Mar. Ago 9th, 2022

Inverno 1983. Roma, rione Trastevere. Nelle prime ore di un mattino freddo di fine novembre, in un bar di Viale Glorioso, il regista, sceneggiatore e produttore, Sergio Leone, sorseggia un caffè, discutendo con il suo giovane aiuto alla regia, del film, “C’era una volta in America”, da lui diretto e  di prossima uscita. “Certo, lo so,  il film è più  lungo degli altri, dura 229 minuti!…ma i produttori mi hanno assicurato che, in fase di montaggio, non verrà apportato nessun taglio…E poi, io confido nella storia e, quella, c’è, ed è forte!…il pubblico, non si farà scoraggiare dalla lunghezza, è più intelligente di quanto crediamo!…”, argomenta il “padre del Western all’italiana”. “Sì, Maestro, è vero, la storia c’è, ma 229 minuti sono troppi anche per una pellicola destinata a divenatre una pietra miliare della storia del cinema! …Perchè rischiare un fiasco?…Perché non operare qualche modifica?…In fondo, siamo ancora in tempo, l’uscita del film è prevista per febbario!…”, cerca di persuadere il regista, il giovane aiuto. “E tu saresti un regista?…”, domanda Leone, con accento severo, continuando : “Essere un vero regista vuol dire credere nella forza, nel potere redentore del cinema!…Nessuno può dire di essere un vero regista , se non ha  conseravato intatto, dentro di sé, lo spirito del fanciullo, l’innocenza del bambino , pronto a credere nel sogno!…Perchè, questo è il cinema : un sogno, un’ illusione , una speranza di salvezza!…”. “Sì, Maestro, sono d’accordo…Ma un film è  creato apposta per essere  visto…se nessuno lo vede o lo vedono in pochi, non ha senso averlo girato !…Mi ascolti, si fidi…io conosco quelli della mia età…Quello giovane è un pubblico difficile…e poi i tempi sono cambiati, è tutto più rapido, immediato…per non parlare della concorrenza delle pellicole americane : l’horror, il fantasy…Mi dia retta, con un  giusto intervento  in fase di montaggio potremmo rendere il film più dinamico, più veloce e accattivante!…”, perora, conciatato, la sua causa,  l’aiuto alla regia. “Ragazzo mio…tu, proprio non capisci!…Allora proverò a spiegartelo in un altro modo…La vedi quella scalinata?…”, domanda il regista al giovane aiuto, indicando una rampa di scale all’esterno del bar, collocata proprio dinanzi all’esercizio, “A pochi passi da quelle scale, lassù, in cima, c’e  la casa in cui ho abitato con la mia famiglia fino all’adolescenza…Mi ricordo che, da bambino, il pomeriggio, specie d’estate, ci ritrovavamo con gli altri compagnucci sempre nel giardinetto vicino a quella scalinata, che porta a Trastevere…Le nostre madri, per paura che, correndo lungo le scale, potessimo cadere e farci male, ci vietavano di scenderle  e così rimanevamo su a guardare dall’alto verso il basso la strada in fondo, le sagome degli alberi, dei palazzi o la forma , ogni volta diversa, delle nuvole nel cielo…Quanto abbiamo fantasticato!, quanti sogni oltre quelle scale!…Al di là di quei semplici gradini, ci aspettavamo ci fosse un  mondo simile a quello delle giostre, pieno di cavalli a dondolo e zucchero filato…Poi, siamo cresciuti, quella scalinata l’abbiamo percorsa e abbiamo scoperto che sarebbe stato meglio rimanere su, a sognare!…Ecco, essere un regista vuol dire restare sempre in cima a quelle scale, per sognare cosa c’è in fondo! … Vuol dire restare, anche da adulti, come i bambini di viale Glorioso!…”.

 

