Gio. Ago 11th, 2022

Inverno 2003. Roma,quartiere Cinecittà. Nell’aula magna del Centro sperimentale di cinematografia, prestigiosa scuola nazionale di cinema, fondata nel 1935, gli allievi del corso di Regia attendono, seduti nei banchi, l’arrivo del regista Bernardo Bertolucci, reduce dal successo della prima proiezione del suo nuovo film : “The Dreamers- I sognatori”, per una intensa giornata di dibattito e  studio. Introdotto dall’attore Giancarlo Giannini, nella doppia veste di insegnante e moderatore, il cineasta, calamitata da subito l’attenzione degli studenti per il suo entusiasmo e la disponibilità, impugna il microfono per dare inizio alla conversazione. “Inanzitutto, mi preme salutarvi e augurarvi “buongiorno”…Può sembrare banale e poco attinente alla materia oggetto del nostro incontro di oggi, ovvero : il cinema, ma non è così!…Per essere dei bravi registi, bisogna essere prima di tutto delle brave persone!…Scusate la premessa un po’ pedante, ma la trovavo  necessaria, fondamentale, direi!…Oh!, ora penserete : “Bertolucci parlerà di sé, delle pellicole che ha diretto…”…No, mi spiace deludervi, ma non parlerò affatto delle mie  esperienze artistiche!…A me non interessa raccontarvi la mia biografia e neppure gli stessi aneddoti scritti, letti e sentiti mille e mille volte!…A me interessa sapere di voi, sapere, capire: capire perché un giovane oggi decida di fare il regista, cosa significhi per lui, cosa intenda comunicare, quale sia la sua urgenza…Perciò, oggi, qui, a parlare sarete voi!…Quindi, se siete d’accordo, inizierei dalle ultime file…Del resto, qualcuno non diceva, forse: “Gli ultimi saranno i primi”?…Ecco, tu, tu con il maglione verde : chi sei, perché sei qui?…”, domanda il regista a un ragazzo sulla ventina. “Buongiorno, Maestro!…Mi chiamo Fabrizio e…e mi sono iscritto  a questa scuola, perché vorrei fare il regista!…però, non so,  è difficile!…”, risponde emozionato il ragazzo. “Hai ragione, Fabrizio!…Ma sai dirmi cosa nella vita non lo sia?…Pensi, pensate voi tutti, che per quelli della mia generazione sia stato facile?…”, ribatte Bertolucci, continuando, “Uscivamo da una guerra, lunga,logorante, ma eravamo pieni di sogni e questo ci bastava per trovare la forza di perseguire gli obiettivi e trovare la strada!…Quello che mi stupisce di voi , giovani di oggi, è : la paura!…la paura vi immobilizza, credete che tutto sia difficile, impossibile da realizzare…o viceversa che tutto sia a portata di mano, immediato, facile da conquistare e, quando vi rendete conto che non è vero, che non è così, mollate!…Alla maggior parte di voi manca il coraggio di soffrire, di sbagliare, la tenacia, la resistenza o meglio: la resilienza!…Per affrontare la vita, la resilienza, è tutto!…Cattivi maestri vi hanno convinti che il mondo sia talmente in rovina che non valga più nemmeno la pena di  lottare per cambiarlo…ma io vi dico di non dar loro retta, di non starli ad ascoltare…vogliono ridurvi a degli automi, schiavi della depressione, della rassegnazione ,per controllarvi, per manipolare il vostro pernsiero, per sottomettervi!…Ribellatevi, dunque, a questa falsità, a questo inganno!…Certo, per farlo, la condizione necessaria è quella di partecipare, di non restare ai margini!…Insomma : non dovete arrendervi!, dovete continuare a credere in voi stessi, a sperare a sognare,perché, sognando, si può davvero cambiare il mondo!…Questo è l’ unico insegnamento, che mi piacerebbe vi restasse  da questo nostro incontro di oggi!…”.

