Mar. Ago 9th, 2022

Un silenzio meraviglioso si diffonde nella valle piemontese. La guerra è alle spalle. La pace è giunta. Alle 8.30 il caporal maggiore c’informa che si torna a casa, anche se lo sapevamo già dà diverse sere, mancava soltanto l’ordine definitivo, stamattina è giunto. Non ho perso tempo, ho arruffato quel poco di roba che avevo e mi sono messo in cammino per la mia Sicilia. In tasca ho il biglietto del treno per poter attraversare tutta la penisola. Lascio l’infamia della guerra per abbracciare la pace. Attraverso le vie di Torino vivendo la desolazione di una città spenta, e il cammino è fatto con tanta desolazione nel cuore, ovunque ti giravi, tutto intorno c’è il segno della tragedia vissuta, ma che va superata il prima possibile. Vorrei essere un uccello migratore per attraversare la penisola e giungere in un lampo nella mia terra, pronto ad abbracciare i miei familiari, soprattutto la mia amata, Carla, ormai non ho sue notizie da molto tempo. La guerra mi ha piegato. Ha fatto di un giovane un uomo distrutto dentro. Ho assistito alle più crudeli delle atrocità, e interiormente ho la rabbia di ogni soldato scampato alla morte. Ora tutto è finito. Bisogna gustarsi i primi attimi di libertà e di pace dopo tanti anni di guerra. La mia mente è indirizzata  alle gesta di Carla, quando vedendomi arrivare mi accoglie con tanti baci e abbracci, suggellando il suo amore per il ritorno dell’amato soldato.

Ma il cammino è molto lungo. Solo dopo cinque giorni di estenuante viaggio riesco ad attraversare lo stretto di Messina. Altri due giorni di viaggio e sono arrivato. Il cuore già emana pulsioni d’amore sia per la mia adorata mamma, sia per il mio amore. La malandata corriera mi ferma giù al paese. Faccio le scalinate per raggiungere l’estremità del borgo, dove è arroccata la mia masseria. Lungo il percorso incontro tante macerie, segno che la guerra ha colpito brutalmente il territorio, e forse c’è rimasto ben poco. Ho la percezione che intorno troverò tante cose cambiate. Incrocio donna Rosina, la fruttivendola. Mi abbraccia: “Per fortuna tu sei tornato”, mi sussurra nell’orecchio. E’ sì, Giovanni, suo figlio, eravamo partiti insieme, potevo ritenermi fortunato: lui è già sepolto nel piccolo cimitero. Ecco, la guerra aveva restituito alle mamme solo spoglie di figli sottratti con la forza, per mandarli a combattere una guerra che non aveva nessuna ragione: solo morte e distruzioni è stato  il risultato finale. Il fascismo è finito. L’Italia esce con le ossa rotte dalla guerra, la ricostruzione è sicuramente più complicata di quanto si pensasse. E fu così. Mi fermo alla piccola cantina di zio tonino. Dentro non c’è nessuno tranne zia Concetta, che appena mi vede mi corre incontro, mi abbraccia e piangendo mi da là triste notizia della morte di zio Antonio. Comprendo che il mio paese è stato mortificato più degli altri paesi limitrofi. Da lontano scorgo la masseria. Un lato è completamente distrutto. Il cuore duole dinanzi alla mia casa ridotta in macerie. Appena apro la porta trovo la mamma seduta su di uno sgabello al centro della stanza. Mi aspettava. Gli corro incontro e l’abbraccio. Quante volte avevo desiderato quel momento, purtroppo vedo solo lei, gli altri dove sono? Alzo gli occhi fissando la parete di fronte a me: appesi al muro scorgo il ritratto di papà, di mio fratello Augusto e mia sorella Rosalia. Scuoto la testa in segno di rigetto: “No, no, non dirmi mamma….”. “I tedeschi”, sono le uniche parole piene di sofferenza. “Carla, mamma, Carla come sta?” China il capo in segno di resa. “No, Carla no, pure lei, maledettaaaaaa guerraaaaa….”. Le mie urla si levano al cielo come un rombo di aereo quando si alza da terra. I tanti pensieri sviluppati durante il viaggio sono demoliti in un attimo. La guerra è finita, ma dentro di me scoppiava un’altra guerra, più rude e infame. Ho sognato per otto anni il ritorno a casa accolto dalle braccia di tutta la mia famiglia, compresa Carla, invece trovo solo una mamma distrutta dal dolore, e con l’unica gioia dopo l’infamia della guerra: aver rivisto l’unico figlio rimasto. Non ho più forze, scivolo a terra lentamente con la schiena rivolta verso lo sgabello e stretto tra le gambe della mamma, mentre lo sguardo blocca il tempo fissando dall’alto l’azzurro mare. La mamma mi accarezza i capelli come faceva un tempo. Lascio fare. Ho bisogno di coccole materne. Non sono bastate le desolanti e disumane crudeltà a cui ho assistito durante la guerra, mi tocca continuare a soffrire anche in tempo di pace. Nella stanza c’è un silenzio tombale: per la prima volta assaporo il silenzio della pace, mentre la mamma incomincia il racconto che non avrei mai voluto sentire.

