e cornetto per farmi rifocillare. Tutti si sono resi conto di quello che ho fatto. Infatti, Antonio, il mio collega e compagno di salvataggio, capisce lo sforzo compiuto, e mi invita a ritornarmene a casa. Rifiuto categoricamente: “È il mio lavoro salvare le persone, durante la notte altre persone possono avere bisogno di me, rimango fino alla fine del mio turno”, gli rispondo. Un desiderio però lo avverto: andare in ospedale per sincerarmi delle condizioni della ragazza. Chiedo al capo turno di assentarmi per un’ora, in modo tale da poter raggiungere l’ospedale. Mi viene concesso. Prendo la macchina e mi reco in ospedale. I medici mi dicono che la giovane di cui parlo è in rianimazione, ma non è in pericolo di vita, è ventilata artificialmente perché ha ingerito troppa acqua di mare. Gli stessi sanitari mi invitano a ritornare il giorno dopo. Il mattino dopo, a fine turno, ripasso in ospedale. Mi è concesso di vederla. È ancora in rianimazione, posso finalmente guardarla con la luce del giorno, ed è ancora più bella, il suo viso somiglia a quello di un angelo. Riposa. I medici mi rassicurarono che non c’è nessun rischio per la vita, anzi, nel primo pomeriggio la trasferiscono nel reparto e tolta dalla rianimazione. La notizia è un sollievo, oltre a salvarla dalle acque, mi rallegro che l’incubo è finito e forse ha trovato la libertà tanto sperata e desiderata.  Apre gli occhi, e dal vetro mi osservava senza togliermi lo sguardo di dosso. Altrettanto facevo anch’io. Mi invitano a lasciare la sala intensiva. Vado via. La sera, non avendo impegni impellenti, ritorno in ospedale, non è orario di visite, però mi fanno entrare. La trovo nel letto che guarda la TV, che trasmette proprio il dramma che ha vissuto. Mi avvicino, gli chiedo come sta? Con un discreto italiano, mi rispose “bene”. Rimango con lei quasi un’ora, un modo per tenerla compagnia, anche perché mi dice che non ha nessuno ed è scappata dal suo paese per evitare umiliazioni a cui sono vittime le donne. Per lei raggiungere l’Italia significava liberarsi di incubi quotidiani. Il racconto mi sconvolge. Dava il senso dell’arroganza umana, che non riesce a trovare la strada giusta per regalare al mondo intero pace e democrazia. Di tutto ciò le donne sono le prime vittime, e la giovane ragazza che ho davanti a me era l’esempio palese della sofferenza femminile nei paesi privi di democrazia. Il medico di guardia mi dice che la degenza dura una ventina di giorni, poi sarebbe stata trattata come una normale clandestina. Il senso era chiaro. Infatti dopo due giorni ritorno in ospedale, la trovo con lo sguardo fisso verso il soffitto e gli occhi lucidi di lacrime. Gli chiedo perché. La sua risposta è amareggiante: devo ritornare da dove sono partita. È la regola della legge, si, una legge che non guarda con interesse all’essere umano, che in qualche modo deve trovare il sistema di aiutare queste persone o a casa loro o nella nostra patria. Ecco, il dramma nel dramma. Fissandomi:

<< Ho speso tutto quello che avevo per cercare la libertà, se torno indietro non ho altra scelta che porre fine alla mia vita>>.

<< Non dire così>>, ribatto.

<< Come faccio, stamattina mi hanno detto che appena guarita sarò rimpatriata>>.

<< Dai, vedremo cosa si può fare, tranquilla>>.

