Dom. Set 25th, 2022

Purtroppo come era stato previsto dentro l’emergenza sanitaria è esplosa una crisi sociale che ha colpito la fascia più debole della popolazione. Quei poveri che già c’erano, ma non davano tanto fastidio, perché si adattavano e cercavano di arrangiarsi da soli. I poveri in Italia certificati dall’Istat in condizioni di povertà assoluta erano oltre 1,8 milioni (pari al 7% delle totale delle famiglie italiane), 5 milioni di individui poveri (l’8,4% del totale). Siamo ai livelli massimi dal 2005. Tutti questi poveri erano di fatto esistenti ancora prima del coronavirus. Purtroppo per loro c’era poco o niente. Lo dimostra l’aumento di persone che nel corso degli anni hanno bussato nei centri di ascolto della Caritas, segno che la situazione era degenerata di molto già prima del coronavirus, ma l’attenzione delle istituzioni era scarsa o insufficiente per rendergli la vita serena. Ora è esplosa nella sua piena interezza perché l’isolamento domestico non ha permesso più a queste persone di potersi auto-aiutare. Certamente già prima non potevano vivere con il pacco alimentare fornito dai comuni per un mese intero, quindi era obbligatorio arrangiarsi. Anche perché se si guarda all’interno di quei pacchi, è evidente che viene da piangere.  

In questo momento delicato le misure giustamente assunte dalle autorità stanno avendo un impatto molto pesante per le persone più in difficoltà – spiega il direttore di Caritas Ambrosiana, Luciano GualzettiCon la chiusura delle scuole, ad esempio, i bambini hanno smesso di usufruire della mensa scolastica, per cui chi veniva a fare la spesa da noi, ha dovuto riempire il carrello di più oppure è passato più spesso. Ma c’è anche chi ha già visto peggiorare la propria condizione economica già al limite della sussistenza. Ci sono colf e badanti, assunte in nero, che hanno perso i loro clienti e ci chiedono un aiuto maggiore. Già adesso – aggiunge Gualzetti – ci sono categorie più colpite: dai senza tetto a chi va avanti con lavori saltuari. Ma presto arriveranno ai nostri centri di ascolto tutte quelle persone che non potranno usufruire delle misure di protezione che il governo ha messo in campo, dalla cassa integrazione in deroga ai congedi familiari. Saranno loro a pagare il costo sociale più salato a questa crisi. Anche se fino ad ora se ne parla ancora poco. Rispetto al periodo precedente alla crisi, gli aiuti sono in costante aumento e hanno raggiunto alla quinta settimana una crescita giornaliera media del 50%, ancora superiore a quella stimata nel primo periodo. Nella sola città di Milano ricevano la borsa della spesa 2mila famiglie già assistite dai centri di ascolto cittadini”

Quella che circola in queste settimane è una povertà che già c’era, è stata solo incrementata dalla rigidità dell’isolamento e la mancanza di poter andare a lavorare, a nero o non, per potersi sostenere. Basti pensare ai tanti extracomunitari e immigrati presenti sul territorio nazionale, che prima facevano lavori saltuari, giornalieri, ed oggi non possono farlo, quindi sono quelli che più di tutti oggi chiedono aiuto ai comuni, legittimamente, perché devono sfamarsi anche loro. Anche chi prima chiedeva l’elemosina ora non può farlo. Anche perché in questo momento non tutti sono precipitati nella difficoltà economica di cui tanto si parla. Per l’impero di soggetti che lavora nella pubblica amministrazione, non è successo nulla. Chi lavorava per le grandi aziende non ha subito il danno, per loro c’è la cassa integrazione. Gli imprenditori hanno le tasche piene, quindi è quella fascia di poveri che già esisteva, ma tutti ignoravano, ed oggi è emersa con prepotenza perché è venuta a mancare la libertà di movimento ed ha fatto capire che in Italia c’è una povertà diffusa.