Si erano impossessati del nostro paese, facevano quello che volevano, nessuno poteva far niente senza chiedergli prima il permesso. Eravamo ostaggi delle loro azioni, guai ribellarsi: sparavano senza pietà. La guerra aveva già mietuto tante vittime: ora toccava direttamente a noi.  Una sera bussarono alla nostra porta. Erano perlomeno una diecina di soldati. Qualcuno di loro era anche ubriaco. Eravamo tutti in casa, stavamo mangiando quel poco che avevamo. Con una tale prepotenza ci fecero alzare da tavola. Papa e Augusto tentarono una reazione, furono immediatamente portati via, e dopo un’ora fucilati, perché avevano cercato di ostacolare, dissero, una loro perquisizione: non era vero. In casa rimasero Rosalia e Carla, che solo pochi minuti prima era venuta per stare un po’con Rosalia. Non doveva essere qui, invece era in questa casa e nemmeno lei fu risparmiata. Dovetti subire un’umiliazione che mai i miei occhi avevano visto e udito. Due soldati gli strapparono i vestiti di dosso, piangevano e gridavano. Io ero immobilizzata, non potevo fare niente, udivo soltanto quei pianti e quella rabbia di due stupende creature. Abusarono di loro a turno, per diverse ore, ogni volta né arrivavano di nuovi, come se le avessero pedinate da giorni, e quando sicuri di trovarle insieme, si presentarono. Vivevo ore d’angoscia udendo i loro pianti che lentamente si facevano sempre più fiochi, fino a non sentirle più, rassegante al destino che gli era capitato. Ero impotente, non potevo fare nulla, quei maledetti risparmiarono solo me, ma in quel momento volevo essere io al loro posto, purché loro si salvassero. Invece assistevo a quello schifo che c’era davanti a me. Dopo diverse ore, quando era quasi l’alba, le lasciarono stare. Lasciarono anche me, mi avvicinai ad entrambe, singhiozzavano. Rosalia fu la prima a cedere: chiuse gli occhi come un angelo. Carla invece ebbe il tempo di dirmi: “Dite a Luigi che gli ho sempre voluto bene e amato tanto, diteglielo, mi raccomando, sono certa che ritornerà, me l’ha promesso”. Dopo queste parole le sue forze si affievolirono chiudendo gli occhi per sempre. Ho aspettato la fine della guerra nella speranza che tu tornassi per mantenere fede alla promessa fatta a Carla, altrimenti mi sarei uccisa, perché era troppo brutto vivere da sola nel ricordo di quello che i miei occhi avevano visto. Sono seppellite vicino, come vicino sono state uccise dalla violenza.

Le mie orecchie ascoltavano qualcosa di molto brutto, che mi apparteneva. Ho conosciuto il modo con cui la mia dolce Carla è stata sottratta alla vita per sempre. Piango dalla rabbia.