Cerco d’impegnarmi in prima persona, ma trovo muri insuperabili dai vincoli di legge, purtroppo è la legge, e nessuno può trovare un escamotage. L’unico appiglio rimane un lavoro da trovargli subito, oppure il matrimonio. Alternavo le giornate tra il lavoro, le visite in ospedale e la ricerca affannosa di un lavoro. Mancano pochi giorni dalle dimissioni, pertanto devo sbrigarmi, devo trovare una strada che consente alla ragazza di non buttare al vento i sacrifici e la speranza della libertà. Soprattutto ha rischiato la vita, ed io insieme con lei. Non deve tornare indietro dopo tutto quel trambusto. Sfortunatamente la strada di un lavoro non si apre da nessuna parte. In quei venti giorni di degenza tra noi si è aperta una grande amicizia. Lei mostra gratitudine per il mio impegno, e ogni volta mi ringrazia con estrema dolcezza. È molto dolce. Quel suo modo di essere un agnellino sperduto in un paese straniero, la rende ancora più adorabile. Ha  appena 19 anni, è fuggita per non essere molestata e violentata dagli atteggiamenti prepotenti di un paese senza regole. Non è giusto che torni al punto di partenza, per ritornare a combattere un incubo infinito, no, deve rimanere in Italia. Per me, in quei venti giorni, è diventata una persona singolare, forse qualcosa ha toccato la mia sensibilità e il mio animo buono, e lei dimostra di essere una ragazza bisognosa di attenzioni e amore. Mi reco dal Parroco raccontandogli tutto. Anche don Michele rimane allibito, mi promette che avrebbe fatto il possibile per aiutarmi. Infatti, una volta dimessa dall’ospedale, don Michele la ospita nella canonica, riuscendo a strappare altri trenta giorni di permesso. Dopo trenta giorni Don Michele mi confessa che in quei giorni aveva tenuto una clandestina nella canonica, perché il permesso non era mai stato concesso. Ancora oggi lo ringrazio per il coraggio dimostrato con la sua scelta di aiutarmi. La confessione scaturisce dal fatto che ormai non è più possibile tenere la ragazza, si rischia molto, bisogna consegnarla alle autorità di polizia. Sono trascorsi quasi due mesi da quel salvataggio in mare, tra noi si è radicato qualcosa di bello. Lei incominciava a sorridere, ed è il più bel sorriso che ho mai visto. C’è qualcosa in lei che mi convince che, in fondo, si può provare, e quello che deve mostrare un po’ di coraggio, sono io. Lo stesso coraggio che ho messo quella notte per andarla a prendere nelle profondità del mare. Don Michele mi consiglia di riconsegnarla alla polizia. Io, invece, la porto con me in un posto tranquillo. Mi ha chiesto una pizza prima di partire. Con il cuore in mano l’accontento. Per la prima volta riesco a comprendere in pieno la sofferenza umana. In lei riscontro il malessere di una persona perseguitata dalla vita, sempre alla ricerca della libertà, e costantemente negata. Dopo la pizza c’incamminiamo lungo la spiaggia. Lei, con tanta tristezza di chi vede sottrarsi la voglia di cambiare, mi disse:

<< Grazie per quello che hai fatto in questi due mesi. Ti porterò sempre nel mio cuore. Hai fatto tanto per salvarmi la vita, spero di rincontrarti di nuovo, sarai per sempre nei miei ricordi più belli>>.

<< Mi dispiace, ho fatto tutto il possibile, ma non ci sono riuscito>>.

La camminata s’interrompe. Ci voltiamo l’uno di fronte all’altro fissandoci negli occhi. La luna illuminava il suo viso d’angelo rendendolo prezioso e meraviglioso. “Grazie lo stesso”, è la sua risposta. I nostri occhi si fissano insistentemente. Le labbra si toccano. Le avevo già assaggiate in fondo al mare, allora la baciavo per salvarla, ora è carico di passione, ma ugualmente serve per salvarla di nuovo. Mancano tre giorni alla partenza, in quella notte di luna piena, mentre bacio quell’angelo meraviglioso, il mio cuore si apre definitivamente: “Ti va di restare per sempre con me”, gli chiedo.

<<Sei un uomo meraviglioso, qualsiasi donna direbbe di sì, ma il mio sì può apparire un abuso e un modo per approfittare della tua nobiltà d’animo, pertanto è meglio che vado via>>.

<< No, tu devi dirmi di sì, il tuo bacio è stato meraviglioso, vuoi restare con me e continuare la tua vita insieme a me, costruendo un futuro insieme, fatto di solo amore e fedeltà>>.

<< Tu mi vuoi, o lo fai solo per pietà?>>

<< Non è pietà. C’è qualcosa di più forte. Solo al pensiero che tu possa andare via per sempre, il mondo mi crolla addosso, segno che non è pietà ma mi sono innamorato di te>>.

<< Idem anche per me>>, risponde.

Tutto ebbe inizio in quella notte tremenda, quando in quel mare in tempesta mi accingevo a salvare la donna della mia vita. La donna che mi ha reso uomo, ed io l’ho fatta diventare donna. Insieme abbiamo messo su una bella famiglia. Molte volte mi chiedo cosa fosse successo se l’avessi lasciata andare via, a quest’ora, di lei, avrei solo ricordi sbiaditi, ma non avrei vissuto la bellezza dell’amore nato nelle profondità del mare. Mi accingevo a salvare una clandestina che in fondo non era altro che una persona piena di amore e dolcezza, che ha saputo riservarla solamente a me. Io ho amato solo lei come sirena del mare che ogni notte aspetta l’alba in attesa che il suo salvatore ritorni ad abbracciarla come la prima volta. Non possono esserci pregiudizi sui migranti. Sono essere umani in cerca di libertà, democrazia, soprattutto tanto amore, ed io la mia immigrante l’ho prima salvata e poi amata per sempre.

I fatti narrati sono frutto esclusivo dell’autore, ogni riferimento a persone o cose è puramente casuale.

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