Dom. Dic 4th, 2022

Estate 1891. Napoli,Via Luigia Sanfelice, quartiere Vomero. Nella stanza-studio della sua villa, “La Santarella”, denominata così dall’omonima farsa, l’attore e commediografo Eduardo Scarpetta sta lavorando alla scritttura di una farsa, quando nella saletta fa irruzione la compagna, la maestra di musica Francesca Giannetti. “Edua’…Eduaaaa’!…ma tu hai capito?…è successo un’altra volta!…”, esclama la giovane donna. “France’, successo cosa?…possibile che in questa casa succeda sempre tutto proprio mentre sto lavorando?…Sentiamo, ja!, sentiamo un po’ : stavolta, che ti è capitato?…”, domanda l’artista con tono sarcastico. “Edua’, Edua’, tu mi devi credere: si è mosso!…”, rivela la Giannetti. “France’, bellezza mia, si è mosso cosa, chi?…”, chiede Scarpetta. “Edua’, il vaso di fiori, quello che tenevo sopra al tavolino del soggiorno!…Eduaaaa’… mi devi credere…io l’ho ritrovato in camera da letto, sopra al comodino, dal lato dove dormi tu!…”, spiega la compagna. “Eh,… France’!, si vede che il vaso teneva voglia di farsi una passeggiata!…E quello si capisce, no!…tutto il giorno fermo in mezzo al tavolino… con la vista sempre verso la stessa direzione…quello, si sarà scocciato!…”, commenta, ridendo, il commediografo. “Edua!, io lo sapevo…sei sempre il solito!…non ti si può raccontare niente, che subito trasformi tutto in una delle tue farse…ma questa,mi devi credere, non è una farsa…è ‘a verità!…”, insiste l’insegnante di musica. “France’, bellezza mia, ma tu che mi vuoi dire?…France’,ma tu, niente niente, ti fossi convinta che qua dentro, in  questa villa, ci stanno gli spiriti?…”, domanda, senza indugio, Scarpetta.  “Edua’… sì, qua dentro ci stanno gli spiriti…io, proprio questo ti volevo dire!…E pure un’altra cosa ti volevo dire: noi abbiamo una bambina, Maria…e quella è piccolina!, non sia mai li vede…quella rimane traumatizzata a vita!…perciò io ho pensato a una soluzione!…Edua’, mettiti l’anima in pace, perché dobbiamo vendere la villa!…”, annuncia la Giannetti. “France’, ma tu che dici?…fossi uscita pazza?” , si altera l’artista, continuando: ” …vendere una villa che abbiamo comprato da meno di un anno?…E poi, quello che mi è costata!…E dire, che fosti proprio tu a scegliere la mobilia…quei bei mobili di legno di noce…te li ricordi France’?…E il pavimento della cucina con le maioliche della Costiera?…E mo’ secondo te, per una fissazione, io dovrei vendere una “signora villa”?…E poi fossero solo i mobili…ma tu lo vedi dove siamo?…Noi stiamo sopra la collina del Vomero, a pochi passi dalla Certosa di San Martino , da Castel Sant’Elmo, con quella panoramica!…e tu vorresti che io la vendessi , perché gli “spiriti” spostano i vasi?…France’, France’, non scherziamo, perché non è aria!…Chiedi piuttosto alla cameriera,… che il vaso, per fare le pulizie ,lo avrà spostato sicuramente lei!…altro che spiriti!…”. “Edua’, ma quale cameriera e cameriera!…Mi ha detto che non sa niente, che non è stata lei…altrimenti mica venivo da te!…Edua’, ma lo vuoi capire o no che qua dentro ci stanno gli spiriti!…Sapessi che storia mi ha raccontato il giardiniere!…”, riferisce, tremante, la Giannetti. “Il giardiniere?, ma chi Peppino?, quello cho ho assunto la settimana scorsa al posto di Rafeluccio, che è andato in pensione?, quello che lavorava nella villa della marchesa De Nettis?…ma quello è un tipo spiritoso, lo sanno tutti : gli piace fare scherzi!…” , minimizza il commediografo, chiosando: “France’ …questa storia sembra la trama di una commedia…mo’ sai che faccio?, la scrivo, così ci ridiamo su e vedrai che ,con una risata,  cacciamo via pure gli spiriti maligni  …anzi, sai che ti dico?, ho già pronto il titolo, che ne dici di:  “Qui rido io”?…”.

