Lun. Lug 4th, 2022

Inverno 1932. Napoli. Via Sedile di Porto. Sulla palcoscenico del Teatro Umberto, l’attore e commediografo stabiese Raffaele Viviani sta per dare inizio alle prove della rappresentazione, “L’ultimo scugnizzo”, al debutto nel giorno della Vigilia di Natale, quando viene interrotto da una comprimario della compagnia arrivato in ritardo. “Uhè, Micheli’!, alla buon’ora!…e voi,mo’ vi alzaste dal letto?…ben svegliato!”, esclama ironico, Viviani, continuando: “…E’ vero che siete una comparsa, che il vostro è un piccolo ruolo, ma  voi lo sapete, io lo dico sempre: in teatro, nella trama di una commedia, sono importanti tutti i personaggi, anche quelli secondari…anzi, sono fondamentali, perché, come il sale, condiscoscono la minestra!…Ci siamo capiti eh?…Jamme, jamme belle!…mo’ andate al vostro posto e non fatemi perdere più tempo, che già è tardi!…A proposito, ve la siete imparata la parte?…”. “Uhé, Maestro!, scusate per il ritardo!…il fatto è che ieri sera ho servito ai tavoli del caffè chantant fino a tardi e stamattina non tenevo proprio la forza di alzarmi!…”, racconta  l’aspirante attore, aggiungendo: “Voi mi dovete perdonare, ma io non ho tenuto proprio né il tempo né la testa di imparere a memoria le battute!…E,poi, don Raffae’, ve la posso dire una cosa?…però mi raccomando ,se ve la dico, non vi offendete!…Io penso che era meglio prima, quando nella botola ,qua sotto, tenevamo il suggeritore…A parte l’aiuto, si faceva pure meno fatica!…mo’, invece, e vatt’ a ricorda’ tutte ‘e parol!…è ‘na parola, proprio!…scusate il gioco di parole, maestro!…ma alle volte è megli scherzarci su!…”. “Niente affatooo!… avete capito?…voi siete uno scansafatiche impertinente!…voi non siete un attore, e neppure una comparsa d’Arte…voi siete  un autentico guaio!”, lo rimprovera l’attore-commediografo, continuando, “…Noi, tra qualche sera, debuttiamo e voi nun sapete neppure qual è la parte vostra!…ma io non capisco, non mi faccio capace: uno vuole fare l’attore e non si studia le battute!…ma voi,lo volete capire che il Teatro è una cosa seria, che ci vuole disciplina, che non è il caffè chantant!…se vi trovate tanto bene là, fino a tarda notte, non vi preoccupate di venire qua la mattina, restate pure là !…Qua ,si fatica,avete capito?, qua, i ruoli non li regaliamo, si guadagnano!, perché il Teatro è una lotta quotidiana, spietata, implacabile…e siccome la mia vita è stata, ed è tutta una lotta, io ho bisogno di chi lotti insieme a me e se voi non siete disposto a impararvi a memoria la commedia, che dovreste amare almeno quanto la amo io, è meglio che ve ne andiate, perché,qua, non abbiamo bisogno di un gagà, ma di uno scugnizzo, “L’ultimo scugnizzo”!”.