“Il mio modo di vedere le cose talvolta è ingenuo, un po’ infantile, ma sincero. Come i bambini della scalinata di Viale Glorioso”. Queste le parole incise sulla targa apposta fuori dalla casa, nei pressi di Trastevere, in cui ha vissuto, insieme con la famiglia, fino all’adolescenza, il regista, sceneggiatore e produttore Sergio Leone. Nato a Roma, il 3 gennaio del 1929 dall’attrice di origini austro-milanesi, Bice Valcareggi Waleran e dal regista, avellinese (di Torella dei Lombardi), Vincenzo Leone, in arte Roberto Roberti, cresce nell’ambiente del cinema, in cui il padre lo introduce sin da piccolissimo, assegnandogli  nel 1941,  a soli due anni, ruoli da comparsa in  pellicole da lui dirette, tra le quali : “La bocca sulla strada”. Crescito sul set , prendendo parte negli anni del Dopoguerra e del Neorealismo a film in cui interpreta ruoli minori, come il seminarista tedesco incontrato da Antonio e da Bruno in “Ladri di biciclette” di Vittorio De Sica, divenuto ormai adolescente, comprende di non avere inclinazioni per la recitazione, ma bensì per la regia, iniziando, nel 1950, a formarsi come aiuto-regista, nella Cinecittà, conosciuta  in tutto il mondo come : “Hollywood sul Tevere”. Collabora, infatti, alla realizzazione di kolossal americani quali: “Quo vadis?” di Mervyn LeRoy e “Ben-Hur” di William Wyler , fino alla grande occasione da regista, avuta nel 1959, quando sostituisce l’ammalato Mario Bonnard nelle riprese de: “Gli ultimi giorni di Pompei”. Fattosi notare  dai produttori della Filmar ,per aver girato egregiamente la pellicola, nel 1961 esordisce come regista de “Il colosso di Rodi”, film mitologico-biblico, appartenente al genere, allora  di gran moda, del “peplum”, che riscuote, all’uscita nelle sale, un discreto successo di pubbblico, malgrado le dissaventure occorse in fase di lavorazione (la sostituzione del capriccioso protagonista John Derek, con il pacato  e disponibile Rory Calhoun). Poi, scemato l’interesse delle platee cinemtografiche per le pellicole ispirate alla storia e ai miti degli antichi, sostituite dai film Western, si cimenta come pioniere nella realizzazione di pellicole incentrate su saghe di pistoleri, girando nel 1964 “Per un pugno di dollari”, primo film di quella che verrà denominata: la “trilogia del dollaro” (“Per qualche dollaro in più”, 1965 e “Il buono, il brutto e il cattivo”, 1966). Quindi, raccolto un largo consenso di critica e di pubblico, per aver inventato il “Western all’italiana” o “Spaghetti Western”, Leone, miscela sapientemente nelle sue pellicole: realismo dei personaggi, (cowboy barbuti,  lontani dal prototipo curato e ben vestito, impersonato da John Wayne,) vicende di violenza barbara e oppressione degli ultimi, in cui si alternano bene e male, e un’originale tecnica registica con sequenze di campi lunghissimi alternati a primi piani, scandite dalle note espressive di Ennio Morricone e da battute ironiche, taglienti come aforismi. Guadagnatosi , dunque,  una fama internazionale, al punto da attirarsi le accuse di plagio da parte del regista Akira Kurosawa, autore de “La sfida dei samurai”, a cui , perso il dibattimento in tribunale, deve cedere una percentuale dei diritti di “Per un pugno di dollari”, fra il 1968 e il 1983 si congeda dal genere, che tanto successo gli ha arrecato,  dando vita a una nuova trilogia detta “del tempo”,  dedicata  alla memoria, al senso di decadenza delle cose, e ai ricordi dell’infanzia : “C’era una volta il West”, “Giù la testa”,  e “C’era una volta in America”, film-romanzo, quest’ultimo, che ripercorre quarant’anni di amicizia tra due gangster di origine ebraica cresciuti a New York,  alla cui realizzazione lavora per oltre dieci anni. Proiettato in anteprima mondiale il 17 febbario del 1984, in una versione ridotta, della durata di 139 minuti e non di  229 come previsto, per volere  dei produttori, segna l’addio  alle scene  di Leone, ritiratosi per via  dell’inaspettata manomissione. Colpito da un infarto, scompare, allora,  all’età di sessant’anni, il 30 aprile del 1989. Ricordato dai figli : Raffaella, Francesca e Andrea, avuti dalla moglie Carla, eredi della “Leone Film Group”, casa di produzione da lui fondata, è stato celebrato dai Media, lo scorso 3 gennaio, in occasione del novantesimo compleanno, come : “Maestro senza tempo, artefice di sette film che hanno lasciato un’impronta indelebile nella storia del cinema. Sette film che hanno attraversto i generi, per distruggerli e reinterpretarli, per piegare la critica al racconto popolare, per rapire il nostro sguardo e raccontarci tutto: le pistole, il realismo crudo e violento, la politica, l’infanzia. Una cinematrografia breve, ma intensa, come la sua esistenza, della quale era solito dire : “La vita è un’autostrada a senso unico di marcia, impossibile invertire o tornare indietro, folle sarebbe accelerare”.