“Era un grande attore”. Così, Eduardo De Filippo descriveva il padre Sarpetta, anch’esso attore e commediografo, rispondendo alla domanda di un giornalista del settimanale “Oggi”. Nato a Napoli il 12 marzo 1853 da Domenico , funzionario statale e da Emilia Rendina,casalinga, Odoardo Lucio Facisso Vincenzo, questo il vero nome dell’artista, poco incline allo studio e ,per niente intenzionato a seguire le orme paterne, nel 1868, a soli quindici anni, attratto dal palcoscenico, decide di intraprendere la carriera di attore, riuscendo ad entrare nella compagnia di Antonio Petito, grazie all’attore Andrea Natale e all’impresario Alfonso Ventura. Quindi, nel 1870, ottento un largo consenso di pubblico con l’interpretazione del personaggio di “Fellice Sciosciammocca” , diviene protagonista di numerose farse scritte appositamente per lui e recitate presso il Teatro San Carlino, quali: “Feliciello mariuolo de ‘na pizza” e “Felice Sciosciammocca creduto guaglione ‘e n’anno” e nel 1879 , capocomico. Poi, scomparso Petito, sostituito da De Martino, lascia la compagnia per trasferirsi a Roma, dove recita al fianco di Raffaele Vitale, celebre “Pulcinella” dell’epoca. Tuttavia, l’esperienza romana dura poco e , tornato a Napoli, fonda , presso la Sala Metastasio, una propria compagnia insieme con alcuni comici del San Carlino, teatro nel quale torna con la commedia “Don Felice maestro di calligrafia” o “Lu curaggio de nu pompiere napulitano“. Nel 1880, reduce da un tournèe nazionale di successo, ottenuto dall’Avvocato Severo un prestito di 5.000 lire , rileva il San Carlino, dove, il 1 settembre, debutta con la farsa “Presentazione di una Compagnia Comica“. Ormai affermato capocomico , acquistato un palazzo in Via Dei Mille, costruito dallo stesso architetto del Teatro Bellini, Vincenzo Salvietti, desta scandalo nell’opinione pubblica per la serie di unioni dalle quali ha numerosi figli, alcuni dei quali illegittimi. Infatti, sposato dal 1976 con Rosa De Filippo, amata in passato da Re Vittorio Emanuele II, da cui ha Domenico e Vincenzo, intreccia una relazione con la nipote di quest’ultima, Luisa, che lo rende padre di Eduardo, Titina e Peppino,mentre dalle relazioni successive con la maestra di musica Francesca Giannetti e con Anna De Filippo, ha Maria, Eduardo (in arte “Eduardo Passarelli“) e Pasquale. Ma la “tormentata” vita sentimentale del commediografo-attore ,di certo , non oscura la sua fama di istrione e così, dopo aver esordito nel Cinema, (interpreta alcune pellicole tratte dalle sue commedie, poi andate perdute, tra cui:  “Miseria e nobiltà” , “La nutriccia”, “Un antico caffè napoletano”, “Tre pecore viziose” e “Lo scarfalietto”) ,il 15 maggio 1889, porta in scena ,al Teatro Sannazaro, la commedia “‘Na Santarella” , grazie alla quale si consacra e che dà il nome alla villa acquistata sulla collina del Vomero, e  poi subito venduta, per la paura della compagna a rimanervi da sola in sua assenza. Replicato il successo con la farsa “Miseria e nobiltà“, nella quale scrittura il figlio Vincenzo, appena dodicenne, nel ruolo di “Peppiniello”, ai primi del Novecento comincia ad avvertire  la competizione con il “Café-Chantant” del Teatro Salone Margherita, costruito nei sotterranei della nuova Galleria Umberto, ma il declino vero e proprio arriva soltanto nel 1904, quando, messa in scena la parodia del dramma dello scrittore e poeta Gabriele D’Annunzio, “La figlia di Jorio”, viene stroncato da critici e letterati come Roberto Bracco e Salvatore Di Giacomo e ,citato in giudizio nel 1906 dallo stesso D’Annunzio per plagio, causa che poi vince,dopo tre anni, nel 1908. Difeso dal solo filosofo, storico e critico Benedetto Croce, deluso e amareggiato , si ritira dalle scene, dopo aver scritto un saggio sui caratteri innovatori dell’opera di Raffaele Viviani  e dopo aver interpretato un ultimo ruolo nella farsa “La Regina del mare”, scritta dal figlio Vincenzo , che eredita il ruolo di “Felice Sciosciammocca”. Scomparso all’età di settantadue anni, il 29 novembre 1925 , è salutato da colleghi, amici e familiari, nel corso di un imponente funerale al quale partecipa l’intera cittadinanza . Di lui, scrisse il figlio Peppino, nella sua autobiografia “Una famiglia difficile“: “Mia madre fu facilissima preda di quell’uomo fatto davvero  di pochi scrupoli e ammetterà che, in rispetto a certe leggi del suo Paese e a dispetto delle buone regole di umana pietà, dovette sempre vergognarsi del suo stato civile“, mentre  la figlia Maria, autrice delle memorie: “Felice Sciossciammocca mio padre“, lo ricordò, evidenziandone ad ogni modo la tenerezza: “Si avviava con il cuore in tumulto, per l’angoscia di lasciare la sua Maria, la sua bambina ammalata, per correre alla luce della ribalta  e portarvi la gaiezza”.