Lun. Ott 3rd, 2022

ROMA- La mafia durante la prima repubblica ha tenuto sotto scacco la politica italiana, emerge dal quadro inquietante che fa Gioacchino La Barbera in un’intervista a La Repubblica, conferma quello che nel corso degli anni nobili magistrati hanno tentato, invano, di portare alla luce, poiché davanti a loro c’era forse sempre qualcuno pronto ad impedire la verità.

La Barbera nell’intervista racconta i retroscena della strage di capaci. Il boss che sistemò il tritolo per l’attentato di Capaci racconta che Durante la preparazione della strage, con noi “c’era un uomo sui 45 anni che non era dei nostri… Arrivò con Nino Troia, il proprietario del mobilificio di Capaci dove fu ucciso Emanuele Piazza, giovane collaboratore del Sisde che voleva fare l’infiltrato”.Il pentito parla anche di riunioni “con generali e di incontri tra Riina ed ex ministri democristiani”.

La Barbera torna anche su Vincenzo Scarantino, l’uomo che fu costretto sotto tortura a confessare di aver partecipato all’attentato contro Paolo Borsellino per sviare le indagini: “All’inizio della mia collaborazione mi fu proposto di fare un confronto audio visivo con lo stesso Scarantino alla presenza dei carabinieri”, “funzionari della Dia e i magistrati di Caltanissetta”. “Durante il confronto lo sbugiardai”. “Di quel confronto non c’è traccia: sono spariti verbali e registrazioni”.

Sempre nell’intervista La Barbera racconta come sparirono i documenti dalla villa di Riina: “dopo il suo arresto accompagnai, insieme a Nino Gioè, i figli e la moglie di Riina fino alla stazione”. “Poi seguii la pulizia e l’estrazione della cassaforte dalla villa”; secondo La Barbera tutto ciò che era stato trovato in cassaforte fu messo in un’auto “che ritirò Matteo Messina Denaro”.