“La Compagnia deve essere un’orchestra bene affiatata alla quale non deve difettare nessuno strumento, onde chi maneggia la bacchetta possa ottenere gli effetti voluti. Ogni battuta era meticolosamente provata e riprovata. Le prove perciò duravano ore e ore. Volevo che tutti dessero il meglio di loro stessi in modo che non si creasse un distacco fra me ed i miei attori; che l’azione scenica ed il tono della dizione risultassero modellati secondo uno stile unico”. Così scriveva, a proposito di Teatro, nell’autobiografia “Dalla vita alle scene” (1888-1947), l’attore,commediografo e poeta Raffaele Viviani. Nato a Castellammare di Stabia il 10 gennaio 1888 da un costumista teatrale, divenuto poi impresario del locale ”Arena  Margherita“, trascorre l’infanzia a Napoli con la famiglia, dove si trasferisce in seguito al tracollo finanziario del padre. Qui, cresciuto insieme con la sorella Luisella, frequenta sin da bambino alcuni teatrini gestiti dai genitori presso i quali apprende l’arte della recitazione. Affascinato dal teatrino di marionette di Porta San Gennaro, inizia a esibirsi nelle vesti di un “pupo” in numeri di canzoni e scenette, con  il supporto della cantante Vincenzina di Capua. Poi, nel 1900, scomparso  il padre, eredita l’attività e l’onere di sostenere economicamente i familiari. Quindi, ingaggiato da Don Ciccio Scritto, un impresario di giostre , dà vita a spettacoli circensi come “Zeza”, una zarzuela carenevalesca, cui segue una nuova scrittura da parte della Compagnia Bova-Camerlingo,per una tournée “musicale, in veste di cantante, insieme alla sorella Luisella. Chiamato a sostituire l’attore comico e macchiettista Ettore Petrolini, presso la Compagnia del “Concerto Eden” di Civitavecchia, a soli tredici anni  viene arrestato dalla Polizia durante una retata e presto liberato per far ritorno a Napoli, dove viene ingaggiato dagli impresari del Teatro Petrella, una sala frequentata da marinai, doganieri e prostitute. Qui, interpreta per la prima volta, il monologo (testo e musica) di Giovanni Capurro e Francesco Buongiovanni, Scugnizzo”, e raccolto un largo consenso di pubblico, passa all’Arena Olimpia, presso la quale recita vari atti unici, fino al 1905, quando scrive per la sorella la pièce: “Bambenella ‘e ngopp ‘e Quartieri” e ,per sé, numerosi monologhi di personaggi machili e femminili come:  “Fifi Rino”, (stilizzazione marionettistica del “gagà” aristocratico e dannunziano), ‘O Tammurraro, ‘O Pezzaiuolo, Pascale d”a cerca” “Prezzetella ‘a capera”. Poi,conosciuta Maria Di Majo, nipote di Gaetano Gesualdo, impresario del Teatro Nuovo , fidanzatosi con quest’ultima, la sposa, diventando padre di ben quattro figli: Vittorio, Yvonne, Luciana e Gaetano. Esordito nel 1908 nel mondo del Cinema (“Un amore selvaggio”, “L’accusato“, “La catena d’oro”, “Testa per testa“), inaugura a Roma, insieme con la sorella Luisella, una serie di teatri, tra i quali lo Jovinelli e la Sala Umberto, diventando capocomico della  Compagnia di Varietà “Tourenée Vivivani“. Interrotta l’attività,a  causa dello scoppio della Prima Guerra Mondiale e del divieto di interpetare spettacoli di intrattenimento, soggiorna per un periodo a Parigi, invitato dallo chansonnier dell’Olympia, Felix Mayol. Rientrato a Napoli nel 1917, al termine del conflitto, viene scritturato dall’impresario del Teatro Umberto, Giovanni Del Piano,  che gli propone di mettere in scena diversi atti unici ( “L’acquaiolo”, “Il guappo innamorato”, “Lo spazzino interventista”,”‘O vico”, “‘A notte”, “Tuledo ‘e notte“, “Piazza ferrovia”, “‘A cantina ‘ e coppo campo”, “Scalo marittimo”, ” ‘Nterr’a Mmaculatella”, “Porta Capuana”), rappresentati dalla sua “Compagnia d’arte napoletana”e  nei quali fonde recitazione,prosa, canto e danza, dando vita a un nuovo genere di spettacolo. Successivamente, esaurito