Sab. Dic 3rd, 2022

Ci sono passato centinaia di volte, ogni volta volevo fermarmi, ma non l’ho mai fatto: il tempo è sempre tiranno. È un posto che cattura sempre il mio interesse: da un lato l’altare della patria, simbolo di una Roma più moderna, a pochi metri il Colosseo, simbolo del grande impero romano. La mia attenzione è rivolta all’altare della patria. Stamattina mi sono arreso al tempo ed ho deciso di entrare. Salgo la lunga scalinata fino a giungere davanti al milite ignoto. Che emozione, l’ho sempre visto dal basso. M’incammino verso l’ingresso alla mia sinistra dell’altare. Entro, mi trovo davanti un lungo corridoio. Incrocio i primi simboli della seconda guerra mondiale. Nuova emozione, perché è come se cercassi qualcosa che possa ricondurmi ai miei ricordi d’infanzia. Sì, quel soldato che tante volte ho visto in quel quadro appeso al muro dell’enorme camera di mia nonna Maria. Guardo con attenzione tutto quello che c’è: divise di militari, armamenti, fino a giungere a quelle lettere che soldati inviavano ai parenti dal fronte. Il cuore si stringe in gola. Vorrei tanto che ci fosse anche una lettera di quel fratello della nonna morto nella campagna in Russia. Questa mattina non ho fretta, anzi, metto da parte tutti gli impegni, voglio gustarmi l’emozione che mi incarnano questi righi impressi su fogli ingialliti che raccontano la storia di giovani soldati. C’è scritta la storia della nostra libertà, della democrazia, la voglia di giovani di tornare a casa e riabbracciare mamme e fidanzate.

Finisco la lettura e il giro all’interno dell’altare della patria. Esco, deluso per non aver trovato nulla sul mio eroe di Parete. Quel soldato partito giovanissimo per una guerra che alla fine condusse il paese alla sconfitta e lasciò sul campo tantissimi giovani.

Nelle prime giornate di primavera Roma è magnifica. Ti da un armonia unica che cattura i pensieri. A me oggi accompagna in quell’infanzia fatta di ricordi che hanno caratterizzato un periodo magnifico della mia vita. Non ho voglia di fare nulla. Mi siedo all’ombra dell’altare della patria, e inizio a ricordare le tante volte che si partiva da Pietramelara per raggiungere Parete per trascorrere un periodo dai nonni. Nonna Maria per me era un’eroina. Aveva trascorso una vita da vedova crescendo con amore i suoi figli. Trascorrevo le mie giornate a giocare e divertirmi con i cugini. Ma la sera, specialmente nel periodo invernale, d’estate le porte aperte smorzavano la tensione di un ragazzino, che nell’oscurità della notte, quando si spegnevano le luci, era terrorizzato da quei due quadri che aveva davanti. Uno era il quadro raffigurante un uomo alto e bello con l’uniforme da carabiniere, mio nonno. L’altro era quello di un soldato con l’uniforme da bersagliere, il fratello di mia nonna, che tanto mi faceva paura. Era partito per la guerra e di lui non si erano più avute notizie. Davanti a quella luce fioca che la nonna teneva sempre accesa e inquadrava i quadri, spesso dovevo mettere la testa sotto il cuscino per paura, perché quei due omoni sembrava mi guardassero fisso negli occhi.  Accendo una sigaretta, davanti a me c’è piazza Venezia, ma la mia mente è indietro con il tempo di quasi trent’anni. “Nonna, ma chi è quel soldato”, glielo chiedevo quasi sempre, perché lei poi iniziasse a raccontarmi di quel fratello mai più visto. “Era un soldato di Parete”, mi rispondeva. Sì, un soldato che io consideravo il mio eroe. Spesso me lo immaginavo in azioni di guerra, dove lui salvava un sacco di persone, non potevo immaginare altro, quindi per me era un eroe.

Una sera d’inverno, eravamo a ridosso del Natale, fuori pioveva e faceva molto freddo, era il 1973, chiesi alla nonna di parlami di suo fratello. Cosa che non gradiva, ma per far contento il nipotino che vedeva solo in occasione delle feste, davanti al camino che ardeva, inizia il racconto del mio eroe.

Sai, disse la nonna, la guerra ha tolto solo la vita a tantissimi giovani. Loro hanno difeso la patria, hanno creduto in un mondo diverso, ma alla fine non hanno goduto nulla di quello per cui hanno combattuto. Salvatore era orgoglioso della divisa che indossava. Ma quando è stato chiamato per la guerra un velo di tristezza si è impresso sul suo volto, ed io ricordo solo quella tristezza di un giovane che andava a combattere una guerra spietata. Ricordo quando è partito. Erano le sette del mattino, quando una camionetta prelevò lui e altri giovani per portarli a San Nicola la Strada, dove c’era il centro di smistamento. Erano gli inizi degli anni quaranta, è la guerra aveva già seminato molti morti. Per noi significava anche non poterli più riabbracciare. Parete era un piccolo borgo contadino.  La chiesa parrocchiale era in aperta campagna. Un piccolo borgo dell’agro aversano che vedeva partire un gruppo di giovani per la Russia. I miei occhi erano lucidi, Salvatore se ne accorse subito: “Maria, stai tranquilla, ritornerò presto”. Solo a ricordarle queste parole mi vengono i brividi addosso. Quella partenza lasciava il segno nella mia vita, fiduciosa anche che tutto potesse risolversi con un suo ritorno. Salvatore inviava di tanto in tanto delle lettere. Poi quella comunicazione s’interruppe, allora capii che qualcosa era successo. Non c’erano più notizie dal fronte. La guerra in Russia stava facendo molti morti. L’angoscia in tutti noi prevalse sulla speranza. Troppi giovani italiani stavano perdendo la vita nella gelida Russia, per volere di due dittatori che li avevano mandati lì a morire. Più passavano i mesi senza ricevere notizie dal fronte, più prevaleva in me la certezza che Salvatore non ce l’aveva fatta. I miei dubbi diventarono certezze quando la guerra è finita, e di Salvatore non abbiamo più avuto notizie. Restano i ricordi della fanciullezza e l’adolescenza vissuta insieme, ma, rimane la tristezza per non averlo più riabbracciato”.

