Ven. Feb 3rd, 2023

ROMA- È lo stesso governo, che attraverso il Ministero Della Giustizia a dare numeri ben precise sul dramma dei giornalisti in Italia. La categoria dell’informazione è sotto attacco da parte del potere, che attraverso la querela per diffamazione a mezzo stampa. Mette un bavaglio all’attività del giornalista. Il potere, forte dei soldi erogati dai cittadini che pagano i loro stipendi e i contributi ai partiti, fanno di tutto per zittire chi si muove per rendere un’informazione trasparente ai cittadini.

Il Dossier che l’Osservatorio sui giornalisti minacciati ha realizzato in collaborazione con il Ministero della Giustizia, porta alla luce il dramma del mondo del giornalismo: 103 anni di galera i giornalisti, 5125 querele infondate (quasi il 90% del totale), 911 citazioni per risarcimento, 45,6 milioni di euro di richieste danni, 54 milioni di euro di spese legali, 2 anni e mezzo per essere prosciolti, 6 anni per la sentenza di primo grado i dati sono stati diffusi dal MINISTERO DELLA GIUSTIZIA. Inoltre 30 vivono sotto scorta, 3.000 hanno denunciato minacce, 30.000 hanno subito intimidazioni (il 40% con querele pretestuose).

Ossigeno per l’Informazione ha pubblicato questo dossier in concerto col ministero della giustizia che, per la prima volta, ha portato alla luce dati inquietanti sull’informazione italiana, dove i giornalisti sono costantemente messi sotto pressione da poteri che vogliono limitare la corretta informazione. Ossigeno si augura inoltre che queste statistiche vengano aggiornate di anno in anno e che la copertura del campione sia estesa a tutti i tribunali, penali e civili, alle Corti di Appello e alla Corte di Cassazione, e che sia indicato anche il numero dei procedimenti pendenti.

Il ritmo con il quale avanzano questi procedimenti nei Palazzi di Giustizia è alto: 567 al mese, 19 al giorno. Ma il dato più rilevante è rappresentato dalla loro enorme mole. Se si pensa che i giornalisti italiani che trattano le informazioni di cronaca più delicate e controverse sono pressappoco in numero analogo, si capisce che il fenomeno riguarda l’intera popolazione dei cronistiIl numero di questi procedimenti continua ad aumentare di anno in anno. Nel quadriennio 2010-2013 è aumentato al ritmo dell’8 per cento annuo (+7,85 per cento le querele con attribuzione di un fatto determinato, 9,3 per cento le altre). In mancanza di interventi correttivi, dal 2017 in poi i procedimenti penali per diffamazione a mezzo stampa potrebbero diventare 7500 l’anno.

Quasi nove processi su dieci finiscono senza condanne

Nel biennio 2014-2015 soltanto l’8 per cento dei procedimenti penali definiti ha concluso l’iter con la condanna dell’imputato (5,8 in Tribunale e 1,6 per cento in fase preliminare), mentre per l’87 per cento dei casi i giudici hanno prosciolto il giornalista imputato con le varie formule previste dal codice di rito e per il 5 per cento dei casi le soluzioni non sono classificabili in alcuna di queste due categorie.

Dunque, ogni anno vengono definite una montagna di querele (5902, per l’esattezza) e questa montagna produce un topolino: 475 condanne, delle quali 320 al pagamento di multe e 155 a pene detentive che “nella quasi totalità dei casi non superano mai un anno di reclusione”. Ma, come si evidenzia più avanti, fanno cumulare ogni anno oltre cento anni di carcere.

Il fatto che soltanto una percentuale esigua di denunce sia convalidata da una sentenza significa che moltissime querele contengono accuse infondate, esagerate. Significa che molte accuse di diffamazione a mezzo stampa sono pretestuose, sono formulate strumentalmente, sono presentate per ragioni che non hanno niente a che fare con la tutela della reputazione personale. Sono veri e propri abusi del diritto. Questi abusi fanno girare la macchina della giustizia a vuoto e la trasformano in uno strumento di intimidazione e ricatto, in un bavaglio per i giornali e i giornalisti. Moltissime querele dovrebbero perciò essere fermate sul nascere. E chi commette questi abusi dovrebbe essere scoraggiato con gli strumenti previsti dal diritto, applicando in modo sistematico le penalità già previste per punire le liti temerarie, contestando d’ufficio il reato di calunnia e introducendo nuove norme deterrenti, come già avviene in altri paesi. Si dovrebbe, infine, introdurre una norma che preveda, per la diffamazione, la condanna automatica del querelante alle spese e al risarcimento in caso di archiviazione.