Dom. Nov 27th, 2022

CATANZARO-In Italia sono 180 mila le aziende agricole che devono avere dallo Stato centinaia di milioni di euro. Tra queste ci sono tante aziende calabresi. Gli Organismi Pagatori non liquidano le spettanze di migliaia di aziende agricole che ormai sono sull’orlo del collasso.

Per questo, gli agricoltori scenderanno in piazza il prossimo 5 maggio a Catanzaro, Roma, e Bologna, ma sono previste mobilitazioni anche in molte altre città italiane per chiedere lo sblocco immediato dei pagamenti relativi alla Pac 2015, ma anche risposte a vecchie e irrisolte problematiche, al peso opprimente della burocrazia per le aziende agricole, agli insostenibili prezzi all’origine dei prodotti e all’esorbitante divario tra i prezzi al campo e quelli fatti pagare ai consumatori.

Gli agricoltori calabresi aderenti alla Cia – Agricoltori Italiani scenderanno in piazza giovedì prossimo e parteciperanno in massa alla manifestazione di protesta indetta a livello nazionale a Catanzaro, presso la cittadella regionale, al fianco degli agricoltori di Confragricoltura e della Copagri. Insieme a loro anchecentinaia di agricoltori campani che, con decine di pullman, raggiungeranno la città calabrese insieme al presidente di Cia Campania e vicepresidente di Cia nazionale Alessandro Mastrocinque.
Lo slogan che caratterizzerà la giornata di protesta “Ei fu…siccome immobile” conferma come a distanza di 13 anni in agricoltura è tutto fermo e servirà a denunciare un immobilismo istituzionale che porterà, se non vi sarà una svolta, alla chiusura di migliaia di aziende agricole. “Oggi, come 13 anni fa – osservaAlessandro Mastrocinque – una pratica di subentro in un’azienda agricola produce una quantità di carta superiore ai 20 chilogrammi, per ottenere la totale liquidazione delle domande PAC e PSR per le produzioni e per gli allevamenti ci vuole ben oltre al tempo necessario di lavorazione, e un agricoltore per pagarsi un biglietto del cinema deve vendere 30 chili di melanzane”.

Il crollo dei prezzi
La situazione è drammatica. Solo per fare alcuni esempi del crollo dei prezzi medi settimanali dei principali prodotti orticoli rispetto ai prezzi dell’anno 2015: carciofi – 29,5%, cavolfiori – 45,9%, cavoli broccoli – 41,7%, finocchi – 25,1%, indivia – 21,3%, lattuga – 34,3%, melanzane – 65,2%, peperoni – 29,1% , pomodori – 44,2%, radicchio – 50,5%,  sedano – 45,0%, spinaci – 31,4%, zucchine – 74,5%; e il bollettino potrebbe continuare con i prezzi di tutti gli altri settori dell’agricoltura e della zootecnia – tra cui anche il latte, il cui prezzo all’origine prelude alla chiusura delle stalle.
E che dire del grano tenero? Dalla farina al pane il prezzo aumenta di 15 volte. Ma su 210 euro all’agricoltore ne vanno solo 14! Bisogna invertire questo stato di fatto, altrimenti in tempi brevi il grano tenero sarà completamente scomparso dai nostri territori. Non è possibile che il guadagno del panificio sia 15 volte di più (pari al 1400%) e quello del mulino sia di 5 volte di più (pari al 378%) rispetto al lavoro dell’agricoltore. Una situazione da vera e propria emergenza che si aggiunge alla già conclamata crisi del comparto agricolo.