l’interesse per l’atto unico, si dedica all’ideazione di commedie in due atti: “Borgo Sant’Antonio”, “Caffè di notte e giorno“, “Eden Teatro”, “Santa Lucia Nova”, “La Marina di Sorrento” ,”Festa di Piedigrotta”, “Piazza Municipio” e “Santa Lucia Nova”, con le quali, in pieno biennio rosso, porta in scena il dramma dei lavoratori nelle fabbriche e  dei pescatori , e  dello spettacolo corale “Festa di Piedigrotta”, tramite il quale rivela gli aspetti demagoci della tradizionale festa partenopea. Ottenuti ottimi risultati in termini di pubblico e incassi , portando in tournée per le città d’Italia gli spettacoli : “‘A morte ‘e Carnevale”, “Nullatenenti”, “Don Mario Augurio”, e  “‘O mastro ‘e forgia”, “Napoli tascabile”, “‘O guappo ‘e cartone”, introduce alcune innovazioni come l’abolizione del suggeritore e l’obbligo per gli attori di imaparare a memoria il repertorio. Elogiato dalla critica per l’apporto innovativo dato al genere del Varietà, fra il 1928 e il 1929 propone al pubblico nuovi testi come: “Napoli in  Frack”, partendo per un lungo tour in Sud America. Separatosi dalla sorella Luisella,  soprannominata la : “Duse napoletana”,desiderosa di cimentarsi in altre esperienze artistiche,  prosegue l’ attività teatrale, recitando al fianco di altre attrici ,come Armida Cozzolino e Andreina Pagnani, nelle pièce: “‘E pezziente ‘e San Gennaro“, “L’ombra di Pulcinella”, “Leggiamo la commedia”, “L’imbroglione onesto” , “Pensaci Giacomì”, (traduzione in dialetto napoletano dell’omonima opera del drammaturgo Luigi Pirandello )e “La bottega del caffè” di Carlo Goldoni. Interrotta per un breve periodo l’attività teatrale per dedicarsi nuovamente al cinema, gira i film “La tavola dei poveri” di Alessandro Blasetti e “L’ultimo scugnizzo”, adattamento del suo celebre atto unico, diretto da Gennaro Righelli. Tornato a calcare i palcoscenici, fra la metà degli anni Trenta e la prima metà dei Quaranta,lavora alla scrittura di  “opere sociali”, rimaste inedite, che anticipano il Neorealismo, quali : “Muratori” e “I dieci comandamenti“, per poi recitare in“Diluvio” di Ugo Betti e nelle riproposizioni di testi di Molière (“Il malato immaginario“), Petito (“Siamo tutti fratelli“), Scarpetta (“Miseria e nobilità”, nei panni del protagonista “Felice Sciosciammocca) e Petrolini (“Chicchignola“). Quindi, usato il successo ritrovato per rilanciare la propria drammaturgia, porta in scena le opere: “La commedia della vita“e “Il Trasformista“. Ma la soddisfazione dura poco: l’entrata dell’Italia nella  Seconda Guerra Mondiale, infatti, lo costringe a recitare ,tra un allarme bombardamento e l’altro, nello spettacolo”So’ muorto e m’hanno fatto turna’ a nasere”, nel quale veste i panni di “Pulcinella”, e nella commedia “‘O vico“, con la quale aveva esordito nel 1917.  Finita la Guerra, in piena Ricostruzione, tenta invano di dar vita a un teatro stabile d’arte per fondere tradizione e innovazione : l’ultima battaglia prima di spegnersi  il 22 marzo 1950, a causa di  una malattia, non senza aver scritto nel diario-autobiografia: “La lotta mi ha reso lottatore. Dicendo lotta intendo parlare, si capisce, non si quella greco-romana che fa bene ai muscoli e stimola l’appetito, ma di quella sorda, quotidiana, spietata, implacabile, che ogni giorno si è costretti a sostenere. E la mia vita fu tutta una lotta : lotta per il passato, lotta per il presente, lotta per l’avvenire. Con chi lotto? Non col pubblico, il quale anzi facilmente si fa mettere con le spalle al tappeto, ma con i mille elementi che sono nell’anticamera, prima di giungere al pubblico. Parlo del repertorio, delle imprese, dei trusts, dei trust soprattutto. Oggi, come ieri, l’uomo di teatro è in lotta continua coll’accaparramento dei teatri di tutta Italia, i quali sono tenuti e gestiti da pochissime mani, tutte strette fra loro”.