È  calata la sera. Mi addormento. Solo un grido improvviso della mamma sveglia il mio sonno. Con quel grido imparai a conviverci: la mamma tutte le notti si svegliava all’improvviso, gridava, poi udivo un singhiozzio, e si riaddormentava. Per diversi mesi fu cosi, fino a quando una notte quell’urlo fu diverso, più netto e violento di sempre. Si porta una mano al petto, accasciandosi poi sul cuscino senza singhiozzare e dire altro: anche lei mi  lasciava. La guerra mi aveva tolto ogni paura. La vesto con gli abiti che ha conservato per il suo funerale. Preparo il letto, e mi metto seduto al suo fianco aspettando il mattino. Alle sei del mattino avviso il parroco, e nel primo pomeriggio la degna sepoltura. Il vuoto s’impossessa di me: sono rimasto solo, la pace conquistata, ha scatenato in me una guerra ancora più desolante. La sera mi metto sulla roccia del costone che da ragazzo usavo per osservare il mare di notte. Trascorro tutta la notte a guardare i fondali toccati dalle onde. Mi sento perso, ormai devo solamente reagire, ma non so come. Trascorro altri sei mesi in quella desolante atmosfera, consapevole che trascorro solo intere giornate al cimitero. Non posso andare avanti così, ognuno di noi deve reagire alle crudeltà e i ricordi che la guerra ha lasciato. Bisognava reagire altrimenti tutto rimane immobile. Decido di andare via dalla Sicilia: c’è solamente tanta disperazione e quasi nulla da fare. Una mattina, armato delle mie poche masserizie, passo a salutare zia Concetta. Non dico nulla della mia improvvisa partenza, ma lei comprende il mio stato d’animo e il desiderio di riscatto: “Vieni ogni tanto, non dimenticarti della tua terra”. “No zia, verrò ogni anno, qui c’è sempre la mia famiglia e Carla. Ritornerò, stanne certa”, la rassicuro. Ancora una volta lascio la mia terra per lidi sconosciuti. Ho in tasca pochi spiccioli, giusto per attraversare la Sicilia e la Calabria. Appena in Campania mi fermo una notte nella stazione, sono già tre giorni che viaggio. La mattina davanti ai miei occhi si presenta una città anch’essa presa dalle tante rovine. Nella stazione aspetto il treno per raggiungere Roma, è lì che ho deciso di fermarmi. Nella stazione di Napoli, su di una panchina, c’è una ragazza, bruna, capelli lunghi, gli occhi scuri, il volto segnato dalla sofferenza della guerra. Anche lei con una valigia di cartone legata con dello spago, forse anche lei parte in cerca di una vita migliore. Mi avvicino. Seduto sulla stessa panca, dalla valigia tiro fuori del pane ormai durissimo e una caciotta di formaggio razziata dalla credenza di casa prima di partire. La ragazza guarda i miei movimenti senza dire una parola, gli chiesi se ne volesse un po’. Dopo la guerra eravamo tutti più fraterni, ognuno di noi condivideva ciò che aveva consapevole che chi ti era affianco viaggiava con la tua stessa sofferenza. “Beh, non mangio da due giorni”, lo disse con un accento siciliano acceso. “Sei siciliana anche tu?”, gli chiesi. “Si, vengo da Palermo, voglio proseguire per il nord, ma non ho più soldi per andare avanti, e sono ferma in questa stazione da due giorni”. Che strano, anche io sono della provincia di Palermo. “Non preoccuparti, ti faccio viaggiare con me perlomeno fino a Roma, almeno in questo la guerra ci ha dato il privilegio di viaggiare, a noi reduci, senza pagare”. La rassicuro. Divido con lei il pezzo di pane duro e metà caciotta. Rifocillati, incominciamo a parlare scoprendo che in fondo eravamo accomunati dallo stesso destino: anche lei era sola al mondo. Ci raccontiamo tantissime cose nel viaggio della speranza. Solo il mattino dopo raggiungiamo Roma. Anche Roma è circondata da tante rovine: la guerra ha lasciato il segno dappertutto. Una volta alla stazione, lei si sente spaesata, mi accorgo da come riflette. “Dove vuoi andare”, gli chiedo. “Non lo so, non ho una meta precisa, voglio solo ricostruirmi la vita: un posto vale l’altro”. Allora resta qui con me, ricominciamo dall’amicizia che è nata a Napoli.  “Cosa facciamo?” Chiede. “Non lo so, qualcosa c’inventiamo, siamo italiani, abbiamo superato la guerra, figurati se non siamo capaci di superare la pace”.

È anno che sono Roma, è la fine del 48, l’Italia ha avuto la sua costituzione, la repubblica è una realtà, ed è nato anche il primo governo eletto. Le cose iniziano ad andare nel verso giusto. Nonostante gli attriti politici, le cose sembravano migliorare. Luisa è rimasta aggrappata a me: ci unisce un’amicizia bellissima. Tanto rispetto fraterno e mai nessuno ha invaso il campo dell’altro. Luisa si prodigava a fare quello che gli capita. Dal canto mio, dopo un anno di manovale muratore a raccogliere le macerie della guerra, finalmente riesco ad ottenere l’impiego come ragioniere al ministero della difesa. La vita incomincia a sorridere. Passa un altro anno, Luisa mi rivela che il suo sogno è fare la pasticciera. Il momento non è ancora maturo, però gli prometto di contribuire a raggiungere l’obiettivo di un piccolo laboratorio di pasticceria. Al ministero, la garanzia di uno stipendio fisso, contribuisce a dare una mano a realizzare il sogno. Dopo tre anni Luisa ha il suo laboratorio di pasticciera, ed è anche molto brava. Le cose vanno bene, ormai siamo a ridosso di una ripresa economica per l’Italia, che trasporta i desideri di tutti verso ambizioni raggiungibili. La nostra amicizia regge a meraviglia, sono troppi gli anni che abbiamo condiviso insieme, ma la sofferenza della vita non ha mai fatto trasparire niente che non fosse  amicizia, non avevo mai fatto peso nemmeno alla sua bellezza. Una sera Luisa rientra nel nostro modesto monolocale con un look rifatto: è bellissima, dal suo volto sono scomparse tutte le cicatrici della guerra, è veramente un’altra donna. Come persona, in tutti quegli anni di condivisione della sofferenza, avevo scoperto il lato migliore di lei, saggezza, dolcezza, responsabilità, ma quella sera scoprivo anche la bellezza nascosta di una ragazza meravigliosa….