“Prima di cambiare il mondo, devi capire che ne fai parte anche tu. Non puoi restare ai margini e guardarci dentro”. Così, il regista, sceneggiatore e produttore Bernardo Bertolucci,nel 2003, in occasione dell’uscita del suo film, “The Dreamers-I sognatori”, dedicato ai fermenti politici e culturali del Sessantotto. Nato a Parma il 16 marzo del 1941 da Attilio, celebre poeta, cresce insieme con il fratello minore Giuseppe in una casa sull’Appennino di Casarola. Educato dal genitore alla lettura e alla scrittura di poesie, poco più che ventenne, vince il Premio Viareggio con la lirica, “Il cerca mistero”,  trasferendosi poi, di lì a poco,  nella Capitale,  per frequentare la facoltà di Lettere dell’Università “La Sapienza”. Apprezzato da letterati del calibro di Elsa Morante, Alberto Moravia e Dacia Maraini, fra il 1956 e il 1957, grazie all’incontro con lo scrittore e regista Pier Paolo Pasolini e ai film di Federico Fellini, scopre un’attitudine per il cinema, a causa della quale abbandona gli studi. Alternato,allora, all’ideazione e alla realizzazione di cortometraggi (“La teleferica” e “La morte del maiale”) l’apprendistato di regista accanto al letterato-cineasta bolognese(“Accattone”), nel 1962 debutta nella regia con il primo lungometraggio “La commare secca”. In seguito, abbandonata la poetica pasoliniana, dà vita a una serie di pellicole incentrate sulle incertezze dell’uomo medio borghese  dinanzi al  cambiamento del Sessantotto e ispirate a opere di Borges e Moravia (“Prima della rivoluzione”, “Partner”, “La strategia del ragno” e “Il conformista”). Poco apprezzate in Italia, dal pubblico e dagli addetti ai lavori, tuttavia, queste ultime,  raccolgono  un largo consenso presso la critica francesce, che plaude alla nascita di una “Nouvelle  Vague italiana”. Acquisita finalmente una vasta popolarità anche nel Belpaese, grazie allo scandaloso e censuratissimo “Ultimo tango a Parigi”, film ritirato dalle sale nel 1976,  a seguito di una sentenza della Cassazione, per “offesa al comune senso del pudore”, il regista passa dalla rappresentazione del vuoto esistenziale degli individui, colmato con la trasgressione, alla ricostruzione storica delle lotte contadine, nell’Emilia a cavallo fra l’epoca fascista e quella comunista, di “Novecento”. Soffermatosi poi sui lati oscuri e i vizi della provincia (“La luna” e “La tragedia di un uomo ridicolo”), nel decennio Ottanta, si consacra a livello internazionale con la grande produzione  de “L’ultimo imperatore”, pellicola di ambientazione orientale vincitrice di nove premi Oscar ,tra cui quello per la regia, la sceneggiatura e il miglior film. Indagatore dell’interiorità umana in crisi e del bisogno di religiosità, nella prima metà degli anni Novanta, gira tra il Marocco, il Nepal e gli Stati Uniti i film : “Il tè nel deserto”, adattamento dell’omonimo romanzo di Paul Bowles e “Il Piccolo Buddha”. Tornato stabilmente in Italia, fra il 1996 e il 2003, sonda l’animo giovanile e gli abissi dell’ossessione amorosa con le pellicole: “Io ballo da sola”, desunta dal romanzo di Susan Minot, “L’assedio” e “The Dreamers-I sognatori”. Ammalatosi e impossibilitato a completare il montaggio del film “Gesualdo da Venosa”, nel 2012 gira la sua ultima pellicola, tratta dal romanzo di Niccolò Ammaniti, “Io e te”, storia del rapporto complesso tra un fratello e una sorella. Vincitore di numerosi  premi (Nastri d’Argento, David di Donatello, Golden Globe) e riconoscimenti alla carriera (Leone d’oro alla sessantaquattresima edizione della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia e Palma d’Oro al Festival di Cannes 2011), è insignito delle onorificenze di Grand’Ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica italiana e della Medaglia d’oro ai benemeriti della Cultura  e dell’Arte, nonché di una Laurea Magistrale Honoris Causa in Storia e critica delle arti e dello spettacolo dall’Università di Parma. Sposatosi più volte (Adriana Asti, Maria Paola Maino) e, legato dal 1978 alla regista e sceneggiatrice Clare Peploe, si è spento lo scorso 26 novembre, all’età di settantasette anni,  per via di una crisi repiratoria,  nella sua casa romana di Trastevere. Tributato di un omaggio in Campidoglio, presso la Sala della Protomoteca, salutato nel corso di una cerimonia di commemorazione pubblica da familiari, amici, colleghi e critici, come Maurizio Porro del Corriere della Sera (che , sulle colonne del quotidiano, ha scritto : “L’ultima volta l’ho visto al “Mexico”, in carrozzella, due anni fa, impedito nei movimenti, ma con il suo solito sorriso […]Aveva compagna una intrinseca malinconia, ma diceva un arrivederci che davvero presumenva un’ulteriore occasione”), affermava, con la  naturalezza e l’innocenza fanciullesca propria degli artisti e dei poeti: “Il cinema lo chiamerei semplicemente vita. Non credo di avere mai avuto una vita al di fuori del cinema”.