Triste nel ricordare le parole di nonna Maria, guardo Piazza Venezia ricca di tanti fiori. Sono felice di essermi fermato, e aver visto da vicino la storia della mia libertà. Guardo ancora i fiori di piazza Venezia: mi viene voglia di depositare un fiore su una tomba. Mi alzo, scendo le scale, arrivato giù. Alla mia destra vedo un chiosco di un fioraio. Compro tre rosse. Dove le porto? Mi giro intorno e non c’è nulla che possa soddisfare il mio bisogno di ringraziare la morte di valorosi soldati. Salgo in macchina, mi dirigo sulla Cristoforo Colombo. A ridosso del raccordo anulare decido di proseguire dritto. Imbocco la Pontina e cammino senza meta, ma alla fine arrivo a Nettuno. Mi dirigo verso il cimitero degli americani. Entro. Davanti a me tante croci bianche di soldati statunitensi che non poterono essere riconosciuti e furono seppelliti lì. Oggi è proprio una giornata di emozioni, perché vivo la convinzione che anche zio Salvatore possa essere stato seppellito in qualche cimitero in Russia a riposare in pace. Depongo le tre rose rosse su tre tombe in segno di rispetto per chi è partito dalla sua patria per venire a liberare la mia patria dalla dittatura. Sono eroi sconosciuti in tempo di pace, a loro deve andare sempre un ricordo, perché la democrazia che viviamo oggi la dobbiamo al loro coraggio di combattere una guerra per liberarci dalla dittatura.

Mi lascio alle spalle una giornata ricca di emozioni, immerso nei ricordi che hanno fatto bene alla mia fanciullezza. Di ritorno a Parete, come faccio di solito ogni domenica mattina, vado al cimitero. Dopo aver salutato la mia mamma mi dirigo verso la cappella di Nonna Maria: quasi sento ancora la sua voce che mi racconta di quel fratello soldato che lei non ha più rivisto.

Come per incanto, dopo tre mesi da quella splendida giornata di emozioni, arriva la notizia ai fratelli ancora in vita di Nonna Maria: “Le spoglie di Salvatore si trovano nel cimitero dei militari a Roma, e qualora volessero possono fare richiesta per riaverle”. La guerra è finita da tantissimi anni, quasi cinquanta, nessuno ci sperava più, invece una luce fa riapparire le spoglie di Salvatore Picone. Gioisco alla notizia. Parte tutta la procedura e alla fine una mattina le spoglie di Salvatore giungono a Parete. Una piccola bara di zinco avvolta nel tricolore viene consegnata ai familiari. La bara è portata in chiesa e posta al centro del sacrato per consentire a tutti di poter rendere omaggio a un soldato di Parete. “Ammiro” il mio eroe chiuso in quella bara. Ripercorro i tanti racconti della nonna, e le tante volte che diceva “vorrei avere anche solo i suoi resti per poter depositare un fiore”. Chissà come sarebbe stata felice nel riabbracciare anche  solo le spoglie di Salvatore. Lentamente mi avvicino. Appoggio una mano sul tricolore che avvolge la bara. Sono emozionato, quel piccolo soldato tante volte ammirato di notte dentro quella cornice di legno antico, è davanti a me, e accarezzo le spoglie di un giovane soldato di Parete che ha speso la sua vita per una guerra assurda. Un piccolo eroe che torna a casa dopo tanto silenzio.  L’emozione è grande, mi travolge in una forte commozione. Ufficiato il rito religioso, il piccolo soldato viene preso in braccio da un soldato in divisa, che a passi lenti si dirige all’esterno della chiesa. Scese le scale, la bara viene depositata su un camionetta della protezione civile, che accompagna le spoglie di Salvatore verso il cimitero di Parete. Dopo quasi 50 anni dalla fine della seconda guerra mondiale, Salvatore riposa in pace accanto ai suoi cari. Partì per la guerra lasciando un paese afflitto dalla dittatura, ritorna nel suo paese che oggi ha la libertà e la democrazia, e tutto grazie al sacrificio suo e tanti altri giovani di Parete che hanno perso la vita per regalarcela.

È un dovere di noi tutti ricordare chi ha perso la vita per regalarci la libertà, e noi abbiamo altrettanto obbligo di difenderla da chiunque voglia portarcela via, affinché il sacrifico umano di tanti giovani, uomini, donne e bambini, non sia mai reso vano.

Salvatore Picone del 2° reggimento Bersaglieri, nato il 14 febbraio del 1916. A soli 27 anni è caduto eroicamente sul fronte russo il 14 febbraio del 1943 per il più grande avvenire della patria, e le sue spoglie sono tornate a casa 50 anni dopo la fine della seconda guerra mondiale. 

P.S.

Questo racconto è un omaggio a mia nonna Maria Picone e suo fratello Salvatore Picone.

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FRANCESCO TORELLINI