Dopo quindici anni ritorno in Sicilia. Sapevo di non trovare nessuno, se non quello di andare a porgere un fiore sulla tomba dei miei cari. Lungo il viaggio, con la mia prima seicento, questa volta viaggio con la macchina. Scopro un percorso nuovo e migliorato dalla volontà di un popolo che non si è perso d’animo, si è rimboccato le maniche, ed ha ricostruito il paese. Anche la Sicilia si presenta migliorata. Giunto al paese, arrivato in cima alla mia vecchia masseria, un tuffo al cuore ripercorre quella sera che tornai dalla guerra, quando scoprii che la mia adorata Carla non c’era più. Ci volle quasi un’ora per rientrare in me e comprendere che quei ricordi erano una parte della mia vita che mai più scomparivano, ma il presente era rappresentato da un futuro costruito già in parte. Da lontano i bambini gridavano: “Papà, papà, è bello qui, dopo andiamo al mare, che bello”. Questo è il mio futuro, le mie bambine, Carla e Rosalia, che in quel posto vedeno solo le meravigliose bellezze della Sicilia, ma dietro, quello che era stato il percorso per ritornarci dopo quindici anni, non conoscono nulla. Per fortuna. Ad una delle bambine ho messo il nome di Carla, doveva rimanere per sempre con me. Il mio amore aveva lasciato che ripercorressi i ricordi come poche ore prima avevo fatto con lei, mentre poneva un fiore sulla tomba del suo ragazzo morto in guerra. Io la lascio fare consapevole che anch’io avrei fatto altrettanto. Quelli amori non potevano mai scomparire dalla nostra mente, erano stati la fine e l’inizio della nostra vita. Lei stava facendo lo stesso con me. Dopo un po’ si avvicina: “Lasciamo da parte i ricordi Luigi, guarda le piccole come si divertono. La vita ci ha riservato momenti di tanta tristezza, ma ora siamo qui a goderci veramente il silenzio della pace senza viverla come ci fu consegnata quindici anni fa”. “Hai ragione Luisa, ti amo”. Luisa da dieci anni è il mio amore, quella sera, quando rientrò con un look nuovo, la guardai fissa negli occhi e mi resi conto che lei era la donna della mia vita. Dopo un mese da quella sera, entrambi capimmo che eravamo stati scelti dal destino per stare insieme. Quel giorno a Napoli iniziava un percorso che ha condotto ad amarci con tanta passione e tanta voglia di riscattarci dal passato, però passando prima attraverso una grandissima amicizia. Dopo un mese da quella sera, capimmo che era giunto il momento di rivelarci quello che in fondo sentivamo dentro: fu un attimo e ci ritrovammo ad amarci come desideravamo. Prima di quella sera non era mai successo nulla tra noi, il rispetto reciproco non lasciava uscire la nostra passione, capitò in un attimo, uno sguardo d’amore accompagnato da un sorriso stupendo, sciolse ogni inibizione. Da quel giorno ci siamo amati sempre con la stessa passione della prima volta. Dopo nove mesi nacque Carla, decidemmo di sposarci con il rito civile e religioso diventando una coppia affiatata com’eravamo sempre stati, sin dall’inizio, anche quando la nostra unione era caratterizzata dall’amicizia passeggera: l’amore era già stato tracciato dal percorso che il destino volle farci intraprendere quella mattina a Napoli. Oggi Luisa è una brava pasticciera, una mamma meravigliosa, e una dolcissima moglie. L’Italia ha saputo riprendere la via affidandosi alla voglia del suo popolo di riscattarsi dalla guerra.  Io continuo ad essere l’impiegato di sempre, ed oggi, dopo quindici anni di duro distacco, siamo ritornati nella nostra terra per condividere con lei il nostro orgoglio di essere italiani, e con noi abbiamo portato due angeli che sono l’armonia giusta e il riscatto dopo la guerra.

I fatti narrati nel racconto sono esclusivamente frutto della fantasia dell’autore. Ogni riferimento a persone o cose è puramente casuale.

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